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Virginia Zanetti
IN DIALOGO

Virginia Zanetti Studio quarto per l'estasi nel paesaggio, Poggiare i piedi dentro l'anima, performance, Napoli, 2015




Artext - Come è nato il tuo interesse per l'Arte e le pratiche di coinvolgimento, nella definizione di uno "spazio vivente"?

Virginia Zanetti - Le caratteristiche comuni delle mie opere nascono da un tentativo di comprendere il funzionamento della vita e le relazioni che la supportano, a partire da un’idea di non-dualità tra i fenomeni e la forza che li sostiene. Sono sempre stata attratta dalla relazione con l’altro e dalle pratiche performative, soprattutto fuori dai contesti artistici. Quando ho studiato pittura all’Accademia di Belle Arti di Firenze, mi sono interessata al ritratto dal vero, una pratica di relazione con la quale si può “conoscere” la persona in modo molto profondo. Dopo l’accademia sono entrata in contatto con alcuni artisti che in varie modalità lavoravano sulla relazione come Bianco Valente, Cesare Pietroiusti o gli artisti del gruppo Base che hanno contribuito alla mia maturazione.
Ciò che però ha permesso di armonizzare tutti i linguaggi da me utilizzati è stato l’incontro con la filosofia buddista e l’approfondimento dei suoi principi, come quello della non dualità tra individuo ed ambiente o tra corpo e mente. Questi hanno permesso di aprirmi a diverse discipline senza limitazioni e di oltrepassare la divisione tra categorie di conoscenza.
Dal 2009, ogni opera è nata dalla precedente, spontaneamente, e apparentemente in modo casuale. Posso lavorare con gente comune, artisti, musicisti, atleti, terra, acqua, pigmenti e oggetti, usando la lora energia e la loro carica simbolica. Lavoro spesso con delle comunità specifiche. Nei luoghi in cui mi trovo, cerco di entrare in contatto con la storia della zona, assorbendo ricordi, sogni dei suoi abitanti. Il dialogo nutre le mie opere. Le conflittualità, i pensieri e le testimonianze delle persone culminano poi in azioni collettive o installazioni ambientali. Cerco di identificare e superare il confine tra l’opera d’arte e il suo spettatore, attraverso dinamiche relazionali e i codici condivisi dalla comunità. L’intento del mio lavoro è quello di creare “visioni” attraverso immagini, tracce, segni che diventano parte integrante dell’ambiente in cui nascono, collettori di dinamiche umane, piuttosto che semplici oggetti di contemplazione. Così la parte meno visibile del mio lavoro, che può sembrare emera, crea relazioni durature nel tempo.

A. - Vorrei sapere cosa è arte per te. E di conseguenza se l'arte ti guarda o piuttosto ti riguarda - nel primo caso si tratta di ricondurre la materia, sensibile, poi estetica ad esercitare il suo possibile - dall'altro ci si adopera per creare dispositivi in grado di attivare la creatività del fruitore disponendo l'oggetto d'arte come luogo di dialogo.

VZ - Avendo un pensiero perlopiù non dualista, ti rispondo che l’arte è tutte e due le cose e nessuna delle due contemporaneamente. Si usa l’arte per necessità personale ma se si ha consapevolezza che non possiamo esistere come individui separati, ma solo in relazione all’altro, inteso come il contesto sociale ed ambientale a cui apparteniamo, non ha senso porci come sistema chiuso. Così la mia pratica artistica, come la vita, si trova all’interno di una rete di relazioni reciproche, dove nulla è tuttavia casuale, ma una evoluzione.
Nelle mie opere cerco di annullare qualsiasi vincolo legato alle categorie, sia fisiche che metafisiche. Forme materiali e immateriali si fondono nel momento in cui l’atto performativo si trasforma in oggetto, e lo spettatore diventa l’artista attraverso una modalità collettiva di sviluppo. Gli opposti e l’‘imprevisto’ vengono trasformati in impulsi creativi, come un desiderio di incontrare e liberare follia, lacrime e risate, per scoprire il margine del tutto e del nulla, e per spingerlo al di là di se stessi.
La pratica artistica è qualcosa che parte dal mio pensiero sul mondo, quindi da me e per me ma con il desiderio di coinvolgere l’altro. C’è forse alla base il desiderio di conciliare gli opposti, il desiderio di unire, di dissolvere, di entrare nel regno dell’inconscio immateriale, come fonte di ogni azione. L’arte diventa strumento per conoscere, sperimentare, condividere, percorrere ed entrare nella la vita in modo profondo, per attivare e ribaltare una energia primordiale invisibile, per trovare modi di essere nel mondo. Così attraverso i miei lavori, cercano di recuperare l’essenza della comunità e l’essenzialità dell’umano in un mondo sempre più lacerato dalla violenza, conflitti sociali e degrado ambientale, per farli diventare idee per immaginare un futuro emancipato e modalità di essere nel mondo. Dirigendomi verso un più profondo e unificante Me stesso ontologico, la mia pratica artistica può essere considerata come una ridefinizione e riattivazione - attraverso di essa - di una coscienza sociale. L’arte per è un modo di sentire, vedere meglio e trovare il mio posto nel mondo.

Virginia-Zanetti . Camminare sull'acqua. Miracolo & Utopia, performance, Conero, 2013.

A. - La questione della soggettività rimane ancora centrale, quando l'artista arriva a presentarsi come un universo di soggettivazione in azione, quale è la tua posizione in proposito? Come artista ti poni come un etnografo che smonta e ricostruirne i meccanismi per esplorarne le componenti ed i modi di uscita, sino a farne la chiave di volta dell'edificio sociale? Pensi l'arte come una modalità di produzione di soggettività?

VZ - Non c’ è identità senza l’altro. Penso che l’arte sia una produzione soggettiva e collettiva contemporaneamente, essendo la persona parte di un sistema ne diventa il tramite attraverso la sua personale capacità cognitiva ed espressiva. Come artista mi piace immaginarmi come una canna vuota attraversata dal vento, che si muove col lui ma che suona secondo la sua forma e le sue caratteristiche specifiche. L’artista può essere un buon catalizzatore delle onde cosmiche. Sono fermamente convinta che solo riconoscendo la propria codipendenza con gli altri si possa evolvere ed avere un ruolo attivo nel contrastare separazione e distruzione. Grandi cambiamenti in questo senso sono avvenuti nella lingua e negli strumenti di comunicazione che enfatizzano e facilitano la comprensione del funzionamento della vita. Ogni disciplina è arrivata a questo punto tramite percorsi diversi: le scoperte della fisica quantistica, il web 2.0 e la robotica, per esempio. Si riesce a meccanizzare i pensieri attraverso gli impulsi elettrici del cervello. In questo contesto, l’unico modo possibile è quello di assumere un ruolo attivo, insieme agli altri. L’artista, se è un personaggio pubblico ha una responsabilità politica sul mondo. Ritengo che la politica debba essere in stretto rapporto con l’etica. Come persona e come artista cerco di indirizzare il mio lavoro, nella metodologia e nelle modalità comunicative, verso il rispetto della dignità della vita. La partecipazione e l’invito ad avere un ruolo attivo che molti artisti richiedono al pubblico sono indice della necessità di passare dalla passività all’azione anche nella società. Questa è l’unica opportunità per creare una rivoluzione politica e sociale. Una pace duratura e il benessere degli esseri umani non dipendono solo dalla riforma della società, ma anche dalla trasformazione della vita di ogni individuo, che può contribuire a cambiare il destino di una nazione e per noi il destino dell’umanità.

A. - Cosa produce l'artista in questi tempi di progressiva smaterializzazione dell'opera? Territori esistenziali, che l'arte ha per missione di produrre, il movimento del pensiero in contrasto all'omogeneizzazione e standardizzazione dei modi di relazionarsi...

VZ - L’artista visivo dona visioni captate dall’inconscio collettivo, queste possono dare avere vari effetti sulle persone fino a generare trasformazioni. Molti miei lavori nascono da pensieri, idee che arrivano nella mia testa sotto forma di immagini, prediligendo il linguaggio visivo, cerco di ricrearle. Avendo capito che esistiamo solo attraverso le relazioni, le opere pittoriche, scultoree o performative all’ambiente circostante, persone incluse, assumono un potere conoscitivo, emotivo ed estetico maggiore se si aprono all’altro. Per me non c’è nessuna differenza sostanziale tra azioni performative e oggetti. Entrambi hanno bisogno degli altri per produrre un effetto. L’abbattimento dei confini tra spettatore e artista porta quest’ultimo a prendere in considerazione un ulteriore elemento: ‘l’imprevisto’. Le mie azioni performative collettive sono concepite spontaneamente e non possono essere controllate, sia in termini di durata che di forma, e si aprono a molteplici significati. Sono aperta verso l’ignoto e accetto la possibilità dell’‘errore’, che spesso diventa la fonte principale del mio lavoro creativo. La stessa cosa accade con i miei ‘limiti’: cerco di assecondare quella parte di me che non è educata o civilizzata e faccio emergere follia, lacrime, risa. E le utilizzo nella creazione di un’opera che ha spesso un senso opposto. Semplicità, umanità, spontaneità, facilità e libertà danno forma al mio lavoro che è spesso il risultato di trasformazioni attraverso gli opposti, elementi con cui mi confronto ogni giorno.
Allo stesso modo, nei miei lavori performativi, i partecipanti sono invitati a eseguire esercizi ‘impossibili’, per confrontarsi con i propri limiti e trovare in loro stessi un nuovo slancio verso l’alterità. L’intenzione che supporta un’azione è molto importante, soprattutto quando coinvolge le persone. Ci vuole molta preparazione fisica e spirituale. Sia gli attori che gli spettatori vengono sottoposti ad una trasformazione, che può essere emotiva o fisica come risultato di queste azioni, che possono o non possono essere volontarie.

Virginia-Zanetti I Pilastri della Terra, performance, Cosenza, 2016

A - In alcuni tuoi lavori ad esempio "I pilastri della terra, 2016" è evidente una suggestione mistica di origine orientale. La questione che si pone allora è che forse è necessario coltivare in se la differenza prima di farla passare nel sociale...

VZ - Sì, credo che sia fondamentale cambiare ed arricchire se stessi prima di rivolgersi agli altri. Penso che il tentativo di trovare punti di tangenza e quindi una sintesi tra la cultura occidentale ed orientale sia una via importante da percorre. Così tutta la mia ricerca artistica si nutre di questa ricerca e spesso attingo metafore ed insegnamenti tratti dai sutra buddisti, come in questo caso in cui mi sono ispirata alla figura del boshisattva della Terra.
Questo progetto si basa sulla realizzazione di varie azioni collettive che diano una nuova visione sulla possibilità dell’emancipazione delle persone. Esplora i concetti di rinascita e rivoluzione attraverso un rovesciamento della visione. Le persone che fanno la verticale sembrano che stiano sorreggendo il mondo, diventando ‘i pilastri della terra’, così innescano un processo di costruzione collettiva di nuovi concetti da utilizzate per trasformare il presente e disegnare nuove vie. Il lavoro tenta di ribaltare la prospettiva per mostrare che l’individuo può sostenere il mondo insieme ad altri. Cerca di capovolgere il punto di vista attraverso la condivisione di esperienze con persone provenienti da diversi campi e creando una nuova comunità nomade alla ricerca di una nuova etica o spiritualità. Durante il processo, mentre camminiamo per raggiungere la cima da cui si può ‘vedere’ meglio, si parla, si scambiano idee e spontaneamente si crea una nuova comunità. Per me è questo l’aspetto importante di questo lavoro: si tratta di giocare un ruolo attivo piuttosto che un ruolo passivo nella società.
Ho scelto di iniziare questo progetto in India per la sua spiritualità e per il suo rapido sviluppo, soprattutto di questi ultimi anni. Mi interessano le aeree rurali e in questi luoghi ho collaborato con la popolazione locale per creare una serie di workshops e azioni performative partecipative che incoraggino l’esplorazione delle potenzialità individuali e collettive.
Il progetto si è sviluppato grazie ad una collaborazione con Gram Art Project e Mog, Museo di Goa, con il sostegno di Movin’Up del Ministero Italiano per i Beni e le Attività Culturali e il Turismo. I lavori sono iniziati in Italia diversi mesi prima del mio arrivo: Subodh Kerkar e Shweta Batthad mi hanno aiutato a istaurare un dialogo con le persone provenienti dalla danza, lo yoga e lo sport.
Ogni azione assume un particolare significato per le persone che sono co-dipendenti con quel luogo, come un fiume in secca, un lago in costruzione, una fabbrica di cotone, una miniera etc. La mia intenzione era quella di creare un’ azione poetica che andasse oltre il senso di rinuncia, accettazione dei meccanismi che caratterizzano la gestione delle risorse di questa zona. Così poi è stato in tutti gli altri luoghi nel mondo dove l’ho realizzato.

Virginia-Zanetti Gli occhi del mondi, 12 specchi diametro 12_24_48 cm, Latronico, 2013.

A - Per il progetto di arte pubblica a Latronico a cura dell'Associazione Culturale Vincenzo De Luca si chiedeva agli artisti coinvolti di interpretare l’identità e la memoria storica mettendo in relazione l’arte con i luoghi. Puoi parlarmi di questa tua affermazione in proposito: "Quando la bellezza della natura si impone, l’arte non può che dialogare con essa per amplificarne lo splendore”.

VZ - L’opera permanente realizzata per Latronico si intitola Gli occhi del mondo prende forma appunto dalle sensazioni suscitate dal paesaggio. La forza del cielo che sovrasta il centro abitato di Latronico mi ha fatto pensare ad una persona a me molto cara che non è più con noi ed ho pensato al modo di portare la sua memoria in terra. Poiché i ricordi personali sono strettamente connessi con quelli collettivi, ho pensato a tutte le persone che se ne sono andate lontano o altrove da Latronico. Di solito lavoro con la memoria per trasformarla e scoprirne nuovi significati. A volte parto da un evento molto intimo o un’emozione, poi, attraverso la condivisione con altre persone, sviluppo azioni performative, sculture o altre opere. A volte dopo aver visto alcuni eventi che accadono nel mondo, che mi fanno sentire arrabbiata, triste o turbata, metto in scena un’ esperienza collettiva che trasformi quei sentimenti in nuove visioni e nuovi ricordi.
In questo caso mi sono sentita sovrastare dalla forza della natura che con le sue leggi ci determina ed così ho deciso di utilizzare lo specchio per amplificare questo sentimento. Lo specchio posizionato a terra è diventato una metafora, per le sue caratteristiche duali: l’immagine riflessa della natura diventa mezzo d’evocazione di universi alternativi mentre l’essere umano, il visitatore che vi si accosta, rende possibile il collegamento tra la terra e il cielo. Ho scelto dodici punti geografici tra le vie del paese dove incastonare questi specchi circolari di dimensioni multiple fra loro, luoghi speciali a cui affidare speranze e desideri in relazione a storie ascoltate a Latronico o comunicate e suscitate dal luogo. Questi hanno creato una mappa che relaziona tra loro luoghi diversi attraverso connessioni invisibili, svelando energie passate, presenti e potenziali.
L’idea era quella di realizzare un lavoro terreno che avesse la potenza del cielo, questo emerge in modo particolare negli specchi installati davanti alla chiesa di San Vito, all’incrocio della Renara con la strada statale, sulla scalinata di via Monte Grappa; tutti gli specchi formano una linea ondulata con diverse ampiezze che da piazza Unità d’Italia si dirige verso la parte alta del paese per poi ridiscendere fino alla sorgente delle terme di Calda. Questa operazione ha anche cercato di armonizzare la dualità presente tra il borgo antico del paese e la parte in basso ai piedi del monte Alpi, unendo questi luoghi e la vita delle persone che li abitano. Infatti non mi sono limitata ad ascoltare le storie personali degli abitanti ma ho anche chiesto loro di scrivere il loro ricordo legato alla posizione dello specchio: punti di energia che inducono a fermarsi e a pensare alla propria storia emozionale. Questi testi sono stati scritti sulla mappa distribuita agli abitanti e raccolti in una mostra allestita nello Spazio Cantisani. Avevo chiesto loro di annotare tutto ciò sulle mappe e di attribuire a uno o più cerchi specchianti un nome: il proprio o quello di una persona cara, delineando così un proprio percorso che si è intrecciato con quello degli altri per creare una particolare cartografia energetica. Bisogna avere un punto di vista dall’alto, per visualizzare l’insieme delle mappe personali. È questa l’operazione mentale che invito le persone a fare, anche qui il processo non è lineare ma mostra quanto la nostra vita sia in una rete di relazioni reciprocamente interconnesse e interdipendenti. In questi ultimi anni ho cercato di svelare questo ‘non duale’ rapporto tra il Sé e l’Altro: le storie delle persone hanno individuato dei punti di memoria principali e questi a loro volta hanno creato nuovi significati di senso e storie condivise.

Virginia-Zanetti Oiseau rebelle_ dans le flux, still da video HD 2’22’’, 2015.

A - Il paradigma estetico su cui poggia l'arte occidentale richiede parametri specifici per le produzioni d’arte, che sia performance, scultura o installazione. Pensi che possano esistere parametri differenti di "riuscita" del lavoro artistico e che questi possano non prendere in considerazione come dominante l'aspetto economico, di prestigio, oggetto di desiderio?

VZ - Per me l’artista è prima di tutto un essere umano. Credo che l’arte “riesca” laddove materializza urgenze, desideri, sogni e nuove visioni.
L’arte, essendo parte della nostra società segue il suo paradigma predominante: quello dell’avidità. Invece credo che gli artisti dovrebbero far parte di quel movimento di persone che si ribellano alle ingiustizie e alla violenza che dilagano. Dovrebbero essere tra coloro che portano avanti le utopie o ne inventano di nuove. Inoltre è molto importante il ruolo delle donne per il ruolo sociale, politico e spirituale di pensiero divergente da quello che ha permeato i secoli scorsi. Un altro aspetto importante è quello della trasmissione, attraverso l'educazione, quest’ultima è la vera pratica di libertà, perché libertà non possiamo essere noi stessi, rispettarci e rispettare gli altri, valorizzando la diversità. Inoltre l’apertura all’altro è fondamentale per amare, senza amore non può esserci la vita. L’artista con le suo opere può essere impegnato politicamente, anche se non direttamente, con le tematiche del suo lavoro e attraverso pratiche partecipative. Con queste può smuovere le persone ad aumentare la consapevolezza della necessità di dare il proprio contributo alla costruzione di senso, senza essere sottomessi alla cultura uniforme e monopolizzante dell’informazione. Il benessere e la pace di un paese non hanno niente a che fare con la passività, ma è un dinamismo continuo tra le relazioni. Dobbiamo ampliare il pensiero ed il cuore e capire che quello che sta accadendo: cambiamenti climatici, flussi migratori ed ingiustizie, sono cause dell’avidità umana, di azioni contro la dignità della vita. Forse ho divagato ma quello a cui volevo arrivare è che il prestigio serve se si utilizza per diffondere idee di bene, bellezza e valore. Se uno di questi tre viene a mancare non c’è riuscita per un artista, perché non c’è riuscita come essere umano.

Virginia-Zanetti Studio terzo per l'estasi nel paesaggio, Bosco di Specchia, 2014.

A - Hai lavorato su un ciclo di “Studi per l’estasi nel paesaggio” sperimentando la partecipazione tua e poi quella dello spettatore ad un contatto globale con ciò che sta intorno. In questi lavori si ha la sensazione che tu abbia scelto "la via di mezzo" disponendo tra l'ontologia dei processi creativi e la forma, lo sguardo altrui, quando questo si prolunga nella dimensione del dialogo.

VZ - Nel 2013 ho iniziato un ciclo di lavoro denominata Studi per l’estasi nel paesaggio, una serie di opere che tentano di approfondire il concetto di non-dualità tra gli individui e il loro paesaggio: la fusione del Sé con l’Altro. In questi lavori ho iniziato la mia performance nel paesaggio classico della Toscana, fino a includere l’intero ambiente in cui la nostra vita si svolge, persone comprese.
Questo primo studio si chiamava Dispositivo di terra in cui ho cercato di fondere il mio corpo con la terra utilizzando un materiale scultoreo (l’argilla) per ‘registrare’ l’azione stessa. L’argilla è stata poi tagliata in tavolette, come facevano le popolazioni più arcaiche per racchiudervi la cosmologia.
Le tavolette sono diventate mezzo di contatto tra il corpo dell’artista e la terra, tra il soggetto e l’oggetto dell’ esperienza.
Nel secondo studio intitolato Il corpo chiede, la performance è stata realizzata in un teatro che è diventato una sorta di paesaggio attivo in cui ho sperimentato il processo di reciproca dipendenza tra pubblico e artista, che sono entrambi ‘mezzi’ per raggiungere una consapevolezza più ampia. L’azione ha coinvolto delle persone che sono state fisicamente e direttamente portate in palcoscenico e sono diventate protagoniste, materia viva e creativa, come opere d’arte esse stesse. Si è sviluppata una intensa esperienza condivisa di transfert, sia nel senso di trasferimento di emozioni sia nel senso etimologico di ‘trasportare’. L’immagine finale dei corpi aveva poi una sua autonomia estetica ed emotiva, derivata dalla relazione tra me e il pubblico.
L’ultimo lavoro della serie Poggiare i piedi dentro l’anima è legato alle 147 persone, per la maggior parte studenti, uccisi nell’assalto dei militanti di al-Shabab all’Università di Garissa, nel nord est del Kenya nel Novembre 2015. Vidi nei giornali le immagini dei loro corpi riversi per terra e così iniziai a pensare ad un lavoro sulla morte e sull’origine della vita. Allo stesso tempo queste immagini mi hanno ricordato le tracce lasciate dalla vita interrotta dall’eruzione vulcanica a Pompei.
Da qui è nata la mia performance collettiva all’interno di un ex lanificio a Porta Capuana, a Napoli, dove ho lavorato con la comunità, africani compresi. In questo spazio ogni singola persona è stata guidata da me a sperimentare il contatto globale con ciò che aveva intorno. In questa azione tutti hanno incontrato la superficie dell’altro attraverso l’ascolto gli uni degli altri, abbandonandosi all’ignoto. Tramite l’utilizzo dell’ argilla le persone hanno messo il loro corpo nella materia fino a scivolare verso terra, dentro l’anima delle cose. Il pubblico ha potuto ripercorrere, attraverso il nostro incontro, i movimenti evolutivi della vita con il proprio corpo e sentirne la consonanza con le dinamiche delle relazioni umane. Gli stadi primordiali della vita sono già memorizzati nella memoria del corpo. Con il transfert ho messo in atto il confitto tra il moto di espansione e quello di dissoluzione, sperimentando sia la dimensione estetica che estatica nel paesaggio. Ciò che si vedeva erano sculture di argilla contenenti le tracce dell’ azione realizzata con me dai corpi riversi sul terreno.
Questa performance l’ho realizzata anche da poco al Serendipity Festival a Goa in India ed ha assunto, ulteriori connotazioni, mi piacerebbe che fossero le persone che hanno partecipato a raccontartela.

Virginia-Zanetti Studio quarto per l'estasi nel paesaggio/Poggiare i piedi dentro l'anima, in the frame of Lucid Sleed, curated by HH Art Space, Serendipity Festival, Goa, 2016

 

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