Ilya & Emilia Kabakov
Diario veneziano
Ca’ Tron e Padiglione Venezia
Il capitolo precedente
Diario veneziano è un’installazione in continuità a quella che Ilya (Dnepropetrovsk, USSR, 1933-Long Island, USA, 2023) ed Emilia (Dnepropetrovsk, USSR, 1945) Kabakov eseguirono nel 1993 a Gand, in occasione della mostra collettiva Rendez (-) vous al Museum van Hedendaagse Kunst. L’idea della mostra, proposta da Jan Hoet e dal suo gruppo di lavoro, prevedeva che a ogni artista invitato fossero consegnate diverse centinaia di oggetti raccolti dagli abitanti di Gand per incorporarli in una propria opera. Ai Kabakov non interessava tanto manipolare quegli oggetti, quanto comprenderne il significato attribuito dai rispettivi proprietari, e pertanto chiesero che ognuno di questi venisse accompagnato da un breve testo che spiegasse la motivazione della scelta. Leggendo queste storie, i Kabakov scoprirono che ogni oggetto era pervaso di ricordi e significati, oltre a rappresentare una testimonianza di vita.
A distanza di tre anni dalla morte di Ilya, Emilia Kabakov riprende il concept originario attraverso un processo di adattamento al contesto unico veneziano. In questa installazione, gli oggetti e le loro storie sono presentati per dar vita a un ritratto della città attraverso lo sguardo dei suoi abitanti e non dell’artista.
Venezia
Nel corso della sua longeva storia, Venezia è stata luogo di scambi economici, politici, religiosi, culturali e artistici. Innumerevoli scrittori, poeti, compositori, coreografi, registi e artisti hanno tratto ispirazione dai suoi canali e dalle sue calli strette. C’è una magia in questa città: qualcosa che attira, che favorisce la creatività, che lascia con il desiderio di averne ancora. Ma cos’è questa magia? Cosa rende il canto delle sirene tra terraferma e laguna così difficile da sfuggire? “I veneziani sono unici — come popolo, città e comunità”, dichiara Emilia Kabakov.
Radici e legami
È stato chiesto ai veneziani, di nascita o adozione, di condividere la storia delle loro radici e legami con la città, insieme a un oggetto che la rappresenti simbolicamente.
Diario veneziano ha previsto un lungo processo iniziale di coinvolgimento degli abitanti attraverso il passaparola e annunci pubblici, su giornali e piattaforme di social network. Alla call to action pubblica è seguita una lunga fase di ascolto delle storie di ciascuno per poi trascriverle ed esporle accanto all’oggetto che gli conferisce forma simbolica.
Una storia di storie
Oltre settecento veneziani di laguna e terraferma hanno scritto la loro pagina di un diario emotivo corale, una narrazione polifonica. Racconti di vita che attraversano dieci generazioni di donne e uomini, di anziani e bambini, di pressoché ogni mestiere e professione. Sui ripiani delle teche espositive si apre una soglia radicale quanto poetica sull’autenticità intangibile della città. Il risultato è un museo effimero del vivente, in cui le storie presentate, prima ancora degli oggetti collegati, sussurrano la voce dei sogni, le frequenze dei timori e delle passioni di persone che hanno scelto Venezia come propria casa. Il percorso della mostra, con storie e oggetti estratti dal flusso caotico della quotidianità, isolati e ricontestualizzati dall’artista in modalità museografica, trasmuta esistenze individuali in cultura contemporanea.
Un dono senza gerarchie
Le storie nelle vetrine sono firmate solo con il nome di battesimo del protagonista. È una presa di posizione che sottolinea la medesima importanza riconosciuta a ogni racconto e, quindi, a ogni persona, senza gerarchie di sorta. Ma è anche una scelta per tutelare vicende, opinioni e confessioni spesso molto intime. Un dono che ha consentito a Diario veneziano di venire alla luce, e che attesta come nella società odierna, spaccata da un individualismo dilagante, ci sia ancora posto per affidare e affidarsi al prossimo.
Cesare Biasini Selvaggi
Ilya & Emilia Kabakov, Diario Veneziano, 2026, Installation View, CaTron. ph Osvaldo Di Pietrantonio
Ilya Kabakov ed Emilia Kabakov
con la partecipazione degli abitanti di Venezia
a cura di Cesare Biasini Selvaggi e Giulia Abate
Ca’ Tron e Padiglione Venezia
Percorsi tematici
Memorie tra le maree
Ricordi d’infanzia e cronache familiari lungo terraferma e acqua
Sono nato nel 1951 a Venezia, alla Celestia e lì sono cresciuto in un mondo che oggi sembra preistorico. Passavamo le giornate a giocare a pallone nell’oratorio o in strada, a “palla avvelenata” o a nascondino, e spesso andavamo a pescare. Con la barca posizionavamo nei canali o sulle barene dei “covoli”, piccole reti a sacco con cui prendevamo “gò” per il risotto o gamberetti da usare come esca. Questa rete è per me l’emblema della Venezia che ho vissuto: una città senza automobili, dove i bambini giocavano liberamente nei campi, tra acqua, calli e canali, in un rapporto diretto e quotidiano con la laguna, purtroppo raro oggi. (Stefano)
Questo set di biglie, regalo speciale di mio nonno, richiama i pomeriggi al doposcuola del patronato, quando con gli amici aspettavamo la gara e le sfide sui circuiti preparati da don Claudio. Rivivo anche le lunghe estati al Lido, tra piste scavate nella sabbia fino al tramonto. Non è solo un gioco, ma il simbolo di un’infanzia semplice e genuina, fatta di amicizia e radici.
Bastava poco per divertirci insieme, e sapere che il patronato è ancora frequentato da tanti ragazzi mi fa sorridere, perché significa che a Venezia alcune tradizioni continuano nel tempo. (Jacopo)
Una volta non c’erano i giochi di oggi: si usciva in strada, senza paura, e questo spazio diventava il nostro mondo. Era tutto più semplice e, proprio per questo, bellissimo. Giocavamo a “campanon”, a “massa e pindolo”, con la fionda; saltavamo la corda, a “libera don don”, con le biglie di terracotta. Inventavamo anche i nostri giochi, come i “cimbani” fatti con tappi di birra riempiti di stucco o cera. Abitavo in Baia del Re e quei giorni avevano il sapore della libertà. (Mirella)
Per me Venezia è il passo lento di mio nonno tra le calli della città e le dune del Lido. Queste pipe, che lo accompagnavano sempre, non sono oggetti del passato ma frammenti di un rito: il gesto di accendere il tabacco e sostare a guardare la città. Anche se oggi tutto corre veloce, in questo lascito ritrovo un ritmo sapiente e antico. Conservarle senza usarle è il mio modo di abitare ancora quella Venezia paziente, mantenendo viva un’appartenenza fatta di silenzi, profumo di mare e memoria collettiva. (Rosalba)
Diario Veneziano, 2026, Installation View, CaTron. ph Osvaldo Di Pietrantonio Nr.Storia 42
Trame condivise
Desideri, visioni, sogni e confessioni rivelati tra le calli e i canali
Non sono nata a Venezia, ma ho da sempre vissuto qui, dall’altra parte del ponte, a Mestre. Venezia è anche stata la mia prima esperienza di libertà, da adolescente, quando ho iniziato a frequentare il liceo: ho imparato a muovermi tra calli e canali, scoprendo una città che, anche nella fretta, ti obbliga a fermarti e a osservarla. Da piccola, portavo sempre con me questo orsetto, inventando storie ispirate ai luoghi che attraversavo. È il simbolo della mia infanzia e della fantasia con cui ho imparato a vivere e immaginare la città, che ancora oggi continua a farmi sognare. (Marta).
Ora che abbiamo lasciato Venezia, mi sembra incredibile di aver vissuto lì e nessuna delle persone venute dopo di noi ne è a conoscenza. Ricordo un pomeriggio a Sant’Elena con Vale: ero inconsolabile, quando un signore si fermò a fissare qualcosa dietro dinoi e ci raccontò che da bambino giocava su un’altalena posta su un albero che stava alle
nostre spalle. Ci fece ridere allora, ma adesso capisco. Ora vorrei che tutti sapessero che da Sant’Elena mancheranno per sempre quattro margherite, perché quel giorno Vale me le ha regalate e io le ho messe a essiccare nella mia copia de La recherche du temps perdu. (Balsamo)
Un giorno ho trovato una tartaruga nel giardino di palazzo Gradenigo, dove vivo e di cui sono custode. Era lì, silenziosa, come se appartenesse più al tempo che allo spazio. La lentezza della tartaruga è misura, un suo modo di attraversare il mondo senza fretta. Venezia richiede lo stesso passo: qui si cammina, si attraversano calli e ponti, si ascolta l’acqua. Tutto ci ricorda qualcosa che questa città sa da secoli: la bellezza non ha fretta. Ho scelto una delle centinaia di tartarughe ereditate da mia madre, che ora vivono con me e lei dentro di me. (Valeria). STORIA
Venezia scorre dentro di me attraverso l’acqua, elemento vitale in cui ho imparato a nuotare, pescare e vogare. Questo filo invisibile è così forte che mi basta scorgere il riflesso del sole sulla laguna dal ponte della Libertà per ritrovare il respiro. L’acqua, con i suoi riflessi mutevoli, trasformai colori dei palazzi in visioni sempre nuove, come un caleidoscopio in continuo movimento. La mia maschera subacquea diventa così la chiave d’accesso a un mondo sommerso, lo strumento che sigilla una simbiosi profonda e mi permette di abitarlo. (Cristina)
Diario Veneziano, 2026, Installation View, CaTron. ph Osvaldo Di Pietrantonio Nr.Storia 348
Tradizioni, il fuoco da custodire
Storie di mestieri che forgiano l’anima di Venezia tra creatività e identità culturale
Mia madre, nata nel 1959 da famiglia contadina, aveva un certo talento artistico e collaborava alla creazione di nuovi modelli di bigiotteria in vetro di Murano. Crescendo tra i sacchi di “conterie” (“perline che si contano”) ho sviluppato la mia fantasia e sono diventata “impiraressa de fin”. Questa collana è il primo modello inventato da mia madre con la tecnica tubolare degli anni ’60, che io ho poi sviluppato. Il mio lavoro, con il suo caos creativo sul tavolo, rappresenta la quotidianità, la passione e l’attaccamento a Venezia che mi ha trasmesso mia madre. (Paola).
Il mio legame con Venezia nasce da mio nonno Bernardino che, ferito nella prima guerra mondiale, fu ricoverato all’ospedale militare di Venezia. Qui conobbe mia nonna Antonietta, crocerossina. Nel 1924 Bernardino aprì una barberia a San Polo dove, da oltre cento anni, lavora la mia famiglia. Tra le sue pareti, la nostra barberia è stato il palcoscenico silenzioso di mille confidenze. Oggi, quegli stessi racconti continuano a vibrare nell’aria, testimoniando che Venezia non è un reperto del passato, ma una città che pulsa, parla e respira ancora attraverso le voci di chi la abita. (Alberto)+B19.
All’alba, quando il sole sorge sulla laguna, molti pescherecci salpano da Pellestrina per portare il pesce ai mercati di Chioggia e Rialto. Da bambino andavo a pesca con i miei nonni, anche loro pescatori, che mi hanno insegnato questo mestiere diventato poi il mio. Era sempre un’avventura: quando prendevo un pesce, l’emozione era grande e non vedevo l’ora di raccontarlo a casa. Una nassa da pesca, “cheba” in veneziano, è il simbolo del mio legame con Venezia e con l’isola dove affondano le mie radici. (Simone)
Questo portamonete è un esempio di artigianato veneziano e un ricordo prezioso della mia famiglia. Realizzato nel 1986 da mia nonna, Luciana, che dal 1960 al 1990 lavorò a Murano, era un regalo per mia madre, che allora aveva vent’anni. Mia madre lo portava in occasioni speciali, ma con il tempo lo ha conservato con cura, consapevole della sua fragilità e del valore affettivo. Dalla scomparsa di mia nonna nel 2014, questo portamonete è diventato un ponte con i ricordi più vivi di lei, con Venezia e l’eredità artistica e umana che continua a vivere nel nostro quotidiano. (Asia)
Nato al Lido e cresciuto per anni a Pellestrina, la mia vita è tutt’uno con la laguna. Da quindici anni sono mitilicoltore, un mestiere che oggi deve confrontarsi con le sfide del cambiamento climatico e dell’innalzamento delletemperature. Il mio rapporto con Venezia è fatto di fatica e adattamento. Questa falce, strumento essenziale per tagliare le “reste” —le calze dove crescono le cozze —rappresenta il mio lavoro quotidiano e la resilienza di chi trae ancora oggi il proprio vivere dalle acque. (Matteo)
Diario Veneziano, 2026, Installation View, CaTron. ph Osvaldo Di Pietrantonio Nr.Storia 56
Sognare Venezia
L’alba di nuovi inizi: le testimonianze di chi ha eletto la città a casa propria
Ho studiato a Venezia trent’anni fa e per vent’anni ho cercato un modo per tornarci a vivere. Il negozio, e poi il marchio nato qui, me lo hanno permesso. Ho scelto una borsa che ho fatto produrre con una frase che ripeto sempre: “Venice of my heart”. (Giorgia).
Venezia è stata la prima città che ho imparato a conoscere davvero dopo aver lasciato la Romania. Per molti giovani è un luogo di passaggio, ma per me è diventata uno spazio che accoglie e, in qualche modo, protegge. Un anno prima di partire, in un mercatino delle pulci a Timișoara, avevo acquistato una fotografia: ritrae una famiglia romena anonima, tra gli anni ’60 e ’70, in uno studio fotografico della Romania comunista, in mezzo a una scenografia composta di una gondola, stelle e del ponte di Rialto, probabilmente realizzati in cartone. Oggi questa fotografia è con me a Venezia. Ironia della vita… (Iris).
Sono nato nel 1948 a Cannaregio, respirando i luoghi di Francesco Guardi e l’amore per i colori soffusi di Venezia. Vivo ormai da anni in terraferma e porto con me il rimpianto di quelle struggenti sensazioni che provavo tornando a casa la sera, l’immersione in una luce che è parte di me e che continua ancora oggi a nutrire il mio sguardo. Stringere questo mazzo di chiavi dei miei antenati significa riannodare un filo con chi ha vissuto questi spazi. È un oggetto da abitare: nonostante il tempoche scorre, io ho ancora i codici per entrare. (Franco)
Venezia è una storia d’amore iniziata a 18 anni, quando dalla Romagna sono arrivata qui per studiare lingue. Questa città mi ha conquistata subito: aperta al mondo, capace di farmi sentire libera per la prima volta. Ricordo ancora il primo vestito folk acquistato vicino all’università: lo indossavo a ogni festa, come simbolo di una vita nuova e della gioia di quel periodo. Oggi questo capo rappresenta l’inizio di tutto, la scelta di restare e costruire qui il mio futuro, in un luogo sempre vivace e accogliente, dove si può davvero essere sé stessi. (Gilda)
Arrivai al Lido di Venezia poco più che bambino, ancora con addosso l’odore della Sardegna. Con noi avevamo poche cose, tra cui una radio. Mia madre la accendeva al mattino e restava in funzione per tutto il giorno. Il vento e le onde spesso coprivano le voci: le parole si spezzavano e si mescolavano al fruscio della radio e al respiro del mare. Sembrava che Venezia volesse farsi sentire più di ogni altra cosa. In mezzo a quei suoni,la radio era il filo che collegava la Sardegna lasciata indietro e una Venezia che, lentamente, diventava casa. (Graziano)
Diario Veneziano, 2026, Installation View, CaTron. ph Osvaldo Di Pietrantonio Nr.Storia 43
La soglia del quotidiano
Oggetti d’uso che mettono in dialogo il mito di Venezia con la semplicità della vita di tutti i giorni
Ho creato questo portacandele a mano alla fine del mio primo anno a Venezia. Rappresenta il mio modo di celebrare la quotidianità e il valore profondo della nuova vita che ho costruito qui. La frase “che bella che sei” è una dedica alla città e anche alla mia esistenza in laguna. I segni del tempo e le piccole imperfezioni non sono difetti, bensì tracce di un “vissuto vero”: proprio come Venezia, la cui bellezza non sta nella perfezione quanto nella sua storia e nella sua fragile autenticità. (Sofiya).
Venezia è stata una scelta, dal sogno degli anni universitari a oggi, più di 30 anni dopo. Case e due figli dopo, la città è cambiata e il sogno si è stropicciato, ma ogni primavera le prime albe rosse restano Perfette. Queste posate da insalata mi hanno accompagnata di casa in casa: kitsch, stropicciate, ma ancora Perfette. (Emilia).
Il mio primo ricordo di Venezia è l’acqua alta del 4 novembre 1966: dalla finestra la vedevo risalire la calle e invadere l’atrio fino al terzo gradino. Era il mio onomastico, tra i doni c’era un disco che ascoltavo finché non si fermò: l’acqua aveva raggiunto la cabina elettrica. L’acqua alta è parte di Venezia: spostarsi tra le calli allagate, ascoltare le sirene, usare gli stivali. Li ho indossati l’ultima volta nel 2019, “acqua granda”. Ora il Mose funziona: gli stivali sono disoccupati, ma mai dimenticati. (Carlo)
La mia storia con Venezia è fatta di attese lente, di passi che seguono il ritmo dell’acqua. Ho scelto un orologio a simboleggiarlo perché, per me, non segna solo il tempo, ma ricorda come Venezia mi abbia insegnato a viverlo. Non sono nata qui, e quando mi ci sono trasferita è cambiato il mio modo di percepire le ore: tra calli e canali ho capito che non tutto deve correre veloce. A volte Venezia costringe a rallentare: non si può avere fretta tra ponti e vicoli, si impara così a dedicare alle cose e alle persone il giusto tempo, che il tempo non va solo misurato, ma anche apprezzato. (Laura)
I giochi che facevamo nei campi, dalle suore o in patronato sono il mio collante originario con la città di Venezia. Si giocava a palla, al “campanon”, alla corda o con l’elastico. Tra questi, i pattini hanno un ruolo speciale: per pattinare bisognava conoscere i punti della città con le pietre più lisce che facevano correre più veloce, come alcune zone delle Zattere o campi specifici frequentati da bambini. I pattini rappresentano per me quel modo libero e quotidiano di vivere Venezia, muovendosi tra spazi condivisi e riconoscendo nel tessuto della città i luoghi del gioco e dell’incontro.
Lo zaino è il mio dispositivo antropologico: da dieci anni attraversa Venezia raccogliendo frammenti di mondo. Nel 2016 conteneva codici e sentenze tra le aule della Corte d’Appello; oggi, diplomato in pittura, trasporta pigmenti e gessi in accademia. Due mondi contigui: come il giurista interpreta la norma così l’artista interpreta la realtà. Tra il rigore della legge e la libertà della forma, questo zaino fa da filtro necessario per decodificare una città sospesa tra la fisicità delle maree e la caleidoscopica visionarietà dei pensieri. (Giacomo)
Diario Veneziano, 2026, Installation View, CaTron. ph Osvaldo Di Pietrantonio Nr.Storia 91
Canto dell’anima
Racconti di intellettuali, artisti, creativi che hanno fatto di Venezia la fucina del proprio spirito
Venezia è la mia mappa e la mia mappa è Venezia. Con il progetto Isole e Pontiridisegno le isole e documento i ponti, creando mappe personali che invitano a guardare più a fondo dritto al cuore della città. Venezia non è un’unica isola, ma un arcipelago di 140 isole e circa 500 ponti: un dedalo vivo che continua da oltre duemila anni a connettere persone, tempo e spazio. (Deirdre)
91.Sono un’artista e una ricamatrice. Quest’opera è nata per presentare un esame di ammissione in un’università di Venezia, e finalmente realizzare il mio sogno di vivere in laguna. Oggi studio alla facoltà di Moda dell’Università Iuav di Venezia. Percorrendo le Zattere ogni giorno ascolto, attraverso queste cuffie fatte di conchiglie, immaginarie trasmissioni radiofoniche sottomarine, lasciandomi accompagnare da una dimensione sonora che evoca il rapporto profondo tra Venezia, l’acqua e la dimensione dell’ascolto. (Katerina)
Il panno per pulire i pennelli ha sostituito nella mia vita i calcoli finanziari, gli algoritmi, le statistiche, le previsioni, gli studi dei bilanci aziendali, la finanza comportamentale. Finalmente a 60 anni ho realizzato il sogno da ragazzo: diventare artista e vivere a Venezia, come numerosi grandi artisti del passato. È questo panno sporco di colori, intriso di odori che sancisce l’avverarsi di questo sogno. Nella vita ho imparato che dobbiamo sempre credere nei sogni e non mollare mai. (Alessandro)
Una tavolozza segnata dai colori e dal tempo racconta la mia passione più grande, sbocciata nell’infanzia e diventata, con naturalezza, il mio lavoro. Non ho mai smesso di disegnare: è stato un percorso continuo, quasi inevitabile. A Venezia ho trovato la mia prima ispirazione, nella luce che si riflette sui canali e nei colori unici della città. Qui ho iniziato anche a vendere i miei quadri. A guidarmi nei primi passi è stato mio zio, che mi ha insegnato a osservare e restituire quella luce particolare. Ogni volta che dipingo, Venezia resta il mio punto di partenza e la mia casa dello sguardo. (Maria)
Diario Veneziano, 2026, Installation View, CaTron. ph Osvaldo Di Pietrantonio Nr.Storia 42
La topografia degli affetti
La città come cartografia di emozioni e istantanee di vita
204.Ho scelto una coppa in vetro trasparente di Murano, isola a cui sono profondamente legato. Vi ho lavorato da giovane, seguendo le orme di mio padre, che lì ha trascorso gran parte della sua vita lavorativa. Assistere al lavoro dei maestri vetrai, davanti alla fornace, per dare vita a raffinate sculture è un’esperienza che racchiude tutta l’anima di Venezia. In quegli anni amavo anche uscire all’alba, per pescare o vogare, immerso nei suoni della laguna. Questa coppa è uno dei tanti paragrafi della mia storia con Venezia, scanditi da lavoro, tradizione e dal rumore dell’acqua. (Giorgio)
Il mio ricordo di Venezia è legato al Mercato di Rialto. Attraversando il ponte di Rialto si veniva avvolti dai profumi di formaggi e salumi. Proseguendo da Mascari si era immersi negli aromi delle spezie, poi il panificio e la pescheria, dove dominava l’odore dei pesci di laguna, fino a raggiungere l’Erbaria. La fotografia è del dopoguerra: ritrae mio nonno Giovanni al suo banco del pesce, accanto alla bilancia originale che utilizzava. Un frammento di memoria familiare che restituisce il legame con quel luogo e con la Venezia del mercato. (Rudi).
300.Una scatolina ovale, color della bruma, la più piccola di un set acquistato oltre cinquant’anni fa nella storica legatoria Piazzesi, nel Campiello della Feltrina. Nel 1974 mi trasferii con la mia famiglia da Torino a Venezia: per me, adolescente, una realtà sconosciuta, talvolta ostica, tutta da scoprire e da riempire di vita e di sogni. Questa scatolina, quasi una matrioska, rappresenta quel periodo di apertura alla conoscenza di una città strana e irreale, dove il tempo scorre secondo regole proprie. E qui, trafughe e ritorni, oggi mi ritrovo di nuovo accolta. (Olga)
Ho comprato questa piccola barca in un mercatino in campo Santa Maria Formosa, dopo averla contesa a un altro signore. Comesi dice a Venezia, “sono nato in barca”. Da ragazzo passavo interi pomeriggi sull’acqua con gli amici: andavamo fino a Sant’Erasmo, solo per mangiare un gelato e poi vagavamo per la laguna senza meta. Erano momenti semplici, di libertà e di spensieratezza, in cui la città sembrava tutta nostra. (Giampaolo)
Tante estati fa, quando i bambini erano padroni di campi e campielli di Venezia e ogni pietra diventava un gioco, quando si riusciva a giocare “con niente”... Tante estati fa... Questi tacchi mi ricordano “el zogo del taco”: si lanciavano per colpire quello dell’avversario. Si giocava con bambini e ragazzi contenti che tutto il loro universo fosse racchiuso in quel tacco, in quei campielli, in quei pomeriggi di tante estati fa... (Andrea)
Diario Veneziano, 2026, Installation View, CaTron. ph Osvaldo Di Pietrantonio Nr.Storia 582
L’architettura dei legami
Un inventario di relazioni nate all’ombra delle calli, nelle piazze assolate, e cresciute nel riverbero del dialogo
Ho scelto questo “garusolo”, una conchiglia raccolta ai Murazzi, quella lunghissima striscia di terra che separa e allo stesso tempo unisce il mare e la laguna. È un regalo di arrivederci: me l’ha donata un’amica veneziana, una delle prime persone conosciute arrivando sull’isola, prima di partire per un anno all’estero. Per me non è solo un frammento di mare: è un segno di amicizia, di appartenenza e di legami che nascono e si intrecciano proprio qui, dove l’acqua si unisce alla terra. (Elisabetta)
Queste tre seggioline racchiudono la gratitudine che provo ogni giorno per aver scelto di appartenere a questa città. Sono state create da un cuore artigiano, una persona entrata nella mia vita in modo inaspettato. Venezia mi ha letteralmente “rimessa al mondo”, con le sue infinite contraddizioni. Per me è ingegno e leggerezza, è condivisione, ebbrezza e risate rumorose, è presenza. È sudore e brividi, lacrime e profondi sospiri. È saggezza e mutuo aiuto, è rabbia ruggente, è malinconia struggente. È comunione. È Senso universale. (Sara)
Venezia per me è una trama che si ricama tra calli e persone, maglia dopo maglia. Dal 2014, con “Un gomitolo a Venezia”, trasformo ferri circolari e uncinetto in strumenti di inclusione, promuovendo lane autoctone e saperi condivisi.La mia associazione culturale riunisce oltre cento iscritti in luoghi iconici della città, dove il “fare a mano” incontra cinema e socialità. È il mio modo di contribuire a tenere unito il tessuto umano veneziano, annodando fili di aiuto e amicizia in laguna. (Claudia).
È un’alzavola in legno, riproduzione di un uccello migratore della laguna, realizzata a mano il dono che ho ricevuto tanti anni fa da un anziano artigiano come segno di amicizia. In passato modelli simili venivano usati per la caccia “da posta” in laguna. Questo oggetto è per me soprattutto l’emblema delle relazioni e degli scambi che la città rende possibili, incontri spontanei, rapporti nati tra calli e luoghi di comunità, uno degli aspetti più preziosi e umani del nostro vivere ogni giorno a Venezia. (Mauro).
Diario Veneziano, 2026, Installation View, CaTron. ph Osvaldo Di Pietrantonio Nr.Storia 204
Il sussurro del tempo
Cronache di immagini, allegorie e oggetti, custodi della storia monumentale di Venezia
Sono nata e cresciuta a Venezia, poi me ne sono andata a diciannove anni. Il ricordo più vivo è il Carnevale da bambina: calli piene di colori, musica e libertà.Mia zia è un’artista e mi cuciva i costumi, ogni anno diversi. Una volta mi vestì da gatto. La maschera la tenevo sul viso con uno bastoncino che oggi non c’è più, ma la maschera è ancora con me. Ha attraversato trent’anni e mille traslochi, resistente come il ricordo di unCarnevale che oggi non c’è più. (Anna)
Venezia non è la città in cui sono nata, ma quella in cui ho scelto di vivere. Dalla mia finestra, lo squero di San Trovaso mi regala ogni giorno lo spettacolo di un tempo che resiste: il suono del legno che viene plasmato e il profumo della pece. Per me, l’incanto di questa città risiede proprio in questa sua natura anfibia, di cui le gondole sono il simbolo più potente. Per rappresentare questo legame, ho scelto un cavalluccio marino che per anni ha decorato la fiancata di un’imbarcazione. Oggi questo piccolo ornamento, carico di storie, è come una bussola che orienta il mio senso di appartenenza a Venezia. (Carla).
La galloccia simboleggia per me Venezia: il punto dove la barca si ferma, trova equilibrio sull’acqua instabile. Così vedo la città: delicata armonia tra movimento e radicamento. Oggi questo equilibrio è fragile: sempre meno abitanti e flussi incessanti di visitatori. La galloccia diventa allora simbolo politico: il nodo che tiene, il desiderio di restare, abitare e costruire un legame duraturo con questa città, un piccolo gesto di radicamento in un luogo che ha ancora bisogno di nodi forti per non perdere chi lo chiama casa. (Diego)
201.Amo correre, in pianura come in montagna, e potermi allenare a Venezia, tra ponti e canali, è per me un privilegio oltre che un modo per rinnovare la mia complicità con la città. Ho vinto un’“osella” in vetro durante la corsa non competitiva “La bocca del fuoco” a Murano, l’isola dove ho vissuto a lungo, un percorso tra calli e fornaci. Il nome “osella” deriva dal fatto che il doge donava ogni anno a dicembre ai nobili del Maggior Consiglio delle anatre selvatiche (“osei”). Dal 1521, a causa delle guerre che impedivano la caccia, furono sostituite da una moneta, chiamata appunto “osella”. (Igor)
Diario Veneziano, 2026, Installation View, CaTron. ph Osvaldo Di Pietrantonio Nr.Storia 30
Fondamenta comuni
Pratiche di resistenza e orizzonti di cura per abitare la fragilità
A quindici anni ho costruito una noce di cocco telecomandata per attraversare l’acqua alta. Per qualcuno era un gesto irrispettoso verso i monumenti. Per me era un modo per abitare Venezia senza subirla, come un esperimento di libertà. Questa piccola “barca” improvvisata ricorda che la città non è un museo, ma un luogo dove passato e futuro possono incontrarsi. Quella noce di cocco è una scintilla che ancora (r)esiste. (Biagio).
Il mio rapporto con Venezia è prezioso come il fiaschetto in vetro di Murano fatto da mio nonno che era maestro vetraio. Me l’ha regalato quando ero andato da bambino a trovarlo nella vetreria artistica dove lavorava. Per me questo fiaschetto è Venezia perché mi ricorda sempre mio nonno. (Alvin)
Venezia per me è energia che viene dal mare. Sono tornata a vivere qui dopo 30 anni dalla laurea a Ca’ Foscari: qui appartengono le mie radici. Ho scelto un oggetto ritrovato sulla spiaggia di San Nicoletto, al Lido: un pezzo di carbone. Nel 1860 il brigantino prussiano Hellman, che trasportava carbone per alimentare i lampioni a gas della città, fece naufragio al Lido di Venezia. Oggi abbiamo capito che gas e carbone portano al naufragio della nostra civiltà. Per me a Venezia a far luce sono soprattutto le persone. Poi, i lampioni. (Chiara).
Questo frammento di rete proviene dai Murazzi del Lido di Venezia. Racconta molto della città: le correnti portano a riva reti, plastica e detriti, tracce di un rapporto fragile tra Venezia, il mare e le attività umane. I Murazzi sono anche un luogo di incontro per giovani, e proprio lì mi sono chiesto: quale responsabilità abbiamo verso la città? Così è nata Venice Calls, associazione civica che trasforma l’osservazione delle sfide della città in azione condivisa, costruendo una rete di persone impegnate nella cura di Venezia e della laguna, perché non è solo un luogo da abitare, ma da custodire insieme. (Sebastiano)
Sono nato a Venezia e ogni giorno cerco di contribuire a un futuro che vada oltre la memoria: una rigenerazione attraverso l’artigianato e un’economia creativa. In un gattino in cartapesta, realizzato da mio figlio quando era bambino, si intrecciano tre anime della città: la materia, che richiama la tradizione manuale; il gatto, simbolo di fierezza e libertà; e mio figlio, che rappresenta il futuro. È nell’incontro tra l’eredità degli artigiani e lo sguardo delle nuove generazioni che Venezia trova la sua direzione, trasformando cultura e lavoro in una forma concreta e vitale di resistenza. (Lorenzo).
Diario Veneziano, 2026, Installation View CaTron. ph Osvaldo Di Pietrantonio
Semi di speranza
La meraviglia dei primi passi, camminando tra ieri e domani
Il mio rapporto con Venezia è prezioso come il fiaschetto in vetro di Murano fatto da mio nonno che era maestro vetraio. Me l’ha regalato quando ero andato da bambino a trovarlo nella vetreria artistica dove lavorava. Per me questo fiaschetto è Venezia perché mi ricorda sempre mio nonno. (Alvin)
La mia relazione con Venezia ha la forma delle barche perché mio papà mi ha passato questa passione. Lui lavora sulle barche e mi ha portato con lui e mi ha insegnato a guidarle. (Leone)
Sono molto legato a Venezia praticando gli studi qui e passandoci tutti i giorni. Questo fiorellino rappresenta Venezia per il modo in cui è stato creato: con particelle di vetro. Il vetro di Murano è molto famoso e invidiato da tutto il mondo! Il mio oggetto esplicita l’amore per Venezia. (Donà)
Il mio rapporto con Venezia mi fa venire in mente la lavanda perché mi ricorda il profumo delle lenzuola appena lavate di mia nonna e la torta alla lavanda di mia mamma. (Filippo)
Diario Veneziano, 2026, Installation View CaTron. ph Osvaldo Di Pietrantonio Courtesy Ilya And EmiliaKabakov Art Foundation
Padiglione Venezia alla 61. Esposizione Internazionale d’Arte - La Biennale di Venezia