John Giorno, The Performative Word, Exhibition views MAMbo - Museo d'Arte Moderna di Bologna Courtesy MAMbo Photo by Ornella De Carlo
John Giorno
as Bodhisatva
Pochi poeti hanno ampliato il territorio del bardo con tanto carisma, con tanta visionarietà quanto John Giorno. Dotato di prolifica immaginazione concettuale e avida curiosità verso i modi di circolazione della poesia, Giorno ha concepito il suo progetto non solo nel testo, ma anche nella sua fruizione. Ha ampliato i nostri canali di incontro con la poesia attraverso una vasta gamma di esperienze, reti e oggetti. La sua impronta di impresario plasma ancora il nostro tessuto culturale, poiché Giorno è stato un abile demiurgo, creatore di collaborazione, amicizia e comunità. Come artista visivo di poesie in dipinti, ha sviluppato uno stile mirato e accattivante. Naturalmente ricordiamo anche lo spirito elettrizzante del Giorno performer, gli strumenti del corpo e della voce, attentamente studiati, con cui svolse il suo lavoro per tutta la vita.
Finora si è scritto e osservato meno su Giorno come artigiano della poesia: la sua sensibilità alle parole, ai loro diversi comportamenti, alle proprietà e alle origini del discorso nelle sue sfaccettature; la sua costante attenzione al ritmo e alla metrica, la partitura delle sue poesie attraverso strofe e versi. Nonostante la sua vorace esplorazione di diversi media, Giorno fu, in tutto e per tutto, un poeta, un attento studioso delle operazioni del linguaggio. La poesia era la sua tecnologia originale.
Aveva capito che l'arte di creare era ovunque: nella letteratura, ma anche per la strada, nella pubblicità, nel diritto, nei notiziari e nella pornografia. Perché una formulazione del discorso ha così tanta autorità?
Perché un'altra è così lamentosa, o così eccitante, e un'altra ancora così stimolante?
Ovunque potessimo trovare il linguaggio, Giorno riconosceva l'intricata serie di calcoli che ne influenzano la ricezione: le corrispondenze del discorso con respiro e il polso, la gamma di associazioni e dinamiche evocata da diverse convenzioni formali e grammaticali.
John Giorno, The Performative Word, Exhibition views MAMbo - Museo d'Arte Moderna di Bologna Courtesy MAMbo Photo by Ornella De Carlo
THE BREATH
Un incontro che segna profondamente la sua vita e la sua opera è quello con il Buddhismo tibetano e, in particolare, con Chögyam Trungpa Rinpoche, arrivato negli Stati Uniti alla fine degli anni Sessanta. Trungpa diventerà per Giorno una guida nell'affrontare una domanda che tornerà in tutta la sua produzione successiva: come continuare a creare senza consumarsi? L'archivio testimonia questa ricerca con una precisione quasi commovente. Le fotografie dei ritiri in India, le pagine fitte di appunti meditativi e persino la quotidianità rivelata dalle note su orari di pratica, diete e programmi intensivi, mostrano un Giorno di volta in volta più raccolto, più attento, meno incline all'esplosione e più interessato alla pausa, all'ascolto. È tra queste pagine che ricorre, più volte e in grafie diverse, la stessa indicazione: "Pay attention to the breath".
È come se la poetica del loop - così centrale nella sua ricerca si fosse spostata dalla tecnologia al corpo, trasformando il respiro in atto creativo, in unità minima di montaggio. La pratica buddista non sostituisce la poesia, le dà una nuova forma, dimostrando ancora una volta come in Giorno la vita e l'opera si sovrappongano, non per confusione ma per convergenza.
Guardando oggi a questi capitoli, all'insieme di queste tracce - agli indizi, ai segni rivelatori, ai frammenti dispersi che compongono l'archivio di John Giorno - si ha la sensazione di trovarsi di fronte non a un deposito del passato, ma a una macchina narrativa ancora in funzione. Ogni documento sembra chiedere non tanto di essere conservato, quanto di essere continuato: come se il compito dell'archivio non fosse fissare un tempo, ma mantenerlo mobile, disponibile, aperto. A leggerlo così, ci si accorge che questa piccola mostra non racconta soltanto la vita di un artista, ma anche la vita dell'archivio stesso: la sua capacità di espandersi, di suggerire connessioni, di generare nuove letture. E, in fondo, non è forse ciò che ogni archivio desidera, essere letto come un libro ancora in fase di scrittura?
Ogni capitolo, infatti, non chiude un discorso: lo sospende, lo rilancia, lo mette in relazione con ciò che precede e ciò che segue. La struttura non è quella dell'enciclopedia rigida, alfabetica, esaustiva - ma quella appunto del romanzo. O, se vogliamo, meglio ancora del romanzo d'avventura: un percorso costruito su tracce che si inseguono, viaggi che si sovrappongono, documenti che si contraddicono, chiedendo al lettore di comporre un senso. Forse è proprio questo che rende affascinante il lavoro sull'archivio di un artista: l'idea che la verità non sia un blocco compatto, ma un campo di possibilità; che la biografia non sia una linea, ma una costellazione; che l'opera non sia un risultato concluso, ma una serie di tentativi, deviazioni, ritorni, ripensamenti.
Nel caso di Giorno, tutto questo è particolarmente evidente: nella sua identità reinventata, nella poesia come azione collettiva, nella cura come forma d'arte, nelle genealogie italiane inseguite tra la Basilicata e lo stato di New York, nella meditazione come pratica di attenzione, nel respiro come metrica segreta della propria voce... Il suo archivio ci ricorda che un artista non esiste soltanto nelle sue opere, ma nelle forze che le hanno prodotte, nelle persone incontrate, nelle comunità attraversate, nei gesti ripetuti, nelle amicizie che lo hanno sostenuto, nei rischi che ha deciso di correre.
Ed è proprio in questa rete di relazioni - alcune visibili, altre appena intuibili - che il lettore-visitatore si trova invitato a muoversi, come un detective benevolo che non cerca un colpevole ma un significato.
Chiudendo questo libro ci si trova a chiedersi: cosa resta della vita di John Giorno?
Restano le opere, certo. Le poesie, gli LP, le stampe, i quadri. E restano le pagine, le fotografie, le lettere, i ritagli, i ricordi. Ma resta soprattutto ciò che quei materiali continuano a generare: le nuove letture, le nuove connessioni, i nuovi racconti. Resta la possibilità di rileggere ciò che si credeva di conoscere e di scoprire, all'improvviso, una traccia diversa, un indizio marginale, un dettaglio che apre una nuova strada. A chi apparterrà quel dente d'oro trovato in una scatola di documenti legali? Gli archivi assomigliano ai romanzi non perché narrano una storia, ma perché insegnano a leggere. Insegnano a riconoscere l'importanza di ciò che non torna, di ciò che manca, di ciò che è stato conservato senza sapere perché. Insegnano a vedere nel frammento non una perdita, ma un possibile inizio.
È questo il modo in cui un archivio continua a respirare attraverso di noi: perché ogni lettura lo sposta un po', lo rimonta, lo reinventa. Un archivio è vivo non perché conserva, ma perché continua; non perché testimonia, ma perché trasforma; non perché chiude, ma perché apre. Che cosa significa allora costruire una mostra a partire dall'archivio di un artista? Significa accettare che nessuna vita si lascia archiviare definitivamente. E che proprio in questa impossibilità risiede il suo splendore: nella promessa che ciò che abbiamo davanti contiene ancora qualcosa che non abbiamo visto.
John Giorno, The Performative Word, Exhibition views MAMbo - Museo d'Arte Moderna di Bologna Courtesy MAMbo Photo by Ornella De Carlo
John Giorno Laura Hoptman
e Ugo Rondinone
Conversazione
Laura Hoptman -
Forse il modo più logico per iniziare la nostra conversazione è con una domanda molto semplice: come hai incontrato John?
Ugo Rondinone -
Ho conosciuto John alla maratona annuale di Capodanno del Poetry Project, alla St. Mark's Church in-the-Bowery, il 1° gennaio 1998. Mi recai al reading con la mia amica Lina Pallotta, fotografa che ha documentato la scena poetica del Lower East Side fin dagli anni Ottanta. Rimasi affascinato dall'energica performance di John. A differenza degli altri poeti, che tenevano la testa bassa, guardando le pagine mentre leggevano, John aveva memorizzato la sua poesia, tramutando così una lettura noiosa in un'esibizione completa. Riuscì a stabilire un legame con il pubblico fin dall'inizio. Ogni singola parola era pronunciata in modo chiaro, cristallino. La sua voce seducente passava da urla fragorose a sussurri gentili. I suoi piedi non stavano mai fermi. Danzava e saltava al suono delle sue stesse parole.
L H - Cosa recitò?
UR - Quella sera, eseguì per la prima volta The Death of William Burroughs (1997). È una poesia che racconta gli ultimi momenti di vita di Burroughs. John narra l'esperienza da una prospettiva buddista, concentrandosi sul trasferimento di coscienza che avviene al momento della morte, piuttosto che sul dolore o sul lutto. Descrive l'assorbimento del flusso cosciente di Burroughs e la sua percezione come una "luce bianca brillante, accecante ma smorzata, vuota". ". Nella poesia, John si vede come un "veicolo" per la coscienza di Burroughs, che ha viaggiato come una “gentile stella cadente" verso un regno di "grande chiarezza e beatitudine". La poesia contrappone questo evento spirituale a dettagli pratici, come la scelta degli abiti funebri di Burroughs, che comprendevano la sua giacca preferita, jeans, una bandana rossa, una moneta d'oro e uno spinello. Alla fine della performance, il pubblico era elettrizzato. Ci fu una standing ovation. Dopo lo spettacolo, Lina e io andammo nel backstage per incontrare John, che accolse Lina con un grande sorriso. A differenza del suo personaggio, così energetico sul palco, era gentile e premuroso. Mi fece qualche domanda, molto affabilmente, e mi invitò a fargli visita nel suo loft al 222 di Bowery la settimana successiva.
L H -
So che ti interessa molto la poesia. Conoscevi le opere di John prima di vedere questo spettacolo? Ricordi quando ne hai sentito parlare per la prima volta?
UR -
Il mio amore per la poesia è iniziato con gli autori di lingua tedesca. Al liceo, il mio primo amore sono state le poesie di Ilse Aichinger, Ingeborg Bachmann, Paul Celan, Rainer Maria Rilke e Georg Trakl. In seguito mi dedicai ai poeti francesi, come Arthur Rimbaud, Paul Valéry o Max Jacob. Prima di incontrare John, non conoscevo molto la poesia americana. Ma grazie a lui mi sono avvicinato alla sua generazione di poeti, come Gary Snyder, Diane di Prima, Jack Spicer, James Schuyler e John Ashbery. Oggi amo soprattutto poetesse come Fanny Howe, Jenny Xie, Louise Glück e Jean Valentine, voci che sanno trasformare la complessità della vita in visioni essenziali e chiare.
Quando mi trasferii a New York nel 1997, il mio inglese era decisamente basico. Non avevo familiarità con la poesia americana o britannica. Evitavo le traduzioni in tedesco, perché una poesia tradotta va contro l'anima della poesia stessa. Una poesia può essere tradotta meccanicamente, ma non si riesce a tradurne lo spirito. Una poesia è un esercizio di sofisticata semplicità, in cui un linguaggio relativamente essenziale acquisisce una profondità notevole, dove ogni parola sembra misurata al millimetro. Una poesia ci ricorda che il mondo non è ciò che sembra essere, che con piena coscienza di sé e attenzione si può intravedere qualcosa di vasto e sconosciuto.
Quando arrivai a New York, non conoscevo John Giorno. Non sapevo che fosse il soggetto di Sleep di Warhol (1963). Non sapevo di Dial-A-Poem, l'opera concettuale estesa esposta nella mostra Information di Kynaston McShine al Museum of Modern Art nel 1970. Non sapevo nulla della Giorno Poetry Systems e dei ventiquattro album che aveva prodotto.
LH -
Come descriveresti la comunità di John quando lo hai conosciuto? Era composta principalmente da poeti o da artisti visivi? Se sì, quali?
UR -
Quando conobbi John, alla fine degli anni Novanta, era in tournée in Europa: Spagna, Italia, Germania e Francia. All'epoca, i suoi amici più stretti erano poeti e artisti francesi come Brigitte Cornand, Jean-Jacques Lebel, Bernard Heidsieck, Françoise Janicot, Henri Chopin e Julien Blaine. Si conoscevano tutti dalla metà degli anni Settanta ed erano stati presentati a John da un amico comune, l'artista Brion Gysin, che visse a Parigi fino alla sua morte, nel 1986. A casa, a New York, la vita di John ruotava attorno alla comunità buddista tibetana. Tutti nel mondo della poesia newyorkese conoscevano l'opera di John, ma a differenza di quanto accadeva in Europa, non gli venivano proposti incontri di lettura. Luoghi come la Poets House o l'Academy of American Poets di New York non lo invitarono mai a un reading. Era un periodo di cambiamento. I suoi amici Allen Ginsberg e William S. Burroughs morirono a cinque mesi di distanza l'uno dall'altro, nel 1997. John non fu rattristato dalla loro scomparsa, anzi. Si sentì liberato. Cominciò a scrivere le sue memorie, e iniziò scrivendo del funerale di Burroughs. Dopo il nostro incontro, l'opera di John si avvicinò maggiormente al mondo dell'arte visiva contemporanea, e una nuova generazione di artisti venne a conoscenza del suo lavoro.
LH-
Qual è stata la tua prima collaborazione artistica con John?
U R -
Fu Lowland Lullaby. Nel 2002, Marc-Olivier Wahler, allora direttore dello Swiss Institute di New York, mi invitò a realizzare una mostra personale. A mia volta invitai John Giorno e Urs Fischer a unirsi a me. Nello stesso periodo, con il Fabric Workshop di Philadelphia, stavo creando un pavimento di legno con un motivo a griglia psichedelico, in bianco e nero, che produceva un'illusione ottica disorientante. Sembrava una vibrazione, come camminare sul ponte di una barca ubriaca, un movimento costante di alti e bassi. In quel pavimento a griglia c'erano dodici fori, ognuno dei quali conteneva degli altoparlanti, e dagli altoparlanti usciva il suono della voce di John che recitava il suo poema epico There Was a Bad Tree (2001). Era il suo primo Fable Poem e segnò un cambiamento significativo nella sua pratica. Fu la fine di un percorso iniziato negli anni Sessanta con i Porn Poems, seguiti dagli Angry Poems, poi dai Compassionate Poems e infine dai Fable Poems. John continuò a lavorare con la forma dei Fable Poems per il resto della sua vita.
LH -
Puoi dirci qualcosa di più sul motivo per cui hai scelto di invitare John alla mostra? Cosa ha apportato il suono della sua voce all'installazione?
U R -
All'epoca, lavoravo con sculture sonore ormai da molti anni. Ho creato diverse opere che incorporavano dialoghi tra due uomini o tra una donna e un uomo. I dialoghi erano diffusi da altoparlanti integrati in diverse forme scultoree: pareti inclinate, soffitti crollati o pavimenti sconnessi. La collaborazione con John è stata una continuazione di quella pratica.
LH -
Cosa pensi della fusione tra poesia e arte visiva? Quale opera citeresti perché fonde con successo il letterario e il visivo?
U R -
Poesia e arte visiva sono entrambe bacchette magiche che operano un incantesimo su logica e ragionamento. Attraverso un'opera d'arte o una poesia, ci si immerge in un'esperienza che si percepisce prima nel corpo. Il corpo conosce le cose molto prima della mente. Le opere d'arte che fondono con successo il letterario e il visivo trattano le parole come oggetti o immagini, esplorando l'interazione tra ciò che si vede, ciò che si legge e ciò che si sente. Queste opere d'arte presentano frasi frammentate e ambigue che resistono a un'interpretazione immediata, costringendo gli spettatori a interagire con il testo a livello puramente visivo. Alcuni esempi recenti che mi vengono in mente sono di Ed Ruscha, Bruce Nauman, Keith opere Haring, Barbara Kruger, Christopher Wool e Jack Pierson.
Più in generale, direi che nell'ultimo decennio gli artisti cercano in modo sempre più aggressivo di associare se stessi e le proprie opere alla poesia. A volte sembra una versione moderna delle indulgenze cattoliche, che permettevano di essere assolti da qualsiasi peccato. È come se l'ingente flusso di denaro che domina il mondo dell'arte potesse essere ripulito associando l'opera di un artista alla purezza e all'innocenza della poesia. Il primo conflitto tra poesia e arti Visive è che l'arte visiva ha un mercato consolidato e redditizio, dove le persone possono guadagnare molto, mentre la poesia opera in un mercato finanziariamente più vincolato. Questa disparità influenza il modo in cui artisti e poeti possono monetizzare il proprio lavoro, costruirsi una carriera e coprire i costi. La realtà è semplice: con la poesia non si paga l'affitto. Ei poeti non dovrebbero essere pagati solo in termini di visibilità, ma in dollari. Credo che gli artisti visivi abbiano la responsabilità collettiva di far sì che i poeti vengano ben pagati per la loro attività nel mondo dell'arte e non siano sfruttati per autoindulgenza artistica.
LH -
È una affermazione davvero generosa! Sono sicura che John l'avrebbe apprezzata. Sono curiosa di sapere se c'è una poesia di John che preferisci.
U R -
"THANX 4 NOTHING" (2006). Fu scritta come regalo di compleanno per sé stesso, quando compì settant'anni. La poesia esprime gratitudine sia per gli eventi positivi sia per quelli negativi che hanno caratterizzato la sua vita. John ringrazia i suoi amanti e gli amici per il loro contributo, e anche coloro che lo hanno tradito, sfruttato o sono stati sgradevoli con lui, accogliendo queste esperienze come parte del suo percorso. Pur toccando temi oscuri come il tradimento, la morte, la depressione e il suicidio, la poesia è in definitiva un'affermazione di vita. Trasforma queste esperienze in risultati positivi, come il desiderio che tutte le droghe da lui assunte tornassero per far sballare il suo pubblico, o che i suoi pensieri suicidi diventassero "canzoni aspirazionali". La poesia riflette la posizione di John come figura controculturale che ha sfidato le norme sociali. Il titolo, "THANX 4 NOTHING", riprende la tradizionale formula di ringraziamento modificandone completamente il significato; la poesia stessa mette a nudo alcune delle ipocrisie della vita moderna.
LH -
E le sue opere d'arte? Ne hai una preferita?
U R -
La sua vita. John era un uomo eclettico, un anticonformista radicale. È lo Zelig della cultura d'avanguardia del ventesimo secolo. Era sempre presente al momento giusto e in contatto con le persone giuste. In ogni decennio della sua vita artistica, a partire dagli anni Sessanta, John è sempre stato lì, al centro di tutto. È una di quelle figure che hanno toccato diversi aspetti della cultura underground e d'avanguardia americana, con un impatto e un effetto a catena sulla cultura popolare e mainstream. Lungo tutto il corso della sua vita da poeta, pittore, attivista gay e buddista tibetano, John ha cercato di trovare modelli universali. Preparare un'antologia di poesie, raccogliere insegnamenti buddisti o aiutare le persone affette da AIDS sono stati alcuni dei suoi modi per identificare connessioni comuni tra persone e culture. Di conseguenza, ha creato un corpus di opere estremamente eclettico, prodotto nell'arco di sette decenni: poesie, dipinti, registrazioni sonore, ma anche devozione spirituale e aiuto compassionevole degli altri.
LH -
Come descriveresti le connessioni tra il lavoro di John e il tuo? Pensi che il tuo lavoro sia cambiato grazie alla relazione con John?
UR -
Ho avuto la fortuna di incontrare John. Eravamo musa e ascoltatore l'uno dell'altro. Mi fidavo del suo giudizio sul mio lavoro più di quello di chiunque altro. Pur provenendo da generazioni diverse e lavorando con media diversi, i nostri processi creativi si somigliavano molto. Questi parallelismi erano in gran parte influenzati dalla nostra lunga partnership personale e creativa, che ha portato a una fusione di questioni estetiche e interessi tematici. Un motivo ricorrente per entrambi era rappresentato dal trascorrere del tempo e dai cicli dell'esperienza umana. Le ripetizioni nelle poesie di John, in stile mantra, e le sue riflessioni su una vita di esperienze si collegano al mio uso di immagini cicliche afferenti all'ora, al giorno, al mese e all'anno. Entrambi integriamo la filosofia e il simbolismo del Buddhismo nel nostro lavoro. John era un devoto buddista tibetano e la sua poesia e il suo attivismo erano profondamente influenzati da questa pratica. Io, a mia volta, ho creato opere d'arte che evocano gli aspetti meditativi, ciclici e trasformativi del Buddhismo come un modo per superare le prospettive dualistiche e l'idea che il vuoto non sia un vuoto, bensì apertura. Entrambi utilizziamo un linguaggio e un immaginario semplici e diretti per comunicare temi di amore, solitudine e vita. L'uso di John di testi e frasi tratti dalla vita quotidiana e il mio di simboli archetipici come il sole, la luna, l'arcobaleno, l'albero, il sé, la maschera o il clown parlano di emozioni universali in modo comprensibile.
La più intensa sovrapposizione tra le nostre carriere è stata la mostra del 2015 Ugo Rondinone: I❤John Giorno, che ho concepito come omaggio a John. Presentata per la prima volta al Palais de Tokyo di Parigi nel 2015, nel 2017 è stata inaugurata contemporaneamente in tredici istituzioni artistiche no-profit di New York, come retrospettiva su scala cittadina. La serie di opere in mostra ha evidenziato l'influenza di John negli ambiti di poesia, arte e attivismo, pur essendo anche la mia opera d'arte, rendendo così le nostre visioni creative inscindibili.
LH -
E per quanto riguarda l'eredità di John? Qual è secondo te la sua eredità per le arti letterarie e visive?
U R -
Dial-A-Poem.Alla fine degli anni Sessanta, a John venne l'idea di Dial-A-Poem durante una banale conversazione telefonica, quando si chiese perché la voce dall'altra parte non potesse leggere una poesia. Lanciò così il servizio utilizzando segreterie telefoniche industriali per riprodurre poesie registrate da una vasta gamma di collaboratori, tra cui poeti, artisti, musicisti e attivisti come Allen Ginsberg, William S. Burroughs, John Cage, Patti Smith e Bobby Seale, quest'ultimo co-fondatore del Black Panther Party. Dial-A-Poem fu esposto per la prima volta all'Architectural League di New York nel 1969 e successivamente al Museum of Modern Art di New York nel 1970. Le registrazioni comprendevano non solo poesie, ma anche contenuti controculturali, come discorsi delle Pantere Nere e proteste contro la guerra.
Dopo la morte di John, nel 2019, la sua organizzazione no-profit Giorno Poetry Systems ha dato priorità alla creazione di Dial-A-Poem come progetto mondiale. Nei prossimi dieci anni, ogni paese del mondo avrà la propria versione di Dial-A-Poemcon registrazioni effettuate dai rispettivi poeti. Attualmente sono attivi numeri in Francia, Messico e Brasile, Italia e saranno attivati anche in Thailandia, Svizzera e Hong Kong. Questo progetto mondiale, dalla vastità monumentale, riflette il desiderio di John Giorno di rendere la poesia accessibile a tutti, in ogni angolo del mondo. È questo uno dei più importanti contributi culturali e artistici da lui realizzati per le generazioni future.
John Giorno, The Performative Word, Exhibition views MAMbo - Museo d'Arte Moderna di Bologna Courtesy MAMbo Photo by Ornella De Carlo