Veduta della mostra Paolo Canevari alla Galleria Christian Stein, 2025 Courtesy Artista e Galleria Christian Stein, Milano Foto Agostino Osio
Paolo Canevari Galleria Christian Stein Milano
La materia del lavoro di Paolo Canevari, non è mai semplice supporto ma formula di una forza che ha attraversato cicli di uso, consumo e trasformazione. Copertoni, olio esausto, superfici industriali trattengono una trama, un soffio residuo non del tutto disperso. L’opera così instaura proprio in quel punto liminare una funzione che consente alla materia di continuare a vibrare, in relazione tra ciò che è stato e ciò che può ancora emergere.
Il senso non si impone da un simbolo - lo si lascia affiorare. I materiali giunti alla loro estinzione operativa vengono accompagnati verso una nuova soglia di significazione. Non trattano un nuovo ciclo, ma attivano una pratica. La trasformazione non cancella l'iconicità incorporata dagli oggetti, la rende percepibile come tensione, memoria che chiede di essere riconosciuta.
La pittura o la scultura così sopravvive alla condizione che si genera dallo sguardo.
Il nero, le superfici assorbenti, i processi chimici generano immagini che non si descrivono di per se. Sono apparizioni, paesaggi interiori che sembrano formarsi da una zona densa e oscura. Qui dove l’energia non abbaglia, ma si intensifica, e da un movimento richiama la densità di spazio che si impone dandosi luogo a immagine.
Il processo è parte essenziale di questa dinamica. Incidere, corrodere, stampare - lasciare agire il senso significa accettare che l’opera resista ad intenzione e alterità. L’autorialità non si fa più racconto, attraversata da forze che eccedono il suon controllo. In questa collaborazione con ciò che resiste o devia, una nuova trama intensifica un campo in equilibrio instabile, ed ogni segno è il risultato di sorgere ad una negoziazione.
All’interno di un ecosistema visivo saturo, non si aggiungono nuove immagini, ma intermittenze, battiti. Così la relazione con lo spettatore richiama la sua presenza condizionale. Non si offre a significato, ma si apre uno spazio in cui l’osservatore è chiamato a sostare, a lasciare che la forma reagisca dall'interno.
In un contesto di cura che fa coincidere l'osservatore e ciò che è guardato.
Il dubbio che resiste - è che esista un oggetto d’arte non-iconologico.
Il com'è di una figura capace di intercettare correnti invisibili, di individuare nel residuo un punto di luce possibile? In un tempo segnato da eccesso e dispersione, il compito non è amplificare il rumore, ma rendere percepibile una vibrazione più sottile. L’opera, a-punto diventa così dispositivo di orientamento, non infinito intrattenimento, ma soluzione, attraversamento al sorgere a rinnovata presenza.
Veduta della mostra Paolo Canevari alla Galleria Christian Stein, 2025 Courtesy Artista e Galleria Christian Stein, Milano Foto Agostino Osio
Paolo Canevari
Penso che l'arte non abbia una forma, ne ha molteplici e per esprimere al meglio quelle molteplicità devi adattare prima di tutto dei modi di pensare e poi dei materiali che possono essere diversi.
Ci sono dei progetti particolari sui quali lavoro, io seguo come dire degli stimoli, delle ispirazioni e in questo momento sento la necessità di lavorare ad un livello più estremo e più radicale rispetto a quello che ho fatto prima.
Io ho lavorato per moltissimi anni usando delle immagini che erano identificabili immediatamente perché comunque facendo parte di una struttura sociale, erano immagini iconiche, simboli che potevano riportare il fruitore ad un tipo di rapporto con la sua storia, con la sua geografia, perché erano comunque simboli ed icone ed immagini che erano riferibili a diverse culture.
In questo momento il mio lavoro è molto più astratto, è diventato molto più radicale, si è rarefatta, l'idea dell'immagine, attraverso una relazione invece che è molto più, come dire, individuale, basato su un rapporto che si crea con l'opera.
Non c'è più quel rapporto superficiale dato dall'immagine, perché di immagine comunque adesso siamo pieni.
Io ho sempre creduto che appunto lavorare con l'immagine fosse stato qualcosa che doveva uscire fuori da questo magma, da questa giungla generale di cose che abbiamo intorno.
Penso che il rapporto debba essere, come dire, di concentrazione, e ci debba essere uno sforzo da parte dello spettatore riguardo al rapporto proprio con l'opera d'arte.
Dunque cerco di spingere in quel senso, in maniera più radicale, più profonda, mettendo in crisi appunto quella che è la maniera di pensare di questo mondo che è solo per immagini, per cui uso delle non immagini, sono delle immagini completamente astratte, dei monocromi neri o comunque un tipo di lavoro che è molto più rarefatto.
E' un rapporto, come dire, molto più con il sentimento e con la vocazione, che riguarda più lo spettatore, è un tipo di investimento che io faccio su chi guarda l'opera.
Chi guarda l'opera normalmente si deve chiedere che cosa significa, in un certo senso, perché non c'è nessunissima immagine poi in definitiva che gli suggerisca qualcosa, una via d'uscita diciamo più facile.
Ci sono diversi modi di fare arte, io applico quelli che sono magari dei modi di pensare, dei modi di vedere comuni anche nel pensiero delle persone e cerco appunto, come dicevo prima, di scardinare questo tipo di aspetto, cioè quel tipo di sicurezza che la gente ha vedendo magari delle determinate simbologie, icone, luoghi comuni del pensiero che hanno accompagnato delle culture anche per millenni. In quel senso può mettere a rischio quelle immagini e dargli un'altra lettura o comunque spingere il fruitore, lo spettatore, il visitatore di una mostra a pensare diversamente da quelli che sono stati i suoi schemi fino ad ora.
Quello, penso che sia la cosa più importante, innescare quel virus nel pensiero della gente che possa portare poi un meccanismo alla sua rottura in un certo senso.
E per questo l'arte secondo me è una possibilità gigantesca perché noi come esseri umani siamo un po' dei Don Chisciotte contro dei mulini a vento, nel senso che la società, il sistema è talmente grande, talmente anche coordinato politicamente ed economicamente che è molto difficile da distruggere, bisognerebbe essere dei veri e propri rivoluzionari.
La società che ogni giorno, quella in cui viviamo è una società altamente materialista. L'artista deve unire questo aspetto di materialismo ad un aspetto molto più spirituale, di idea.
La responsabilità dell'artista, per come la vedo io, non è tanto essere popolare e riuscire a raggiungere il maggior numero di persone possibile, ma è raggiungere persone cercando di cambiare il modo di pensare che queste hanno.
Questo penso sia la responsabilità maggiore, almeno per quanto mi riguarda. L'arte è pur sempre qualcosa che deve muovere la società in un territorio che è nuovo, deve portare luce all'interno o in una prospettiva che è oscura, deve essere qualcosa che porta una nuova visione.
L'ho detto più di una volta che artisti si nasce, non si diventa, è qualcosa che uno ha dentro, è un tipo di chiamata che arriva a cui uno deve rispondere, è impossibile non farlo.
Ci sono in questo momento delle identità che sono chiamate artisti, ma che effettivamente non lo sono, perché questa società ha generato l'arte e l'immagine dell'artista come una sorta di mestiere, come un lavoro che si può fare.
È una vocazione, è qualcosa che devi seguire, che devi coltivare, non credo che si possa diventare artisti in un certo senso, o lo sei oppure non lo sei.
Veduta della mostra Paolo Canevari alla Galleria Christian Stein, 2025 Paesaggio, 2018, Paesaggio, 2022, Paesaggio, 2021, Sfera, 2005
Courtesy Artista e Galleria Christian Stein, Milano Foto Agostino Osio.
Paesaggi per tempi esausti
di Sergio Risaliti
Il nostro tempo, per la sua situazione generale, non è favorevole all’arte.
G.W. F. Hegel
Entrati nella sala centrale della galleria Stein di Milano troviamo esposte una serie di opere
realizzate da Paolo Canevari (Roma, 1963). Non è la prima volta che l’artista romano presenta i
suoi lavori in questo ambiente connotato da una eleganza antica. Lo spazio è di una certa vastità,
generata vuoi dall’altezza del soffitto vuoi dalle ampie finestre che si aprono su un giardino
romantico, lasciando penetrare la luce del giorno al suo interno. L’artista ha concepito un
allestimento site-specific utilizzando lavori creati negli ultimi anni assieme a qualcosa di nuovo
che è stato elaborato per l’occasione. Si tratta di dipinti e sculture elaborati utilizzando materiali
industriali, derivati dalla chimica e dal petrolio, elementi in legno e oro, carta. Le opere a parete
sono posizionate in continuità con le grandi finestre creando qualcosa che è simile a un orizzonte.
I "dipinti" su carta sono stati realizzati versando olio esausto sulla superficie, poi arricchiti con
cornici antiche dorate e molto lavorate. Canevari le ha cercate presso antiquari, scegliendole per
la qualità del loro intaglio, le grazie, i ghirigori, come ad opporre la nobiltà dell’orpello decorativo
alla prosaica aura del fluido. Eppure le cornici, in questo caso specifico, non sono accessori
ornamentali. Scrive Kant a proposito delle cornici: «Anche ciò che chiamiamo ornamenti (parerga),
vale a dire ciò che appartiene non intimamente, al modo di parte costitutiva, all’intera
rappresentazione dell’oggetto, ma solo estrinsecamente, al modo di aggiunta, e aumenta il
compiacimento del gusto, lo fa però solo in virtù della sua forma, come le incorniciature dei
quadri, o i drappeggi nelle statue, o i colonnati intorno ai palazzi. Ma, se l’ornamento non consiste
esso stesso nella bella forma e, come le cornici dorate, è aggiunto semplicemente per
raccomandare con la sua attrattiva il quadro all’approvazione, allora si chiama decorazione, e
pregiudica la schietta bellezza». In questo caso le cornici che inquadrano i dipinti funzionano
come finestre aperte su lontani paesaggi. Incorniciano anche il senso precipuo delle immagini
racchiuse all’interno del riquadro, che ci si rivelano in guisa di paesaggi. Avvicinandosi ai quadri
notiamo che non sono dipinti in modo tradizionale e che sono tutti quanti dello stesso colore
scuro, oleoso, privi di dettagli naturalistici, se non le sagome corrispondenti in senso astratto,
minimale, a colline, e basse montagne dalle curve sinuose.
Paolo Canevari
Paesaggio, 2019 olio motore esausto su carta, cornice del XIX sec. cm. h. 139 x 164 x 8 Courtesy Artista e Galleria Christian Stein
Questi paesaggi sono stati generati superando la tradizionale pratica pittorica. Canevari ha
eliminato pennelli, cavalletto, colori ad olio, e non ha lavorato en plein air. Non esiste bozzetto di
partenza o disegno preparatorio. L’opera è figlia di un gesto, di un'azione e il medium è di
tutt’altra specie. L’artista ha versato dell’olio esausto sul supporto cartaceo. Un olio prodotto
dagli oli residui del motore, molto nocivo per la salute e l’ambiente e che deve essere smaltito
secondo precise regole e normative in luoghi precipui e con idonee accortezze. Questo elemento
oleoso, liquido, vischioso, ha lavorato praticamente da solo, impregnando la cellulosa che lo ha
assorbito, per poi espandersi sulla superficie cartacea. Per reazione chimica una parte del liquido
si è separata dall’altra rilasciando quella più oleosa che ha macchiato di un altro tono la carta. La
materia viscosa derivata del petrolio si differenzia dall’altra per il colore nero. Canevari ha
accompagnato con delicatezza questo lavorio dell’olio esausto, avendo cura del processo di
sublimazione del liquido, facendo sì che potesse affiorare un’immagine, quella che ricercava: un
paesaggio. Canevari scrive: «Il significato di queste opere si fonda sull’incontro tra due materiali:
la carta e l’olio esausto di automobile. La carta, materia antica e umile, è alle radici della creatività
umana: supporto della parola, del disegno, della memoria. L’olio esausto, residuo della civiltà
industriale, rappresenta invece la nostra condizione contemporanea: la testimonianza di un mondo
inquinato non solo nel corpo, ma anche nella mente. Imbevendo di olio motore la carta, lascio che
la materia reagisca, si trasformi, assorba e muti forma per osmosi». Così nascono profili e
sfumature che evocano paesaggi naturali. Dunque l’artista ha un progetto ben in testa a priori,
ricostruire e ridefinire un genere, il paesaggio, piuttosto che reiterare una pratica tradizionale.
Compiendo questo esercizio sa bene che modo, tecnica, materiale contribuiscono a elaborare la
fine di una civiltà linguistica per rigenerare qualcosa di nuovo dalla cenere del passato. Canevari
scava nella tradizione, in quella civiltà dell’arte che ha perduto di senso con la crisi della tradizione
figurativa e della pittura da cavalletto, senza cadere in ripetizioni di maniera, in citazioni e
nostalgiche evocazioni di generi e modelli trapassati.
Ci affidiamo ancora ai pensieri dell’artista
per meglio precisare l’argomentazione: «Il paesaggio, nella mia visione, è un luogo della
coscienza, un’eco della pittura. La pittura, per me, rimane una presenza costante. Anche nei miei
video, nei disegni, nelle installazioni e nelle performance permane un impostazione pittorica. Mi
sono formato come pittore e credo che il quadro rappresenti un’idea bellissima, affascinante e
sorprendentemente contemporanea. I miei lavori sono, in fondo, altri modi di dipingere, dove la
pittura accademica e tradizionale è assente ma continua a esistere nella sua eredità. Dipingere con
l’olio esausto su carta è per me un modo di riflettere sulla pittura come linguaggio, sulla sua
capacità di trasformarsi e sopravvivere al tempo e ai suoi mezzi. In fondo, si definisce spesso la
tecnica come “olio su tela”: nel mio caso, l’atto del dipingere rimane, ma cambia la lettura
attraverso il materiale. Il quadro non è realizzato con l’olio da pittura, bensì con olio esausto, un
rifiuto industriale e altamente inquinante, che diventa metafora di una bellezza possibile anche
nella degradazione, di una rinascita poetica dentro i resti della civiltà contemporanea. Il nero è
materia oscura in cui il gesto poetico dell’arte porta luce». Il lato nocivo, degenerativo della
tecnologia con le sue chimiche ed energie negative e distruttive, si converte in qualcosa di
positivo grazie alla sublimazione poetica dell’atto artistico. Il nero è adesso generativo, un olio
spirituale che mette in moto atti conoscitivi, immaginazioni, reminiscenze; materia esausta che
ora dà vita a forme visive inedite infondendo la luce dell’arte in qualcosa che appartiene al
patrimonio figurativo passato. Colore nero che si fa luce, dunque, ma anche dimensione,
un’energia del pittorico che accompagna la storia dell’arte da Caravaggio a Malevič, da Richard
Serra a Jannis Kounellis.
Veduta della mostra Paolo Canevari alla Galleria Christian Stein, 2025 Paesaggio, 2025 (dettaglio), Sfera, 2005 Courtesy Artista e Galleria Christian Stein, Milano Foto Agostino Osio
Sul pavimento della sala Canevari ha posizionato una scultura, una “palla” di grandi dimensioni
realizzata usando pneumatici di auto, ritagliati e incollati sull’elemento sferico in legno che
costituisce la base costruttiva dell’oggetto. La copertura, lo pneumatico, si fa pelle della sfera,
diviene il suo carapace. La sfera inoltre definisce un punto limite all’interno della sala, è soglia,
affaccio rispetto ai dipinti appesi alle pareti. Canevari eccita la nostra fantasia utilizzando materiali
tecnologici appartenenti al mondo industriale delle auto. Questi oggetti subiscono una
metamorfosi funzionale. Da essere stati a servizio della mobilità, le auto, i panzer, i camion, i carri
armati, si trasformano in altro. Adesso si sono trasformati in oggetti poetici grazie a gesti creativi
molto elementari, gesti che smuovono la conoscenza e le sue potenzialità immaginative, quelle
connessioni tra pensieri e ricordi, tra immagini e situazioni. Di nuovo diamo spazio alle riflessioni
di Canevari: «L'uso di materiali poveri e industriali, come le camere d’aria o l’olio esausto, non è
mai una scelta puramente estetica, ma etica. Sono materiali che portano con sé una storia, un
uso, una memoria. Mi interessa ristabilire attraverso di essi una possibilità poetica».
Viene, allora, da domandarsi che cosa sia mai quell'oggetto sferico rotolato in mezzo alla sala.
Sarà un bolo rigettato da un animale preistorico? Un mondo in miniatura? Forse un giocattolo
scivolato via dalle mani di un bambino? Un meteorite? Un proiettile inesploso, una mina di
enorme potenza? O semplicemente è tutte queste cose assieme? E qual è la relazione tra il
materiale di cui è fatto quello sferoide, così compatto, sordo, opaco, e quello delle immagini alle
sue spalle? Il materiale è sempre di natura industriale, che sia pneumatico oppure olio esausto, ed
è sempre collegato al mondo dei motori, dell’automobile. Mentre guardiamo quella sfera e quei
dipinti, cerchiamo di darci delle risposte, e più guardiamo più comprendiamo che siamo noi
l’oggetto di interesse dell’artista, che sono le nostre operazioni cognitive, immaginative ed
emotive al centro del suo interesse. L’artista, dunque, ha costruito una serie di opere in materiali e
formati diversi che riproducono immagini a noi familiari o che fanno parte del nostro background
culturale, riformulando queste immagini - un paesaggio, un giocattolo - in modo inedito, non solo
dal punto di vista figurativo, quanto piuttosto per il materiale che è stato utilizzato per svelare altre
immagini a partire da quelle conosciute. Canevari scrive: «Cerco, come artista, di lasciare una
traccia nella mente di chi osserva, di spingerlo a uno stato di pensiero attivo, in contrasto con la
passività indotta dalla maggior parte delle immagini che oggi ci assediano. Il mio lavoro nasce dal
desiderio di evocare sentimenti, sensazioni personali e uniche che ognuno di noi conserva nella
propria memoria. Cerco di restituire all’arte il suo potere originario di far pensare, di risvegliare
un’attenzione profonda e non distratta, lontana dalla spettacolarità e dalle forme di
intrattenimento. Credo nell’arte come atto critico: un modo per resistere al conformismo visivo e
mentale del nostro tempo». Osserviamo con maggior attenzione i paesaggi. Canevari ripropone
un genere fattosi obsoleto con il successo della fotografia e del cinema o con le prospettive aeree
e satellitari, quello della pittura di paesaggio romantica. L’industrializzazione ci ha separato in
modo irrimediabile da madre natura. L’Impressionismo è stata forse l’ultima possibilità di praticare
un ritratto verosimile, emotivo, interiorizzato del paesaggio. Ne è prova quella certa "malinconia"
che pervade i paesaggi di Monet e Pissarro. Erano i loro ritratti di un modo già perduto. Ma i loro
erano tempi moderni e di avanguardia, con davanti infinite possibilità di creare un nuovo
linguaggio, di creare nuovi mondi artistici, nuove forme e stili.
Paolo Canevari Paesaggio, 2022
olio motore esausto su carta da pacchi, cornice del XIX sec. cm.h. 127 x 108 x 4,5 Courtesy Artista e Galleria Christian Stein
La cornice che inquadra questi presunti “paesaggi” romantici confermerebbe il genere giocando
con il ricordo che abbiamo di simili “dipinti” ottocenteschi, esposti in qualche museo o galleria di
arte antica. Quindi dobbiamo ammettere che anche la cornice ha un suo valore gnoseologico in
quanto non ha solo la funzione di incorniciare l’opera o proteggerla. Non è un escamotage
decorativo per sedurre, per attrarre il visitatore. Con essa, l’artista vuole circondare e circoscrive
l’immagine: circondare di una certa aura l’immagine che si è generata dallo sversamento dell’olio
esausto; circonfondere di aura l’immagine significa anche confondere l’immagine con l’aura, cioè
velarla e illuminarla a un tempo, cioè s-velarla. La cornice inoltre racchiude e circoscrive
l’immagine: la circoscrive come fa una finestra con il paesaggio. Restituire aura all’immagine
significa poi dotarla di una qualche distanza presentandola come il sogno o la rimembranza di
qualcosa di perduto, tramontato, obliato. Walter Benjamin descriveva in questi termini l’aura:
«L'aura è il manifestarsi di una lontananza, per quanto vicina essa sia. Anche le parole hanno la
loro aura; Kraus l'ha descritta con particolare precisione: “Quanto più da vicino si guarda una
parola, tanto più lontano essa guarda a sua volta”. Nel mondo c'è tanta aura quanto vi rimane di
sogno».
La relazione tra cornice e immagine, così come quella tra la palla al centro e i dipinti alle pareti
funziona su questo doppio movimento di vicino e lontano, di distanza e prossimità, di svelamento
e nascondimento. La sfera, infatti, si frappone tra noi e l’immagine, crea un'ulteriore distanza,
occupando lo spazio ma lasciando spazio alla rivelazione dei paesaggi all’orizzonte. I visitatori
sono l’elemento necessario per attuare un gioco di sguardi tra persone, cose e immagini. Le
cornici, di stile antico, si danno come finestre aperte su un fuori: l’aperto che ci si para davanti in
forma di sogno, come esperienza dell’immaginazione e del ricordo. Siamo, allora, contemplatori
che fuori all'aperto si danno la possibilità di riviverne l’emozione, ribaltando il negativo in positivo,
la fine in nuovo inizio. Siamo come certi personaggi della pittura ottocentesca - ad esempio quella
di Caspar David Friedrich - ritratti in mezzo a una vasta pianura circondata da alte cime innevate o
isolati in vetta a una montagna a ridosso di un precipizio.
Paolo Canevari Paesaggio, 2019
dettaglio del dittico olio motore esausto su carta antica, cornice del XVII sec. cm.h. 25,5 x 20 cad. Courtesy Artista e Galleria Christian Stein
Torniamo a osservare l’oggetto sferico che, pur avendo tra le sue massime proprietà quella di
muoversi rotolando, sta invece fermo. Intorno a questa sfera si svolge, come in un panorama
panottico, una cortina di seducenti paesaggi nobilmente incorniciati. Riconosciamo morbide
colline. Cime tempestose. Montagne su cui aleggiano nubi minacciose. Abitiamo una dimensione
diversa dal solito. È quella dominata dal silenzio di cui si circonda l’opera dotata di aura. Un
silenzio che partecipa alla fioritura di un’immagine che è stata generata nel tempo ormai esausto
della creazione artistica, nel tramonto della nostra immaginazione poetica: «La ricerca del silenzio
come spazio interiore da ritrovare nell’opera è per me una scelta consapevole e politica. Viviamo
immersi in un rumore continuo, in una sovrapproduzione di immagini, parole, opinioni. Il silenzio
diventa una forma di resistenza: un luogo di ascolto, un tempo necessario per il pensiero; per
ritrovare una dimensione umana del fare, priva di tecnicismi e di artificio, che possa riflettere una
tensione verso l’essenziale. Ho sempre sostenuto un’etica fondata sulla semplicità dei mezzi, sulla
possibilità di creare con poco. La mia è una pratica che rifiuta l’eccesso e il monumentalismo. Non
credo nelle produzioni ricche o nelle opere che rappresentano un’economia forte. L’arte deve
poter esistere senza il potere».
Per concludere, queste opere devono essere usate come delle zattere di sopravvivenza etica ed
estetica in un tempo che non è favorevole all’arte. Possiamo così aggrapparci ad ognuna di
queste opere per non essere trascinati passivamente nel corso violento della Storia. Per avere
ancora una volta a portata di mano la meraviglia di un’alba nascente su un paesaggio che vive
sospeso per noi tra distanza e vicinanza. Come un oggetto di desiderio che alimenti assieme alla
sua rinascita la struggente malinconia generata per un bene prezioso che abbiamo già perduto da
sempre.
Paolo Canevari davanti a Paesaggio, 2025 Courtesy Artista e Galleria Christian Stein, Milano Foto Agostino Osio