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Flavio Favelli
La Vetrina dell’Ostensione

 


Quando la mia nonna materna Tosca usciva di casa in inverno passava qualche minuto davanti allo specchio del corridoio, una specie di anticamera che separava la porta d’ingresso da un’altra anticamera della sala. Quest’ultima aveva anch’essa una specchiera a console che serviva anche da supporto per il telefono nero di bachelite e comunicava oltre che con la grande sala, col bagno, la cucina e una camera con dei bei mobili pieni di documenti, una camera difficile da collocare in una classica suddivisione della casa. Davanti allo specchio del corridoio, quindi, indossava spesso il cappotto di astrakan grigio, la sciarpa di seta e il cappello di lana o velluto che sembrava un turbante. Bologna d’inverno negli anni settanta era ancora più fredda e i portici tenevano bene l’umidità. Davanti allo specchio doveva essere sottile il confine fra l’ammirarsi e il controllare che tutto fosse in ordine, Tosca anche se era una donna borghese e di mondo era iscritta all’Azione Cattolica. Non aveva un gran guardaroba, come anche suo marito, ma ogni vestito, il suo taglio, i suoi colori avevano un certo equilibrio un qualcosa che sfiorava l’eternità.

Eterni erano i suoi gioielli che metteva ogni giorno, come il marito, mio nonno, che prima di uscire indossava un grande solitario su oro bianco e naturalmente il ferma anello oltre al fazzoletto umido di acqua di Colonia. Tornato dalla Russia non parlò mai della Guerra. Rifiutò la medaglia al valore, prendeva l’Eucarestia solo il giorno del suo compleanno e quello di Natale, amava i francobolli e le monete e amava le Colonie, le sue scarpe preferite erano bombate, erano inglesi perchè amava l’Impero. Nella grande sala della loro casa in via San Vitale 104 quasi angolo via San Leonardo che portava davanti a Zoologia dell’Università di Bologna tutto era antico e prezioso, solo la televisione –comunque chiusa da due ante scorrevoli del suo mobile- e le bottiglie di liquore erano del XX secolo oltre ad un grande e pesante ciotola di vetro di Murano firmata sotto Seguso; era viola , quasi fucsia con la finestra aperta, forse uno degli oggetti più seducenti che ho mai incontrato nelle mia vita. I loro abiti, la loro casa, i loro arredi, le loro cose, i loro modi, tutto aveva un preciso ordine, erano i pilastri che sostenevano l’intero cosmo e tutto ciò era ancora più deciso per marcare la differenza rispetto ai miei genitori.
Poi tutto precipitò.

I due fratellastri di mio padre dormivano con la retina nera in testa per non sgualcire i capelli. Nessuno in famiglia metteva il nero tranne che per le scarpe come gli stivali di mia madre il giorno del rapimento di Aldo Moro, alti e con la zeppa. Dal tardo pomeriggio d’inverno mio nonno indossava la pesante vestaglia scozzese e una papalina fatta fare azzurra e bianca e stava spesso su una poltrona rivestita con una stoffa crema a fiori azzurri, sopra la sua testa c’era un quadro di un matto che suonava un mandolino su un cavallo ed era di Fortuny. Una volta al Carnevale di Venezia, ero vestito da Zorro, vidi in Piazza San Marco un Arlecchino, ma non era una bambino come me ma un adulto, aveva il cappello, la maschera e la calzamaglia da Arlecchino, ma sopra aveva un paio di mutande nere molto succinte, quasi delle strisce, chiesi a mia madre che mi ammonì e non rispose. Era il diverso, come diverso era il signor Baraldi che abitava al secondo piano di Via Guerrazzi: un signore elegante che aveva sempre gli occhiali scuri, distinto e salutava con cortesia, lo incontrai una volta con mia nonna che mi prese da parte e mi sussurrò che era un invertito.

Per la cresima, che era più sobria della comunione, avevo un cardigan molto audace in lana e camoscio. Ai primi anni dell’Università invece comprai il mio primo completo, era rosa cipria di JPG, quello indossato dai ballerini nel suo video How to do that, era il 1988 e pensavo che ero l’unico che sapeva portare JPG. Era il 1988, c’erano Reagan e Gorbaciov e il mondo stava cambiando, io avevo il 1300 Fiat grigio, sedili in pelle rossa e cambio al volante cromato, alza antenna elettrico e due trombe al clacson. Era l’auto di mio nonno che era morto quattro anni prima. Certe volte mi volevo vestire come lui, ma lui non si sarebbe mai vestito di rosa.

Flavio-Favelli Flavio Favelli  La Vetrina dell'Ostensione V 2012  Maxxi, Roma  foto Sebastiano Luciano



Nel 2001 mi sono messo in vetrina in via Rialto a Bologna e ho cercato di rifare tutto questo. Lo dovevo fare davanti alla strada perchè sarebbe potuto passare anche mio nonno mentre portava a casa il Pane Speziale di Billi. E dovevo espormi perchè queste cose o si fanno in prima persona o non valgono nulla. Vetrina perchè ero in vetrina di un negozio sfitto e volevo mostrare il mio corpo insieme a tutti i miei vestiti. Per il suo matrimonio negli anni ‘20 mia nonna aveva la volpe bianca e una calotta di piume, mio nonno in uniforme e tutto era esposto ed esibito insieme al corpo di Cristo col suo Preziossimo Sangue.
E si dice anche Ostensione.



Flavio-Favelli La Vetrina dell'Ostensione II 2002 via Guerrazzi, Bologna foto Dario Lasagni


Flavio-Favelli La Vetrina dell'Ostensione VI 2014 Oratorio San Filippo Neri, Bologna foto Dario Lasagni



 

Flavio Favelli
La Vetrina dell’Ostensione  2002 / 2012 / 2014
@ 2015 Artext

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