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Rachele Maistrello
Luca Panaro vs Gabriele Tosi
Centro Pecci Mostre


 

Rachele-Maistrello One of Us Untitled #5, 100cm x 150cm, mounted on PVC, framed, 2016, ed. of 5 plus 2AP {/slideshow}

TU 35 EXPANDED / dibattit​o​ oxfordiano

"La mostra non ha solo un fine espositivo, ma anche quello di stimolare uno spirito critico tramite una serie di "dibattiti oxfordiani". Per dibattit​o​ oxfordiano ​si intende una conversazione​ dialettica​ su uno stesso argomento, in questo caso il lavoro di ​ogni singolo artista, dove due contendenti - i curatori/critici, si confrontano sostenendo tesi opposte, ossia criticando e sostenendo il lavoro di ciascun artista. Si tratta di un esercizio di ​retorica che in questo caso ha come scopo lo sviluppo di un dibattito critico sul lavoro dei giovani artisti​ coinvolti"​.


Luca Panaro - Grazie dell’invito e dell’opportunità di dibattere e prendere parte a questa discussione critica, che ci vede in questo gioco delle parti analizzare l’opera di alcuni artisti che fanno parte della mostra. Iniziamo con il lavoro di Rachele Maistrello, che potete vedere qui al Centro Pecci, opera che si presta a tutta una serie di considerazioni sull’utilizzo delle immagini. Parliamo di una immagine fotografica, del suo esito finale, del suo essere oggetto artistico - ma è una immagine fotografica che presuppone un'azione performativa, un'indagine ed un legame soprattutto con i soggetti rappresentati.
In fondo sempre nella fotografia sussiste un’azione, in questo caso si svolge in una maniera particolare perché interno ad una esperienza, una residenza che ha portato a contatto un gruppo di pittrici dei balcani, con le quali Rachele intrattiene una serie di relazioni che danno origine alla possibilità - in forma di dono, questo è il termine che usa la stessa artista - di regalare un momento di intimità a un gruppo di ragazze.
La serie si intitola “Tutti la chiamano la casa delle ragazze”, lavoro che in seguito darà origine a un libro d'artista. Il progetto implica un impianto scenografico, la possibilità di stare insieme, di costruire all’interno dell’abitazione un angolo per godere momenti di intimità. Una specie di regalo che viene offerto dall’artista a questa piccola comunità e dunque frutto di una partecipazione - non è esclusivamente una messa in scena - non è esclusivamente quindi un lavoro fotografico, nasce da una complicità, da una sorta di empatia che viene a crearsi tra chi realizza l’opera e chi ne è protagonista, il soggetto è di fatto il coautore della stessa. Sono piccole dinamiche che stanno dietro alla processualità, ma si evidenzia anche una dimensione volutamente estetizzante che l’immagine propone, e quindi dal punto di vista iconografico emergono nell’opera caratteristiche particolari che indagano, da un certo punto di vista, la cromia, da un altro punto di vista, la composizione, oltre alla “densità” mi verrebbe da dire, a caratterizzare l’immagine che oggi può stare appesa alle pareti di un museo, ma potenzialmente potrebbe essere una fotografia molto efficace anche se vista sui Social.
Credo che la potenza e forza di queste immagini di Rachele (adesso ne vediamo un’altra), consista nel poter funzionare benissimo anche su Instagram o Tumblr e quindi avere un bacino di fruizione e di utenza senz’altro più allargato rispetto a quello che è il suo essere opera, statica icona all’interno di una istituzione.

Rachele-Maistrello One of Us Untitled, 100cm x 150cm, inkjet print mounted on PVC, framed, 2015, ed. of 5 plus 2AP

Gabriele Tosi - Buonasera, sono Gabriele Tosi e, come ha spiegato prima Cavallucci, il mio ruolo in questo gioco è quello di criticare l'artista, trovare aspetti negativi. Parto però con il dire una cosa positiva: quella di Maistrello è un'immagine ambiziosa per la volontà di confrontarsi con un gruppo di persone, per il confrontarsi con un ambiente che vorrebbe essere sia finto che reale. C'è questa ambiguità tra messa in scena ed evento non costruito che avviene in una casa privata.
Tutte questioni che sembrano facile da gestire in fotografia ma che in realtà non lo sono affatto, sia da un punto di vista tecnico che da un punto di vista delle relazioni. Purtroppo questa ambizione si porta dietro, dal mio punto di vista, una serie di problemi.
Per quanto riguarda la composizione, che tu (Luca) notavi come aspetto positivo, io trovo che cancelli un poco il senso dell'opera. Se si voleva parlare di energie, come a me sembra che questo lavoro voglia parlare: di energie che si liberano in questi ambienti domestici piuttosto che negli spazi collettivi, alla fine devo notare che a livello di composizione questa immagine implode. Tutte queste ragazze stanno una vicina all'altra, sembra che si debbano dare forza. Per quanto riguarda il mettere in scena, con la volontà di costruire un qualcosa che sembri reale, c’è questa dichiarazione di finzione che passa dai vestiti delle ragazze che rendono, per me, la finzione fin troppo palese.
L'atto di vestirle di quei colori, che sono poi i colori dello sfondo, è un puro gioco di estetica e non di racconto. Infine un'altra cosa, come dicevi tu l'opera è parte di una serie. Secondo me quando si affronta questo genere di lavori, forse sarebbe buona cura dell'artista individuare una sola immagine capace di raccontare quel mondo a cui vuol riferirsi. Nel senso: raccontando attraverso 10 immagini, si va a giocare un po’ troppo con quella logica dello slide-show che è poi la logica del social network.
Se invece si vuole tornare a lavorare sull’iconografia, e cioè riassumere in un'immagine le passioni di un mondo complesso perché intimo, privato, anche in gran parte biografico, mi sembra che aiutarsi con la quantità, sia un escamotage troppo facile...

Rachele-Maistrello One of Us Untitled #2, 100cm x 150cm, inkjet print mounted on PVC, framed, 2015, ed. of 3 plus 2AP

Luca Panaro - Per rispondere alle tue critiche mi viene da pensare anzitutto che questa logica del racconto c’è e non c’è, credo sia positivo il fatto che non ci sia un racconto narrato tradizionalmente, perché l’artista sta indagando qualcosa anche rispetto l’uso delle immagini, nel senso che la fotografia odierna non è più soltanto narrazione e racconto ma anche suggestione, non deve raccontare solo una storia. In questo la storia la si può anche paradossalmente ignorare, venendo catturati dall’immagine stessa, la quale ha le caratteristiche di eclettismo che tu sottolineavi, e credo che questo sia uno dei suoi punti di forza, nel senso che i corpi che si intrecciano nello spazio rendono l’immagine particolarmente densa, strutturata diversamente dal punto di vista iconografico, in modo differente rispetto a quello che si faceva un tempo, dove c’era il soggetto che raccontava l’immagine, ed era il punto focale dell’osservatore, tutto il resto spariva.
Qui invece il nostro occhio rimbalza all’interno della fotografia alla ricerca di qualcosa che non è l’informazione didascalica. Chi lavora con le immagini è sottoposto a una serie di logiche che provengono da una sovrastruttura visiva e che ci spinge a produrre fotografie in quantità, per questo motivo volevo parlare soltanto di una immagine di Rachele e non mostrare tutta la serie, proprio perché la sua opera funziona anche singolarmente, non c’è bisogno di vedere le altre immagini, guardandole si potrebbero trovare ricorrenze ma non storie vere e proprie, come se la narrazione fosse concentrata all’interno di una stessa immagine che si distingue dunque per queste caratteristiche. È interessante notare come le immagini fotografiche di Rachele siano in linea con le possibilità che la fotografia sta indagando negli ultimi anni, scrollandosi di dosso quella sorta di background culturale, lo strascico di certa fotografia autoriale che in un certo modo ancora zavorra la freschezza del linguaggio fotografico.

Gabriele Tosi - La tua risposta è assolutamente convincente e risponde punto per punto alle critiche mosse da un punto di vista opposto ed ha, quindi, tutto un senso di esistere. Riagganciandomi però all'ultima cosa che hai detto, continuo a non trovare grande senso, allora, nel grande formato. Se il senso del lavoro è anche quello di togliersi di dosso un certo retaggio della fotografia autoriale, non puoi non considerare che nel contesto della mostra questa diventa proprio una grande fotografia autoriale. Perché, allora, la devi fare così grande?
Se invece la forza dell’immagine sta in questa energia intima, che è l’energia di un gruppo, nessun individuo, nessuno individuabile, il grande formato va proprio nel senso opposto, aggiungendo dettagli e ritratti e diminuendo l'impressione del gruppo.

Luca Panaro - Ho qui il libro sottomano ed effettivamente il problema che sottolinei, trova una risposta nella dimensione del libro, che sprigiona un ritmo differente e soprattutto un taglio più intimo nella forma di libro. Una cosa però che mi suggerisce il tuo discorso, è relativo alla libertà dell’artista nella nostra epoca, di usare le immagini in maniera differente in base alle circostanze. Oggi di grandi dimensioni, domani in miniatura. È talmente plastico lo spazio della fotografia, così fluido l’utilizzo delle immagini, che non ha più senso parlare dell’opera in base a un unico formato.

(segue dibattito con il pubblico)


 

TU 35 EXPANDED
Centro Pecci Mostre  20 luglio / 1 ottobre
Site : Centro Pecci Prato
@ 2017 Artext

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