Rirkrit Tiravanija untitled 2026 (demo station no. 9), 2026 Veduta dell’installazione, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026 Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano Foto Agostino Osio
Pirelli HangarBicocca Rirkrit Tiravanija
In Pirelli HangarBicocca la retrospettiva, “The House That Jack Built”, a cura di Lucia Aspesi e Vicente Todolí, porta all’attenzione del pubblico la trentennale ricerca dall’artista intorno alla pratica spaziale e architettonica. Il titolo fa riferimento alla celebre filastrocca inglese ottocentesca, strutturata come una narrazione ripetitiva e cumulativa: pur chiamandosi La casa che Jack ha costruito, non racconta la storia della casa né di chi l’ha edificata. Piuttosto, rivela come essa sia indirettamente connessa e interagisca con tutte le altre persone o cose che la circondano. Evocandola, Tiravanija vuole mettere in luce il suo rapporto con le questioni di autorialità, da sempre presenti nella sua poetica, concependo gli edifici come piattaforme il cui valore è determinato dall’uso e dalle persone che li abitano, non dalla loro forma né da chi li ha progettati.
Il progetto espositivo riunisce per la prima volta la più ampia selezione di opere architettoniche realizzate dall’artista, molte delle quali sono ispirate a edifici iconici firmati da grandi maestri, legati al Modernismo, come Sigurd Lewerentz, Le Corbusier, Rudolf Michael Schindler, Frederick Kiesler, Jean Prouvé, Carlo Scarpa e Philip Johnson. Attraverso queste strutture, Tiravanija rilegge le icone moderniste alterandone la funzione originaria mediante attivazioni collettive e inserendole in contesti radicalmente diversi, aprendo così nuove possibilità di uso, relazione e significato. Il percorso espositivo si sviluppa come una sequenza cinematografica: una successione di scenari da attraversare, esplorare e abitare in cui il visitatore diventa protagonista. In alcune installazioni, infatti, tra i materiali indicati compare la dicitura “a lot of people”. Affidarsi a “tanta gente” per dare vita all’opera significa accettare la possibilità di interruzioni e imprevisti: ciò che accade potrebbe non corrispondere a ciò che esisteva fino a quel momento. La mostra non si propone dunque come un mausoleo di opere emblematiche del passato, ma come un formato partecipativo attivo in cui le forme vengono riattivate ogni volta da presenze e circostanze diverse.
JRirkrit Tiravanija untitled 2002 (he promised), 2026Veduta dell’installazione, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026 Copia espositiva da untitled 2002 (he promised), 2002, Solomon R. Guggenheim Museum, New York
Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano Foto Agostino Osio
Rirkrit Tiravanija
The House That Jack Built
«Credo che il gioco sia
una forma di creatività,
amplifica l’attenzione
e l’osservazione. Mi piace
pensare che nel mio lavoro
sia possibile far coesistere
azione e riflessione su
uno stesso palcoscenico,
che include tutto; non uno
spazio di distanziamento,
ma di attivazione.»
Rirkrit Tiravanija
untitled 2026 (demo station no. 9), 2026
Una spirale in legno accoglie i visitatori all’ingresso della mostra, introducendo
fin da subito la dimensione partecipativa e dinamica che
è alla base del lavoro di Tiravanija. La struttura è un richiamo diretto
alla Raumbühne, lo spazio scenico realizzato nel 1924 dall’architetto
austriaco Friedrich Kiesler (1890-1965) in occasione della “Mostra
Internazionale delle Nuove Tecniche Teatrali” alla Konzerthaus di
Vienna. Influenzato dalle ricerche dell’avanguardia berlinese e del
teatro della Rivoluzione russa, Kiesler mirava a superare i limiti del
palcoscenico tradizionale, introducendo un’innovazione radicale
dello spazio teatrale e rompendo la separazione convenzionale tra
scena e pubblico.
La combinazione delle parole demo e station nel titolo dell’installazione
di Tiravanija rimanda rispettivamente all’abbreviazione
inglese di demonstration – intesa sia come protesta politica
sia come dimostrazione di un talento o di un hobby – e al
termine station (stazione o postazione), ovvero un luogo accessibile
in cui tali “dimostrazioni” possono accadere. La demo
station di Tiravanija è infatti aperta alla sperimentazione e,
quando l’opera non è attivata da azioni specifiche, chiunque
può salirvi e osservare da una posizione rialzata una parte del
percorso espositivo.
La piattaforma ospita una serie di attività pubbliche quotidiane, legate alle dimensioni
sociale, sportiva, ricreativa ed educativa, realizzate in collaborazione
con enti e associazioni della città di Milano. Consulta il calendario aggiornato
settimanalmente sul nostro sito web, sull’info wall e all’info point situati all’ingresso
del museo.
untitled 2002 (he promised), 2026
Strutturata come una casa di un solo piano, l’installazione è concepita
come uno spazio dedicato alla fruizione di materiali e alla sosta.
Il riferimento è la Kings Road House, progettata nel 1922
dall’architetto austriaco Rudolf Schindler (1887-1953) e situata a
West Hollywood, Los Angeles. La casa era pensata come abitazione
condivisa tra due famiglie (quella dell’architetto e una coppia di
amici) secondo una visione progettuale che metteva in discussione
il modello domestico tradizionale. Tiravanija presenta una replica in legno della parte della casa adibita a studio e invita il visitatore a
sostarvi e ad assistere alla proiezione di quattro video, in parte
progettati in collaborazione con altri artisti, che esplorano temi ricorrenti
nella sua pratica, come il dialogo, la vita quotidiana e le dinamiche
comunitarie. Nella sua prima installazione alla Secession
di Vienna nel 2002, l’opera è stata concepita in metallo cromato e
presentata come uno spazio aperto che ospitava performance di
danza, tavole rotonde, sedute di massaggi thailandesi e sessioni
con DJ e filmmaker.
Tiravanija ha deciso di inserire le palme come omaggio all’artista
belga Marcel Broodthaers (1924-1976), e in particolare
all’opera L’Entrée de l’exposition (1974), in cui questa pianta
viene introdotta come elemento espositivo apparentemente
decorativo ma carico di valenze simboliche. In Broodthaers,
la palma allude infatti all’artificialità della “messa in scena”
all’interno del museo, evocando allo stesso tempo un immaginario
esotico storicamente legato a dinamiche di potere di
matrice coloniale.
La selezione di film comprende: Vicinato (1995), che richiama lo stile
del cinema neorealista italiano nella rappresentazione di situazioni
e figure quotidiane; girato in 16mm sul tetto di un palazzo di Milano,
il video presenta una conversazione ispirata a un confronto reale avvenuto
tra Tiravanija e gli artisti Carsten Höller e Philippe Parreno.
Stories Are Propaganda (2005), realizzato con Parreno, è ambientato
a Guangzhou e riflette sul potere delle narrazioni attraverso una
sequenza rapida di immagini accompagnate dalla voce di un bambino.
Con Chew the Fat (2008), Tiravanija ritrae la vita e la pratica di
dodici amici che, come lui, appartengono a una generazione di artisti
il cui lavoro è stato definito negli anni novanta estetica relazionale dal
curatore e critico Nicolas Bourriaud. In Lung Neaw Visits His Neighbors
(2011) segue la vita quotidiana di un anziano contadino nel
nord della Thailandia mentre lavora e fa visita a conoscenti e amici.
Rirkrit Tiravanija untitled 1998 (dom-ino), 2026 Veduta dell’installazione, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026
Copia espositiva di untitled 1998 (dom-ino), 1998, FNAC 01-812, Centre national des arts plastiques
In deposito dal 21 gennaio 2002 : Abattoirs - Frac Midi-Pyrénées (Toulouse) Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano Foto Agostino Osio
untitled 2026 (half-scale single family home no. 47,
with interior decoration by children of scuola bambini
bicocca and “ABC del quartiere,” ages 4 to 6), 2026
L’installazione è composta da due modelli di case concepiti dall’artista
come spazi per giocare e pensati per i bambini. Ciascun modulo è una
ricostruzione in scala 1:2 della Casa unifamiliare no. 47 (1930) dell’architetto
Sigurd Lewerentz (1885-1975), un prototipo concepito per
mostrare le possibilità dell’abitare moderno in occasione dell’Esposizione
delle Arti e dei Mestieri di Stoccolma del 1930, evento cruciale
per l’affermazione del Funzionalismo, corrente che sviluppa gli ideali
del Modernismo e in cui la forma di ogni elemento architettonico rispecchia
la sua funzione.
Tiravanija riproduce la struttura di Lewerentz in legno e la
adatta alle esigenze dei bambini che qui possono giocare, ma
soprattutto reinterpretare lo spazio in modo libero e non convenzionale,
secondo logiche diverse da quelle adulte. Riflettendo
sulla scelta di dedicare questo lavoro ai bambini, l’artista osserva: «Il motivo è che i bambini “distruggono” le cose, ma lo
fanno a modo loro, dal momento che vedono tutto in maniera
diversa. Hanno un senso del valore particolare, anzi talvolta
non lo hanno affatto. Trovo interessante che ci siano persone
che, in modo spontaneo e istintivo, cambiano uno spazio perché
lo vedono in modo diverso da quello che è».
Ogni volta che l’opera viene allestita in un nuovo contesto espositivo,
il titolo viene adattato per esplicitare il riferimento alla classe dell’istituto
locale coinvolto nel progetto. Per la presentazione in Pirelli
HangarBicocca, la scuola coinvolta nella scelta dell’arredamento e
nell’attivazione dello spazio è la Scuola Bambini Bicocca, insieme al
programma di doposcuola “ABC del quartiere” di Milano.
Rirkrit Tiravanija untitled 2009 (the house the cat built), 2026 Veduta dell’installazione, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026 Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano Foto Agostino Osio
untitled 1997 (playtime), 1997
è ispirata alla celebre Glass House (1949), la
“casa di vetro” progettata dall’architetto americano Philip Johnson
(1906-2005) come abitazione privata a New Canaan, nel Connecticut.
L’installazione riprende l’essenzialità dell’edificio originale – caratterizzato
dall’uso quasi esclusivo del vetro –, che proponeva una visione
radicalmente nuova dello spazio abitabile, mettendo in discussione la
distinzione tra interno ed esterno, tra privato e pubblico. Tiravanija
reinterpreta questo modello iconico trasformandolo in un luogo dedicato
all’educazione artistica, pensato per ospitare attività e laboratori
rivolti sia agli adulti sia ai bambini. All’interno dell’installazione, l’artista
inserisce la proiezione in loop di un estratto del film Playtime
(1967) del regista francese Jacques Tati (1907-1982), che riflette con
ironia sulla vita moderna nella città contemporanea e sul modo in cui
l’architettura, la tecnologia e l’organizzazione degli spazi condizionano
le relazioni umane.
Rirkrit Tiravanija untitled 1992 (cure), 1992Veduta dell’installazione, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026 Copia espositiva Carnegie Museum of Art, Pittsburgh; A. W. Mellon Acquisition Endowment Fund, 2001.12
Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano Foto Agostino Osio
untitled 1992 (cure), 1992
è composta da una tenda in tessuto arancione
dentro la quale i visitatori sono invitati a bere il tè. All’interno è allestito
un tavolino con alcuni sgabelli e il necessario per preparare un
infuso e ricreare uno spazio intimo e conviviale. Le dimensioni si
ispirano a quelle delle tradizionali case da tè giapponesi, le chashitsu,
mentre il colore del tessuto richiama le vesti indossate dai monaci
buddhisti, in riferimento al buddhismo praticato dall’artista.
L’opera è stata concepita da Tiravanija in occasione della mostra
collettiva “Fever”, presentata nel 1992 alla Exit Art, spazio
indipendente gestito da artisti a New York. A partire dal titolo
del progetto, l’artista interpreta il concetto di “febbre” in
senso letterale e propone una “cura” intesa come momento
di pausa e di ristoro per condividere infusi di erbe e tè medicinali
cinesi.
untitled 1995 (tent installation), 1995
«Sono sempre stato in viaggio; è una condizione di cambiamento,
di mutamenti di direzione, dell’essere in movimento per ricordarsi
che stiamo vivendo.» Il viaggio occupa un ruolo centrale nella vita e
nella ricerca di Tiravanija, che attraverso raccolte di immagini, ma
anche registrazioni video e mappe su cui traccia i percorsi, mette in
relazione luoghi ed esperienze diverse, rendendo visibili connessioni
spesso implicite e offrendo una visione d’insieme di contesti
complessi, anche sul piano politico e culturale.
In untitled 1995 (tent installation), il viaggio è raccontato attraverso
una sequenza di immagini d’archivio tratte dai viaggi
personali dell’artista, stampate sulla superficie di una tenda da
campeggio. Quest’ultimo elemento è inteso come riparo mobile
e temporaneo, legato a una condizione di vita nomade.
In untitled 1997 (cinéma de ville, berlin-bangkok), due film proiettati
in due tende mostrano Berlino e Bangkok a metà degli anni
novanta, documentando il rapido mutamento delle città attraverso riprese in Super 8 di edifici, strade e persone, con attenzione ai
dettagli della vita quotidiana. untitled 1998 (cinéma de ville) presenta
invece immagini di skateboarder fotografati nel 1998 a Parigi
sull’ampio piazzale tra il Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris
e il Palais de Tokyo, mettendo in luce uno spazio urbano vissuto
come centro di attività sociali e ludiche.
untitled 2006-08 (palm pavilion), 2026
In questa serie di lavori Tiravanija prende come punto di partenza
l’eredità dell’architetto e designer francese Jean Prouvé (1901-
1984), noto per le sue ricerche nella produzione industriale applicata
all’edilizia nel contesto del secondo dopoguerra. Tra il 1949
e il 1951, Prouvé sviluppò una serie di sistemi costruttivi leggeri,
smontabili e replicabili, progettati per i climi caldi e umidi delle colonie
francesi, tra cui la Maison Tropicale, abitazione prefabbricata
destinata ai territori colonizzati dell’Africa occidentale. È proprio
a partire da questo contesto storico e politico che Tiravanija interviene,
appropriandosi di un modello emblematico della modernità
occidentale per reinterpretarlo. Come afferma l’artista: «Potremmo
spingerci oltre, e parlare di decolonizzazione. In questo caso
mi approprio della narrativa del potere per usarla in modo diverso:
occuparla secondo una modalità diversa».
In untitled 2006-08 (palm pavilion), Tiravanija ricostruisce
una versione a grandezza naturale della Maison Tropicale,
trasformandola in un padiglione abitabile popolato da numerose
palme. La presenza di queste piante richiama un immaginario
esotizzante, con le sue implicazioni storiche e
simboliche, inclusa la dimensione coloniale. Per la presentazione
a Milano, Tiravanija ha voluto approfondire il tema tropicale
all’interno di vetrine espositive, in cui sono allestiti
oggetti e materiali legati alla palma e all’utilizzo della sua immagine
nel corso del periodo colonialista italiano in Africa
orientale, tra la fine dell’Ottocento e la metà del Novecento.
In un’altra vetrina, invece, il riferimento è alla “Riviera delle
Palme” – in Liguria e nelle Marche, dove la denominazione è
legata al lungomare e alla diffusione delle palme – e, più in
generale, alla cultura balneare e alle infrastrutture del tempo
libero. L’installazione include anche due film: il primo documenta
test nucleari condotti nell’Oceano Pacifico nel dopoguerra;
il secondo presenta un montaggio di immagini
d’archivio, nelle quali la palma ricorre come simbolo economico
e coloniale.
In untitled 2006 (tropical house) Tiravanija reinterpreta in versione
più compatta l’unità abitativa progettata da Prouvé, installando al
suo interno un bagno alla turca dotato di richieste di visto Schenghen
come carta igienica. L’intervento introduce una riflessione sui
confini, sulla mobilità e sull’eredità amministrativa del colonialismo.
Infine, in untitled 2026 (pavilion, table and puzzle representing
the famous painting by Delacroix La Liberté Guidant le Peuple,
1830) (photocopy), l’artista trasforma un tavolo progettato da
Prouvé in una tettoia sotto la quale i visitatori sono invitati a comporre
insieme un puzzle raffigurante in bianco e nero il celebre
quadro La Libertà che guida il popolo (1830) del pittore francese
Eugène Delacroix (1798-1863).
Rirkrit Tiravanija untitled 2026 (pavilion, table and puzzle representing the famous painting by Delacroix La Liberté Guidant le Peuple, 1830) (photocopy), 2026
Veduta dell’installazione, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026
Copia espositiva da untitled 2006 (pavilion, table and puzzle representing the famous painting by Delacroix La Liberté Guidant le Peuple, 1830), 2006, Collection Walker Art Center, Minneapolis T. B. Walker Acquisition Fund, 2006 Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano Foto Agostino Osio
untitled 1998 (dom-ino), 2026
l’artista si confronta con uno dei dispositivi
più radicali e influenti dell’architettura moderna, la Maison
Dom-Ino, concepita nel 1914 dal celebre architetto Le Corbusier
(1887-1965). Pensata come prototipo di abitazione economica,
standardizzata e facilmente replicabile, la Maison Dom-Ino costituisce
la base del plan libre (piano libero) e introduce un principio
destinato a diffondersi su scala globale: la separazione tra la struttura
portante e l’organizzazione dello spazio abitato.
L’installazione di Tiravanija riprende questo schema fondamentale
replicandolo in legno e in grandi dimensioni, in una forma
che si articola su due livelli ed è priva di pareti. Pur non rispettando
le proporzioni originali del progetto di Le Corbusier,
l’artista ne conserva la logica costruttiva essenziale – piattaforme
orizzontali sovrapposte sostenute da pilastri –, mettendo in
evidenza il carattere sistemico del modello, pensato per essere
applicato in contesti diversi e adattato a usi molteplici. Come
afferma Tiravanija: «La Maison Dom-Ino di Le Corbusier mi interessa
in modo particolare perché è una sorta di sistema che
può essere applicato ovunque, e di fatto lo è stato. Nel mondo
esistono moltissimi edifici realizzati nello stesso modo. Anche
se quello che viene costruito tutt’intorno e sulla copertura lo
trasformano in qualcosa di completamente diverso, la struttura
sottostante resta la medesima».
Rirkrit Tiravanija untitled 2026 (half-scale single family home no. 47, with interior decoration by children of scuola bambini bicocca and “ABC del quartiere,” ages 4 to 6), 2026 Veduta dell’installazione, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026 Copia espositiva da untitled 1995 (half-scale single family home no. 47, with interior decoration by children of the storken day care center, ages 5 to 7), 1995, Louisiana Museum of Modern Art, Humlebæk, Denmark
Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano Foto Agostino Osio
untitled 1996 (rehearsal studio no. 6, open version), 1996
si presenta
come uno studio di prova musicale in funzione e accessibile a musicisti
e visitatori. L’installazione è attrezzata con strumenti, amplificatori
e apparecchiature di registrazione, messi a disposizione
per l’esercizio e l’improvvisazione. Racconta Tiravanija: «Questo
lavoro riproduce una sala di registrazione sulla Avenue A nell’East
Village di New York; un luogo che si può affittare a ore per andarci
a suonare. Lo frequentavo con alcuni amici di musicisti per qualche
jam session, per fare musica».
L’opera è stata concepita sulla base dell’esperienza diretta e
si configura come una piattaforma di sperimentazione e intrattenimento,
aperta alla prova e all’imprevisto: «Il fallimento
è una possibilità. Una “jam session” è una prova aperta, senza un finale; un concetto nel quale mi riconosco molto: forse
più vicina al free jazz e meno alla paura. Un’improvvisazione
aperta piuttosto che una sessione di prove; tutti gli strumenti
sono già lì e qualsiasi persona lo voglia può unirsi al brano.
Spesso mi è stato chiesto se ho delle aspettative: non ne ho,
perché se me ne ponessi perderei l’occasione del fallimento
e delle possibilità».
Rirkrit Tiravanija untitled 1996 (rehearsal studio no. 6, open version), 1996 Veduta dell’installazione, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026 Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano Foto Agostino Osio
untitled 2009 (the house the cat built), 2026
All’ingresso del Cubo, Tiravanija riprende la forma circolare che caratterizza
l’ingresso della cappella del Memoriale Brion, noto complesso
funerario realizzato tra il 1970 e il 1978 in provincia di Treviso
dall’architetto Carlo Scarpa (1906-1978) per la famiglia Brion. La soglia
circolare segna un punto di passaggio, introducendo a una nuova
area del percorso espositivo e interrompendo l’andamento orizzontale
indotto dal labirinto che caratterizza la sezione precedente.
Superata la soglia, si entra in uno spazio dove l’artista ha allestito
una ricostruzione in legno di alcune parti della sua casa a
Chiang Mai, in Thailandia. Inizialmente concepito per la Galeria
Salvador Díaz a Madrid, l’intervento si inserisce nella linea di ricerca
seguita da Tiravanija a partire dagli anni novanta, quando
inizia a trasferire nello spazio espositivo frammenti della propria
esperienza di vita. Come già in untitled 1996 (tomorrow is
another day) (1996), con la ricostruzione del suo appartamento
nell’East Village di New York, l’ambiente domestico viene introdotto
all’interno dell’istituzione e aperto all’incontro.
La casa da cui ha origine untitled 2009 (the house the cat built) è
stata concepita come una struttura che oscilla tra il Brutalismo –
corrente del Modernismo che ne interpreta in modo più radicale la
visione – e un dialogo con l’ambiente naturale in cui si inserisce. In
quest’ottica, il pavimento presenta aperture destinate a ospitare
alberi preesistenti alla costruzione dell’abitazione, qui sostituiti da
piante in vaso. Già nella sua conformazione, la casa esprime dunque
un senso di apertura all’altro ed è pensata per essere “abitata”
non solo dai visitatori, ma anche dalle opere e dalla comunità di artisti
e amici coinvolti da Tiravanija.
Il gatto citato nel titolo fa riferimento al gatto nero che abitava
la casa prima della ristrutturazione e del successivo trasferimento
dell’artista. A questo animale Tiravanija dedica untitled
2008 (gatos negros) (2008), un video di sei ore che ne
segue i movimenti quotidiani, quando era ancora l’unico abitante
dello spazio.
Rirkrit Tiravanija “The House That Jack Built” Veduta della mostra, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2026 Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano Foto Agostino Osio