Villa Rospigliosi Prato
Promemoria personale (ad uso pubblico)
Saretto Cincinelli / Luca Sposato
in dialogo
Ho conosciuto Saretto Cincinelli nel Settembre del 2015, negli spazi di Officina Giovani a Prato, mentre conversavo con gusto insieme all’amico artista Massimiliano Turco, occupato nella sua pratica segnica per ultimare un lavoro che, da lì a poco, sarebbe stato esposto in loco per l’evento TU35 (una ricognizione della giovane arte in Toscana), promosso dal Centro Pecci e fortemente voluto dall’allora direttore Fabio Cavallucci. Saretto era lì per Massimiliano, ovviamente.
Undici anni più tardi, nel medesimo luogo, durante la serata di inaugurazione per la riapertura degli spazi rinnovati di Officina, il redattore di Artext mi incalza per consegnare l’intervista fatta a Saretto per il suo ultimo progetto,
Promemoria Personale (a uso pubblico) pr
esso gli spazi espositivi di Villa Rospigliosi: questo è solo un assaggio della miriade di sincronie che popolano il mondo di Saretto Cincinelli.
Cominciamo dal momento in cui ti ho visto all’opera per la prima volta, in occasione della mostra a Casa Masaccio di San Giovanni in Valdarno
Ripensare il medium: Il fantasma del disegno (13 aprile 2016); per me fu illuminante sentire parlare di “disegno” nell’arte contemporanea, inteso non nella sua specificità ma come dispositivo postmediale.
L’idea mi venne dalla libera lettura dei testi di Rosalind Krauss, cui il titolo della mostra era un eloquente omaggio (
Reinventere il Medium: cinque saggi sull'arte di oggi, ed. italiana a cura di Elio Grazioli, Milano 2005 n.d.r.), e dalla sua definizione di “campo allargato”, concetto che la Krauss utilizza per la scultura ma anche per altre mezzi espressivi, parlando per esempio di artisti come Marcel Broodthaers o William Kentridge. Ecco, di Kentridge, che era presente a Casa Masaccio, mi interessava molto il disegno che si rimuove, si autocancella. In questo senso, i confini del disegno diventano labili, porosi. La logica era questa, di andare oltre, parlando sia di mezzo, sia di soggetto.
Tra l’altro il disegno ha una forte connessione con il territorio Toscano, rievocando la disputa del Varchi del 1547 sul primato delle Arti, dove il disegno mise d’accordo tutte le personalità interpellate. Anche oggi, si può parlare di questo
genius loci toscano incentrato sul disegno? Nella prima variazione della serie di mostre a Villa Rospigliosi, mi sembra che questo tuo cavallo di battaglia mediale sposi molto bene la territorialità.
Sì, ci sono diversi autori e opere che avevo già portato al Fantasma del Disegno, però non c’è una visione “ferma” a compartimenti stagni: il disegno come idea viene fuori anche nella terza, nella quarta variazione, per esempio. Inoltre, questa questione della territorialità è in effetti un punto di partenza, ne abbiamo discusso anche con Claudio (Rospigliosi, n.d.r.; è da lui che parte il progetto espositivo della Villa e la creazione dell’Associazione Chorasis), ma dopo assume un’altra dimensione, mi sono preso questa licenza di “espandere” il luogo con altri artisti che conosco e che magari hanno attraversato la Toscana, ma che toscani non lo sono affatto. Ti dirò di più: una ricognizione simile l’avevo anche già fatta per Sergio Risaliti nel 2000 (
Toscana in contemporanea. 1980-2001, Maschietto editore) dove scrissi un saggio che intitolai, per l’appunto,
Promemoria personale ad uso pubblico !
Dunque ti sei autocitato.
Sì, perché già all’epoca non interessava declinare i fenomeni artistici entro certi limiti regionali. Il territorio è anche la relazione con il suo alternativo, altrimenti succede una sorta di impoverimento, di massificazione dell’immagine, che lascia il tempo che trova. È qui che nasce l’invenzione del confine.
Un altro tema a te caro è il tempo. Nella
tetralogia di mostre qui a Prato accentui il carattere coattivo del tempo, un elemento che accende il senso narrativo delle quattro variazioni, ma funge anche da dispositivo estetico per il luogo e le opere e per la creazione e la fruizione. Nel corso della tua carriera hai usato molto spesso il concetto del Tempo come rifugio filosofico, declinandolo anche all’idea di sincronizzazione tra passato e presente: mi vengono in mente il clamoroso progetto di
Time is Out of Joint alla GNAMC di Roma del 2016, e, andando a ritroso, il massiccio lavoro de L’evento immobile. Sfogliare il tempo (2011-2012). Addirittura nel 1994, una delle tue primissime mostre, con
Turbare il tempo al Museo Archeologico di Firenze portavi in Italia, per la prima volta immagino, la tendenza partita da Londra di esporre opere d’arte contemporanea dentro un museo di pezzi storicizzati!
Turbare il tempo fu un’operazione abbastanza strepitosa, fatta con un budget molto risicato, ma mi permise di contaminare il museo nella sua interezza e di portare in scena molti artisti con cui avevo già collaborato ed altri con cui iniziai ad intessere rapporti. Tutti nomi di una certa rilevanza, c’erano Arienti, Bartolini, Barzagli, Cabiati, Catelani, Corsini, Cresci, De Lorenzo, Dellavedova, Fabiani, Guaita, Moro, Rabbiosi, Ruggieri, Santarlasci, Tomboloni, Tarantino, Trinci, Trovato, Uberti, Vedova Mazzei.
Mi interessava soprattutto l’associazione tra l’artista vivente e le opere del museo, non necessariamente da un punto di vista formale, ma creare un accostamento che annullasse le distanze, sia linguistiche sia temporali. Lo stesso per l’Evento immobile, lì poi si sviluppo in diverse sedi in diversi tempi, partì da Prato, poi Casa Masaccio e infine al MAN di Nuoro dove lavorava Cristiana (Collu, n.d.r.).
Con Cristiana Collu poi ti sei ritrovato anche a Roma nel 2016 per Time is Out of Joint.
Quando la Cristiana mi ha chiamato a collaborare per questa mostra, il museo si presentava in una situazione che non era assolutamente questa che tu vedi oggi: era una galleria in gran parte piena di superfetazioni parietali, perché vigeva l'idea di un’impostazione cronologica delle opere in sala. Cristiana ed io cercammo di levare tutto questo, per dare risalto ad altre situazioni. Ripulire il percorso, dare “respiro” ad alcune opere per
rivelarle, permettendo una modalità di visione meno statica di quella precedente, fin troppo classica.
Colgo bene questo aspetto, di voler restituire vitalità al museo ed alle opere. In effetti un altro tuo costante leit motiv è proprio il moto, l’immagine-movimento tanto per citare Deleuze: nella mostra Promemoria Personale c’è anche questa forte dinamicità legata al tempo trascorso e agli artisti che “ritornano”.
Dei Ventisette artisti coinvolti, alcuni li trovi nella prima mostra e poi nella terza, alcuni in tutte le variazioni, alcuni solo in una, eccetera… Questa varietà non era condotta da un valore specifico o disponibilità particolare: è emersa in corso d’opera, a seconda di quello che mi sembrava funzionare meglio sul momento di ponderare l’allestimento. Chiaramente una base d’appoggio era già presente, ma più si avvicinava il momento, più si stabilizzavano certe soluzioni. Persino le medesime opere sono “rientrate” in alcune variazioni. Come una scrittura, è un processo di rielaborazione.
Scrittura… e differenza? Pensando a Derrida, quando diceva che la scrittura è
out of joint.
Mmm, senza scomodare Derrida, che comunque è un gigante; io penso che curare una mostra voglia dire immaginarla. E chiaramente immaginarla anche facendola, perché ogni mostra ha la sua personalità, spesso si autoregolamenta.
Continua...
Promemoria personale (ad uso pubblico) veduta della mostra,2026, Villa Rospigliosi Prato
Saretto Cincinelli incontra Luca Sposato
@ 2026 Artext