Ken Stanley, Picbreeder (2008 –
2020). Installation View of Strange
Rules, Palazzo Diedo Berggruen
Arts & Culture. Photo credit:
Stefano Matteo.
Strange Rules
Palazzo Diedo
Curato in collaborazione con Adriana Rispoli, il progetto Strange Rules segna un’evoluzione per Palazzo Diedo, che si conferma come spazio in cui pratiche artistiche, umanistiche e tecniche si confrontano entro un campo di indagine sempre più orientato alle infrastrutture della produzione culturale contemporanea.
L’iniziativa si inserisce nell’ambito della cosiddetta Protocol Art, una definizione emergente che non indica uno stile o un movimento, ma un regime di attenzione rivolto alle condizioni operative che rendono possibile l’esperienza estetica nell’ecosistema digitale. In questo senso, l’oggetto dell’arte non coincide più con l’immagine o con l’opera, ma con le regole, i sistemi e le architetture — algoritmiche, computazionali, istituzionali — che ne determinano la produzione, la circolazione e la percezione.
Algoritmi, modelli di intelligenza artificiale, piattaforme e infrastrutture digitali non sono più soltanto strumenti, ma materiali estetici. L’attenzione si sposta dall’autore alla co-produzione tra agenti umani e non umani, e dall’opera come entità autonoma alla configurazione di processi che ne rendono possibile l’emergenza. Strange Rules si colloca così in un campo di ricerca che interroga le trasformazioni strutturali dell’arte contemporanea, laddove la distinzione tra forma e sistema tende a dissolversi.
Una pubblicazione accompagna il progetto, proponendo una prima ricognizione sistematica della Protocol Art come campo di studio ancora in formazione.
L’architettura storica di Palazzo Diedo viene attivata come dispositivo dinamico di produzione e riflessione. Il piano terra ospita una nuova commissione di Mat Dryhurst e Holly Herndon in collaborazione con lo studio SUB, mentre si configura simultaneamente come hub per conferenze, performance, proiezioni e produzioni sonore, coinvolgendo direttamente il pubblico in un ambiente di interazione continua tra presenza, dato e risposta.
Ken Stanley, Picbreeder
(2008-2020). Installation
View of Strange Rules,
Palazzo Diedo Berggruen Arts
& Culture. Photo credit: Joan
Porcel.
L’opera, LUR (Public Gods), articola una costellazione di agenti software autonomi che operano all’interno di un sistema di generazione di codice e memoria collettiva, in cui l’interazione dei visitatori contribuisce a definire le traiettorie evolutive del sistema stesso entro parametri stabiliti dagli artisti. Il processo espositivo si configura così come ambiente di addestramento reciproco tra umani e macchine, in cui la distinzione tra input e produzione tende a diventare indistinta.
Al piano superiore, la mostra si sviluppa come una costellazione di lavori che esplorano differenti declinazioni della Protocol Art: sistemi evolutivi di generazione delle immagini, come Picbreeder di Ken Stanley, piattaforme di selezione partecipativa basate su reti neurali compositive; esperimenti neurotecnologici come Workdoid di Agnieszka Kurant, che indaga forme di comunicazione pre-linguistica tra menti connesse; e dispositivi immersivi come Voyager di Trevor Paglen, in cui intelligenza artificiale, biometria e narrazione convergono in un sistema adattivo di modulazione percettiva.
Accanto a queste opere si dispiegano lavori di Fabien Giraud, Ho Tzu Nyen, Lorenzo Senni e Avery Singer, che articolano ulteriormente il rapporto tra immagine, infrastruttura e temporalità algoritmica. L’insieme non costruisce una narrazione coerente, ma una zona di interferenza tra sistemi eterogenei di produzione del senso.
Particolare rilievo assume la grande scultura di Philippe Parreno, The Diambulist Himself, concepita per lo spazio veneziano e destinata a permanere nella sede espositiva. Due cavi elettrificati attraversano la sala come linee infrastrutturali sospese, trasformando lo spazio in un campo di tensione percettiva in cui la luce non funziona più come semplice condizione di visibilità, ma come modulazione attiva dell’ambiente sensoriale.
Picbreeder , developed by Kenneth O.
Stanley and collaborators.
Nel loro insieme, le opere delineano una ridefinizione dell’esperienza estetica come processo regolato. Ciò che viene messo in evidenza non è la singolarità dell’opera, ma la struttura protocollare che ne consente l’emergenza. In questo senso, la mostra non tematizza la tecnologia come contenuto, ma come forma di organizzazione del visibile.
Il Palazzo diventa così un’interfaccia operativa: uno spazio in cui la storicità architettonica e la logica computazionale coesistono senza sintesi, producendo un regime di esposizione che non si limita a presentare opere, ma configura condizioni di accesso, interazione e risposta.
Parallelamente, il programma espositivo si estende alla mostra Unfinished, dedicata a Ceal Floyer e curata da Ann Gallagher e Jonathan Watkins. Video, fotografie, installazioni sonore e ready-made articolano una pratica basata su slittamenti percettivi, doppi sensi e minime deviazioni semantiche che mettono in crisi le certezze dell’esperienza quotidiana.
Se Strange Rules insiste sulla dimensione infrastrutturale dell’estetico, Unfinished opera invece su un registro di disallineamento linguistico e percettivo, introducendo una forma di instabilità critica che agisce a livello del significato stesso.
Mat Dryhurst & Holly Herndon with
Double-Headed Planaria by Michael Levin,
Installation View of Strange Rules, Palazzo
Diedo Berggruen Arts & Culture. Photo
credit: David Levene.
Strange Rules
Un Glossario
Algorithm
Istruzioni su come eseguire un'azione o prendere decisioni per raggiungere un determinato obiettivo.
Adriana Rispoli
Partiamo dalla parola più inflazionata del presente. “Algoritmo” è diventato quasi sinonimo di potere invisibile. Lo si evoca come qualcosa che organizza gusti, desideri, economie dell’attenzione. Ma, tecnicamente, un algoritmo non è altro che una sequenza di istruzioni orientate verso un obiettivo. Cosa accade quando l’arte decide di lavorare direttamente con queste strutture?
Mat Dryhurst
L’errore più comune consiste nel considerare l’algoritmo come un’entità autonoma, quasi metafisica. In realtà un algoritmo incorpora sempre intenzioni, incentivi, priorità politiche. È governance tradotta in procedura. Quando osserviamo piattaforme che organizzano il comportamento culturale — cosa ascoltiamo, chi vediamo, cosa emerge e cosa scompare — stiamo osservando scelte implementate in forma tecnica. La Protocol Art opera a questo livello: non tanto sull’immagine prodotta, ma sulle condizioni che rendono quell’immagine possibile.
Holly Herndon
Mi interessa pensare agli algoritmi come ambienti relazionali. Quando lavoriamo con sistemi vocali o modelli generativi, non stiamo costruendo macchine isolate. Stiamo progettando sistemi dentro cui persone e agenti computazionali imparano reciprocamente. La questione è: chi definisce le regole dell’interazione? E chi viene escluso da quel processo?
Hans Ulrich Obrist
Molti artisti del Novecento hanno già riflettuto sulle istruzioni come forma artistica. Penso alle pratiche concettuali, a Sol LeWitt, dove l’opera esisteva come sistema di esecuzione. Oggi, però, l’algoritmo non organizza soltanto l’opera: organizza la realtà sociale stessa. Questo cambia radicalmente il ruolo dell’arte.
Trevor Paglen,Voyager , 2026. Hypnotic audio scripts,
biofeedback software, pulse sensor, isolation booth,
headphones, dimensions variable. Photo by Trevor Paglen,
copyright Trevor Paglen, Courtesy of the artist and Jessica
Silverman Gallery, San Francisco and Pace Gallery, New York
Base model
La versione originale e generica di un'intelligenza artificiale.
Adriana Rispoli
Un base model è la versione originaria, generalista, di un sistema di intelligenza artificiale. Ma forse la questione interessante è un’altra: esiste davvero qualcosa di “neutrale” all’origine di un modello?
Mat Dryhurst
No, e credo sia fondamentale chiarirlo. Ogni modello incorpora già valori culturali, dati storici, squilibri geopolitici. Il cosiddetto modello “generale” è spesso il risultato di enormi processi di estrazione di dati, provenienti da contesti linguistici e culturali molto specifici. Parlare di universalità è spesso un modo per nascondere una posizione di potere.
Holly Herndon
Per questo abbiamo lavorato molto sull’idea di modelli costruiti collettivamente. Con The Call, ad esempio, il punto non era usare un modello dato, ma creare un ecosistema vocale condiviso. Se un modello apprende da una comunità reale, allora emergono domande etiche completamente diverse: consenso, partecipazione, proprietà culturale.
Hans Ulrich Obrist
Mi sembra interessante collegare questo discorso alla storia delle avanguardie. Esiste una lunga tradizione di critica all’universalismo nelle arti. Pensiamo al modernismo: spesso si presentava come linguaggio universale, ma era profondamente situato. Forse oggi il base model rappresenta una nuova forma di universalismo da interrogare criticamente.
Blockchain
Un registro digitale condiviso di informazioni che memorizza i dati come una catena di blocchi in modo trasparente e sicuro.
Adriana Rispoli
La blockchain è stata spesso raccontata in termini utopici: decentralizzazione, trasparenza, autonomia dai sistemi centralizzati. Nel mondo dell’arte, però, il discorso si è rapidamente ridotto alla speculazione sugli NFT.
Mat Dryhurst
Ed è stato un peccato. La blockchain è interessante non tanto come mercato, quanto come infrastruttura di coordinamento. Offre modi alternativi di distribuire fiducia, proprietà e governance. La domanda è: possiamo costruire ecosistemi culturali più equi? Oppure stiamo semplicemente riproducendo vecchie gerarchie in forma nuova?
Holly Herndon
Per me è sempre stato importante distinguere la tecnologia dalle narrazioni speculative che la circondano. Molte comunità artistiche hanno iniziato a chiedersi come remunerare contributi collettivi, come riconoscere forme diffuse di partecipazione. Questi strumenti potrebbero servire a questo — almeno in teoria.
Hans Ulrich Obrist
Storicamente, ogni nuova tecnologia culturale produce sia emancipazione sia appropriazione economica. È accaduto con il cinema, con Internet, con la fotografia. La blockchain forse attraversa oggi la stessa tensione.
Stephanie Dinkins, Not The Only One (NTOO). Courtesy of the artist.
Chatbot
Un sistema di risposta automatica che risponde alle domande di una persona in base alle informazioni in suo possesso.
Adriana Rispoli
La figura del chatbot sembra aver normalizzato il dialogo con le macchine. Ma cosa significa, culturalmente, parlare con un sistema che simula comprensione?
Holly Herndon
La simulazione non è necessariamente il problema. Anche gli strumenti musicali sono mediazioni. La vera questione è: come viene costruita la relazione? Un chatbot non è mai neutrale: riflette dati, norme linguistiche, valori impliciti. E soprattutto, spesso produce un’illusione di neutralità.
Mat Dryhurst
Mi interessa la dimensione sociale del chatbot. Sempre più persone si relazionano a sistemi conversazionali come se fossero soggetti. Questo modifica il nostro rapporto con conoscenza, autorità, fiducia. Chi controlla quei sistemi controlla in parte anche la forma della conversazione pubblica.
Hans Ulrich Obrist
La conversazione è sempre stata centrale nella produzione culturale. Penso alle interviste, ai dialoghi, alle pratiche collaborative. Oggi emerge una nuova figura: la conversazione sintetica. L’arte deve interrogarsi su cosa significhi.
Coding
Scrittura/generazione del funzionamento interno di un qualsiasi dispositivo elettronico.
Adriana Rispoli
Per lungo tempo il codice è stato considerato una competenza specialistica. Oggi sembra diventato una forma diffusa di alfabetizzazione culturale.
Mat Dryhurst
Il codice è una forma di scrittura politica. Ogni sistema digitale è il risultato di decisioni implementate. Per questo credo sia importante che gli artisti comprendano almeno le logiche fondamentali della programmazione. Non per diventare ingegneri, ma per poter intervenire criticamente.
Holly Herndon
E anche per immaginare forme diverse di collaborazione. L’idea romantica dell’artista isolato è sempre meno sostenibile. Molti progetti oggi richiedono competenze distribuite: musicisti, sviluppatori, designer, ricercatori.
Hans Ulrich Obrist
Questo richiama molte pratiche storiche interdisciplinari, dal Bauhaus fino a E.A.T. (Experiments in Art and Technology). La collaborazione tecnica non riduce l’arte: ne espande il campo.
Ayoung Kim,Dancer in the Mirror Field, 2025. Commissioned
by M+ Hong Kong and Powerhouse Sydney, Image courtesy of
the artist.
Agentic coding
Programmare software in modo che agisca in maniera sempre più indipendente e adatti il proprio codice per raggiungere un obiettivo.
Adriana Rispoli
Con agentic coding entriamo in una zona più instabile: software che possono modificare autonomamente il proprio comportamento per raggiungere un obiettivo.
Mat Dryhurst
Qui emerge una questione cruciale: l’autonomia. Ma credo sia utile smontare certe retoriche fantascientifiche. Questi sistemi non sono autonomi nel senso umano del termine; operano dentro parametri definiti. Tuttavia possono produrre effetti imprevisti.
Holly Herndon
Per me è interessante pensare a questi agenti come collaboratori problematici. Non sostituti dell’umano, ma entità che introducono deviazioni. A volte l’imprevisto è produttivo.
Hans Ulrich Obrist
L’arte ha sempre lavorato con sistemi parzialmente incontrollabili: caso, performance, improvvisazione. Forse oggi la domanda è come curare l’imprevisto algoritmico.
Lorenzo Senni, It Oscillates.
Courtesy of the artist.
Vibe coding
Programmazione intuitiva, veloce e orientata direttamente al risultato.
Adriana Rispoli
Il termine sembra quasi ironico: vibe coding. Programmare seguendo intuizione e sperimentazione, invece di procedure rigidamente strutturate.
Holly Herndon
Mi piace perché restituisce qualcosa dell’esperienza artistica. Non tutto nasce da pianificazione razionale. Anche nei sistemi computazionali esiste spazio per intuizione, ascolto, tentativo.
Mat Dryhurst
Ma attenzione a romanticizzarlo troppo. L’intuizione funziona solo se sostenuta da infrastrutture solide. Dietro la spontaneità ci sono sempre protocolli.
Hans Ulrich Obrist
È una tensione classica: struttura e improvvisazione. Molte pratiche artistiche contemporanee operano proprio lì.
Compositional Pattern Producing Network (CPPN)
Sistema che crea immagini e forme basandosi su formule matematiche anziché copiando fotografie.
Adriana Rispoli
I CPPN generano immagini non copiando fotografie, ma traducendo formule matematiche in forme visive.
Mat Dryhurst
È affascinante perché mostra come la rappresentazione possa emergere da regole astratte. Non si tratta di imitare il mondo, ma di produrre possibilità formali.
Holly Herndon
In un certo senso ricordano la composizione musicale: strutture invisibili che diventano esperienza sensibile.
Hans Ulrich Obrist
E ci ricordano che ogni immagine possiede sempre una grammatica nascosta.
Context coding
Sfrutta il contesto, ovvero le informazioni circostanti, per guidare la scrittura e l'esecuzione del codice.
Adriana Rispoli
Se il codice è stato a lungo immaginato come qualcosa di astratto, quasi separato dal mondo, il context coding introduce una variabile decisiva: il contesto. Il sistema non opera in isolamento, ma interpreta e modifica il proprio comportamento sulla base delle condizioni circostanti.
Mat Dryhurst
È un passaggio importante perché ci obbliga a smettere di pensare alla tecnologia come qualcosa di statico. I sistemi contemporanei non eseguono semplicemente istruzioni: leggono ambienti, correlano segnali, si adattano. Questo produce una situazione culturale nuova, in cui il comportamento di un’infrastruttura dipende continuamente dal contesto in cui è immersa.
Holly Herndon
Per me questa dimensione è molto concreta. Quando lavoriamo con modelli vocali, il contesto è sempre determinante: chi sta parlando, con quale intenzione, dentro quale spazio relazionale. Una voce non esiste mai isolata. Anche una macchina che interpreta una voce sta già partecipando a un ecosistema sociale.
Hans Ulrich Obrist
Mi colpisce quanto questa idea riecheggi certe pratiche artistiche site-specific. Pensiamo a opere che cambiano significato a seconda del luogo o del pubblico. Oggi, però, il contesto diventa qualcosa che il sistema stesso può leggere e rielaborare.
Fabien Giraud, The Final Epoch 1 (2025 –
2026) Installation View of Strange Rules,
Palazzo Diedo Berggruen Arts & Culture.
Photo credit: David Levene
Embedding
Tradurre i dati in elenchi di numeri affinché un computer possa comprenderli.
Adriana Rispoli
Tra i termini più tecnici del lessico dell’IA, embedding forse è anche uno dei più poetici: trasformare parole, immagini o dati in coordinate numeriche affinché possano essere comprese da una macchina.
Holly Herndon
Sì, ma proprio qui emerge una questione quasi filosofica. Cosa significa tradurre esperienza, linguaggio o memoria in vettori matematici? Da un lato è una compressione radicale; dall’altro rende possibile una nuova forma di relazione tra cose apparentemente lontane.
Mat Dryhurst
L’embedding è una tecnologia culturale, non solo computazionale. In pratica, organizza prossimità semantiche. Decide quali concetti stanno vicini e quali lontani. E questo implica sempre una politica della rappresentazione. Nessuna traduzione numerica è neutrale.
Hans Ulrich Obrist
Mi sembra interessante pensarlo in relazione alla storia dell’atlante visivo, da Aby Warburg in avanti. Anche lì esisteva un tentativo di creare relazioni tra immagini, tempi e culture differenti. Oggi, forse, i sistemi computazionali costruiscono nuovi atlanti — ma automatizzati.
Adriana Rispoli
In Strange Rules, molte opere sembrano lavorare precisamente su questo slittamento: mostrare come le strutture invisibili della computazione riconfigurino la nostra esperienza del mondo sensibile.
Agnieszka Kurant, Recursivity 3
(2024/2026). Photo by Alex Yudzon, Courtesy
the artist and Marian Goodman Gallery.
Hallucination
Modello di intelligenza artificiale in grado di produrre con sicurezza informazioni che sembrano plausibili ma sono errate o inventate.
Adriana Rispoli
L’“allucinazione” di un modello: il momento in cui l’intelligenza artificiale produce contenuti plausibili ma falsi, costruendo sicurezza là dove manca conoscenza.
Mat Dryhurst
È un termine interessante perché rischia di antropomorfizzare eccessivamente il sistema. Non si tratta di immaginazione nel senso umano; è piuttosto un problema statistico. Il modello prevede una continuazione probabile e, talvolta, produce una coerenza apparente che non corrisponde alla realtà.
Holly Herndon
Ma forse possiamo anche interrogarci su cosa questa parola riveli di noi. La cultura umana è piena di narrazioni costruite, interpretazioni, mitologie. In fondo conviviamo da sempre con sistemi imperfetti di produzione del significato.
Hans Ulrich Obrist
L’arte stessa ha spesso lavorato sull’ambiguità, sulla finzione, sull’invenzione critica. Il problema emerge quando un sistema si presenta come neutrale o autorevole. L’allucinazione diventa pericolosa quando coincide con una promessa di verità.
Adriana Rispoli
Forse, allora, la questione non riguarda soltanto l’errore della macchina, ma le istituzioni di fiducia che costruiamo attorno a essa.
Host
Sistema o ambiente (come un server o un'applicazione) che esegue il modello e ne gestisce gli input e gli output.
Adriana Rispoli
L’host è l’ambiente che ospita un sistema: il server, la piattaforma, l’infrastruttura che rende possibile il funzionamento di un modello.
Mat Dryhurst
Ed è un termine molto politico, perché spesso dimentichiamo che ogni modello dipende da infrastrutture materiali enormi: energia, data center, governance tecnica, proprietà privata. L’illusione del digitale come qualcosa di immateriale è profondamente fuorviante.
Holly Herndon
Mi interessa molto questa dimensione fisica. Anche quando lavoriamo con sistemi apparentemente astratti, c’è sempre un corpo infrastrutturale dietro: lavoro umano, risorse, dispositivi. Nulla accade nel vuoto.
Hans Ulrich Obrist
La storia dell’arte ci insegna che i supporti contano sempre. Dalla tela al cinema, fino al browser. Forse oggi dovremmo imparare a guardare le infrastrutture digitali come nuovi supporti culturali.
Philippe Parreno, The
Diambulist Humself (2026).
Installation View of Strange Rules,
Palazzo Diedo Berggruen Arts &
Culture. Photo credit: David
Levene
Large Language Model (LLM)
Sistema di intelligenza artificiale addestrato su enormi quantità di testo per comprendere e generare un linguaggio simile a quello umano.
Adriana Rispoli
Il modello linguistico di grandi dimensioni è probabilmente il simbolo dell’attuale immaginario sull’intelligenza artificiale: sistemi addestrati su enormi quantità di testo capaci di produrre linguaggio apparentemente umano.
Holly Herndon
La parola chiave è “apparentemente”. Il linguaggio prodotto da questi sistemi è impressionante, ma spesso tendiamo a proiettarvi intenzionalità o coscienza. Quello che vediamo è una sofisticata capacità di correlazione.
Mat Dryhurst
Tuttavia sarebbe un errore minimizzarne l’impatto culturale. Gli LLM stanno ridefinendo educazione, creatività, lavoro cognitivo. Cambiano il rapporto tra sapere e accesso al sapere.
Hans Ulrich Obrist
Mi interessa la loro dimensione archivistica. Sono macchine costruite sulla memoria culturale collettiva, anche se spesso in forma opaca. La domanda è: chi decide cosa entra nell’archivio?
Adriana Rispoli
E, di conseguenza, chi decide quali voci rimangono periferiche o invisibili?
Model training
Addestrare un'IA fornendole grandi quantità di dati e modificandola per migliorarne i risultati.
Adriana Rispoli
Addestrare un modello significa nutrirlo con grandi quantità di dati affinché impari schemi e relazioni. Ma il verbo stesso — “training” — suggerisce un’idea di disciplina.
Mat Dryhurst
Assolutamente. Ogni modello viene formato attraverso un processo di selezione e normalizzazione. Quali dati consideriamo validi? Quali comportamenti premiamo? L’addestramento è sempre un processo normativo.
Holly Herndon
Ed è proprio qui che emerge il problema della collaborazione. Chi partecipa al training? Chi dà consenso? Se usiamo voci umane, archivi culturali o pratiche collettive, allora dobbiamo immaginare modelli più etici di partecipazione.
Hans Ulrich Obrist
Esiste un parallelo con l’apprendistato artistico. Anche gli artisti si formano attraverso archivi, influenze, imitazioni. Forse oggi stiamo assistendo a nuove forme di pedagogia non umana.
Avery Singer, Untitled (Vanessa),
2026. Acrylic on canvas stretched
over aluminium panel. Courtesy the
artist and Hauser & Wirth.
Neural network
L'intelligenza artificiale è composta da strati interconnessi di unità semplici che lavorano insieme per riconoscere schemi e fare previsioni a partire dai dati.
Adriana Rispoli
La rete neurale prende il nome dal cervello umano, pur funzionando in modo molto diverso. È composta da unità connesse che apprendono riconoscendo pattern.
Holly Herndon
Trovo sempre utile ricordare che si tratta di una metafora. Il rischio è attribuire ai sistemi proprietà che non possiedono. Ma la metafora resta potente perché parla di connessione, relazione, apprendimento distribuito.
Mat Dryhurst
E forse proprio questa struttura relazionale rende le reti neurali interessanti artisticamente. Non sono semplicemente macchine esecutive: costruiscono rappresentazioni probabilistiche del mondo.
Hans Ulrich Obrist
Questo mi fa pensare alle reti culturali, alle genealogie artistiche. Nessuna pratica nasce isolata; ogni opera emerge da un sistema di influenze.
Non-Fungible Token (NFT)
Un NFT è un certificato di proprietà digitale, non l'immagine o il file stesso.
Adriana Rispoli
L’NFT è stato forse il primo incontro massivo tra arte contemporanea e blockchain, anche se spesso ridotto a fenomeno speculativo.
Mat Dryhurst
Il problema è che l’attenzione si è concentrata sul prezzo invece che sulle infrastrutture. Un NFT non è l’opera: è un certificato di proprietà. Ma potrebbe anche essere un meccanismo per redistribuire valore, riconoscere contributi, costruire economie culturali differenti.
Holly Herndon
Molte comunità artistiche hanno cercato di usare questi strumenti in modi più cooperativi, non soltanto commerciali. La domanda resta aperta: possiamo immaginare sistemi economici più giusti per la cultura?
Hans Ulrich Obrist
Come sempre nella storia dell’arte, una tecnologia inizialmente controversa potrebbe trovare forme d’uso ancora impreviste.
Trevor Paglen, Voyager (2026)
Installation View of Strange Rules,
Palazzo Diedo Berggruen Arts & Culture.
Photo credit: Joan Porcel.
Prompt
L'input che fornisci (come una domanda o un'istruzione) indica al modello cosa vuoi che risponda.
Adriana Rispoli
Forse nessun termine descrive meglio il presente culturale quanto prompt. Una parola semplice — istruzione, suggerimento, domanda — diventata improvvisamente centrale. Nell’era generativa, il prompt sembra sostituire il gesto creativo stesso.
Mat Dryhurst
Credo sia utile complicare questa idea. Il prompt non è semplicemente un comando; è una negoziazione con un sistema probabilistico. Quando scrivi un prompt, stai cercando di orientare una macchina verso un comportamento desiderato, ma senza poterlo controllare completamente.
Holly Herndon
Per me il prompt assomiglia a una partitura musicale. Non determina rigidamente il risultato; apre uno spazio di interpretazione. E questo cambia anche la figura dell’autore. La creatività diventa meno legata alla produzione diretta e più alla costruzione di condizioni.
Hans Ulrich Obrist
È interessante perché riecheggia molte pratiche artistiche del Novecento basate sulle istruzioni, sulla delega, sulla coreografia del possibile. Penso a Fluxus, alle pratiche partecipative, all’arte concettuale. Ma oggi il destinatario dell’istruzione non è solo umano.
Adriana Rispoli
Forse Prompt the Sense, il titolo di questo numero, suggerisce proprio questo slittamento: non imporre un significato, ma predisporre le condizioni perché qualcosa emerga.
Protocol
Un insieme di regole fondamentali che modellano il modo in cui i sistemi si comportano, interagiscono e creano significato nel tempo.
Adriana Rispoli
Se l’algoritmo organizza un’azione, il protocollo definisce le regole del comportamento di un sistema nel tempo. È una struttura invisibile che determina possibilità e limiti.
Mat Dryhurst
Esatto. E penso che il termine sia cruciale perché ci costringe a guardare upstream — a monte dei contenuti. Le piattaforme non sono neutrali perché operano secondo protocolli specifici: incentivi economici, meccanismi di ranking, modelli di visibilità. Queste strutture modellano la cultura molto prima che un’immagine venga prodotta.
Holly Herndon
La questione è che spesso i protocolli sono invisibili finché non si rompono. Ci accorgiamo delle infrastrutture solo quando falliscono. Una parte importante del nostro lavoro consiste nel renderle percepibili.
Hans Ulrich Obrist
Storicamente, l’arte ha spesso avuto questa funzione: rendere visibile ciò che organizza silenziosamente la vita collettiva. Pensiamo alla critica istituzionale degli anni Settanta. Oggi forse il museo stesso deve imparare a interrogare i protocolli digitali che strutturano l’esperienza.
Adriana Rispoli
E in questo senso Strange Rules funziona quasi come un dispositivo curatoriale di esposizione dei protocolli stessi.
Stephanie Dinkins, Not The Only One
(NTOO). Courtesy of the artist.
Protocolart
Mezzo che opera a monte dei media: lavora a livello dei sistemi sottostanti che li producono, concentrandosi sulle regole, gli incentivi e gli standard che plasmano il modo in cui la cultura viene creata e condivisa.
Adriana Rispoli
Arriviamo al centro della questione. Protocol Art: una pratica che non lavora primariamente sull’oggetto artistico, ma sui sistemi che ne rendono possibile produzione, circolazione e percezione.
Mat Dryhurst
Per me la Protocol Art riguarda un cambio di scala. Per lungo tempo l’arte si è concentrata sul contenuto visibile — immagine, oggetto, rappresentazione. Oggi, invece, molte delle forze che modellano la cultura operano prima del contenuto: piattaforme, dataset, incentivi, infrastrutture tecniche. Se vogliamo comprendere il presente, dobbiamo lavorare lì.
Holly Herndon
Ma non significa abbandonare esperienza o sensibilità. Anzi. L’obiettivo non è produrre un’estetica fredda o tecnocratica. È comprendere come le condizioni invisibili influenzino emozione, relazione, immaginazione collettiva.
Hans Ulrich Obrist
Mi sembra importante sottolineare che questa pratica non nasce dal nulla. Possiamo leggerla dentro una genealogia che include cybernetica, arte concettuale, institutional critique, pratiche partecipative e arte dei media. Ma ciò che cambia oggi è la scala infrastrutturale del problema.
Adriana Rispoli
Anche Palazzo Diedo, in questo senso, diventa qualcosa di più di uno spazio espositivo: un ambiente di sperimentazione. Una piattaforma temporanea dove conferenze, podcast, performance e installazioni producono un ecosistema anziché una semplice mostra.
Mat Dryhurst
Esatto. Non volevamo semplicemente esporre opere. Volevamo costruire un ambiente in cui il pubblico potesse percepire le condizioni della cultura contemporanea.
Fabien Giraud, The Feral – Epoch 1 (2025–2026) from
The Feral, 2025–3025, a project initiated by Fabien
Giraud, co-founded with Anne Stenne.
Single-channel video, machine learning and generative
AI, colour, sound, no fixed duration
Courtesy of the artist.
Repository
Archivio digitale condiviso per conservare e sviluppare codice.
Adriana Rispoli
Un repository è, letteralmente, un deposito di codice. Ma forse possiamo pensarlo come una nuova forma di archivio culturale.
Holly Herndon
Sì, e con una caratteristica fondamentale: non conserva soltanto risultati, ma processi. Un repository mostra come qualcosa è stato costruito, modificato, discusso.
Mat Dryhurst
Per questo mi interessa molto il rapporto tra repository e trasparenza. Nelle culture open source, condividere il processo è una forma di responsabilità collettiva.
Hans Ulrich Obrist
L’arte contemporanea ha spesso privilegiato il risultato finale. Oggi forse assistiamo a uno spostamento verso archivi viventi, aperti, continuamente riscrivibili.
Smart contract
Contratto automatico che si esegue senza intervento umano.
Adriana Rispoli :
Il contratto intelligente: un accordo che si esegue automaticamente, senza mediazione umana.
Mat Dryhurst
È un’idea potente perché introduce fiducia computazionale. Ma dobbiamo essere cauti: automatizzare non significa necessariamente democratizzare. Anche gli smart contract riflettono scelte di design e rapporti di potere.
Holly Herndon
Mi interessa la possibilità di usarli per redistribuire valore culturale. In ambito musicale o artistico potrebbero rendere più visibili contributi spesso invisibilizzati.
Hans Ulrich Obrist
Storicamente, il mondo dell’arte ha funzionato attraverso opacità contrattuali. Forse questi strumenti aprono possibilità nuove — pur con tutte le loro ambiguità.
Fabien Giraud, The Feral – Epoch 1 (2025–2026) from The Feral,
2025–3025, a project initiated by Fabien Giraud, co-founded with
Anne Stenne. Single-channel video, machine learning and
generative AI, colour, sound, no fixed duration.
Courtesy of the artist.
Training set
Raccolta di dati di esempio utilizzati per insegnare a un'intelligenza artificiale come riconoscere schemi e fare previsioni.
Adriana Rispoli
Il training set è il corpus di dati utilizzato per addestrare un modello. In altre parole: ciò da cui la macchina impara.
Mat Dryhurst
E qui emerge una questione politica enorme. Quali immagini? Quali lingue? Quali storie? Ogni dataset è una selezione culturale.
Holly Herndon
Per questo insistiamo tanto sull’idea di consenso e partecipazione. Se le persone contribuiscono a un modello, allora dovrebbe esistere una forma di riconoscimento reciproco.
Hans Ulrich Obrist
Mi sembra una nuova versione della questione dell’archivio: chi viene incluso nella memoria collettiva e chi resta invisibile?
Upstream
Lo strato nascosto al di sotto del contenuto visibile. Il luogo in cui vengono create le regole, i sistemi e i protocolli che plasmano i media.
Adriana Rispoli
L’ultimo termine forse è anche il più importante. Upstream: ciò che sta a monte, sotto la superficie del contenuto visibile. Il luogo dove protocolli, standard e sistemi vengono definiti.
Mat Dryhurst
È lì che oggi si esercita gran parte del potere culturale. Se guardiamo soltanto ai contenuti — immagini, post, video — arriviamo troppo tardi. Le vere decisioni vengono prese upstream, nel design delle infrastrutture.
Holly Herndon
E forse il compito dell’arte è proprio questo: rendere sensibile ciò che normalmente rimane invisibile. Dare forma estetica a sistemi astratti.
Hans Ulrich Obrist
L’arte ha sempre cercato di anticipare trasformazioni culturali profonde. Forse oggi una delle sue funzioni è aiutarci a leggere i sistemi che stanno già riscrivendo il presente.
Adriana Rispoli
In fondo, Strange Rules non propone risposte definitive sull’intelligenza artificiale. Invita piuttosto a cambiare scala dello sguardo: non limitarsi alle immagini che produciamo, ma interrogare le regole che rendono quelle immagini pensabili. Forse è proprio qui che la Protocol Art incontra il proprio compito critico: non rappresentare il mondo digitale, ma renderne visibili le condizioni operative.
Installation view, Strange Rules, Palazzo Diedo, Venice, 2026. Architecture: SUB, led by Niklas Bildstein Zaar. Photo: Courtesy of Palazzo Diedo and Berggruen Arts & Culture.