Open Menu
Museo Novecento Firenze
Georg Baselitz
AVANTI!

 
Georg Baselitz La grande notte in bianco (Remix), 2006, puntasecca, acquaforte e acquatinta. Foto: Jochen Littkemann



Museo Novecento Firenze
Georg Baselitz
AVANTI!



“Non sono mai stato un pittore che attende in silenzio e con stupore ciò che accade.
Nel mio lavoro ho sempre adottato metodi aggressivi. L’aggressività è necessaria
per mantenere vivo lo shock, prima di tutto per me stesso; lo spettatore viene dopo.
Si tratta di costruire una nuova immagine, e questo è possibile
solo distruggendo le immagini precedenti. Non è che non le ami:
ma occorre liberarsene, cancellarle dalla mente, distruggerle”.
– Georg Baselitz

L’esposizione segna un ritorno particolarmente significativo dell’artista a Firenze, città con cui intrattiene da decenni un rapporto intenso e personale. Curata da Sergio Risaliti in collaborazione con Daniel Blau, riunisce oltre centosettanta opere tra lavori su carta, dipinti e sculture, costruendo un percorso articolato che attraversa più di sessant’anni di attività e restituisce una lettura approfondita della sua ricerca. Il progetto si configura così come un omaggio a uno dei più importanti artisti viventi, concentrandosi al contempo su un nucleo centrale e spesso trascurato del suo lavoro: la produzione grafica.

La scelta della grafica assume così un significato che supera la distinzione tra tecniche maggiori e minori. Fin dagli anni Sessanta Baselitz si rivolge a pratiche che il proprio tempo tendeva a considerare superate, come la xilografia e le tecniche incisorie tradizionali. Per Risaliti, questo movimento non ha nulla di nostalgico o regressivo: è una forma di inversione della direzione temporale, attraverso la quale l’artista torna a confrontarsi con tecniche e forme del passato per verificarne la potenza e sottoporle alle proprie necessità figurative. In questo modo la storia dell’arte cessa di apparire come una sequenza conclusa e diventa un campo ancora disponibile, nel quale ciò che è stato può essere nuovamente messo in gioco.

Uno dei gesti più noti e radicali introdotti dall’artista è il capovolgimento delle figure, che a partire dal 1969 diventa un principio strutturale del suo lavoro. Presentando le immagini “sottosopra”, Baselitz sottrae il soggetto alla lettura immediata e alla funzione descrittiva, obbligando lo spettatore a confrontarsi con l’opera in modo diverso e più consapevole. Il rovesciamento non è un semplice espediente provocatorio, ma un dispositivo concettuale attraverso il quale mette in discussione le convenzioni percettive e culturali della rappresentazione. L’immagine, privata del suo orientamento abituale, si trasforma in un campo in cui emergono con maggiore evidenza il gesto pittorico, la relazione tra colore e superficie, la struttura compositiva e la tensione tra figura e spazio.

Paolo CanevariInstallation View BASELITZ. AVANTI! (2026), Courtesy Museo Novecento and the artist. Ph Elisa Norcini


Alberi in movimento
Rudi Fuchs


Dante, per il suo più grande poema, ascoltava continuamente le persone parlare intorno a lui, nella folla. Non per niente quei frammenti di conversazione finivano poi nei canti. Gli artisti invece osservano ciò che accade. Artisti come Georg Baselitz osservano sempre ciò che accade intorno a loro. Quella è la loro natura, e realizzano disegni a partire da quello che vedono. E poiché Baselitz faceva disegni, realizzava anche acqueforti e altre incisioni. In questo senso era come Rembrandt.

Quando osserviamo le acqueforti di Rembrandt, come quelle di un paesaggio aspro attraversato da una strada (1650 circa), iniziamo a capire cosa avesse potuto vedere. Quando un artista disegna, testa la dinamicità delle linee, esplora la loro direzione e come queste suggeriscono forme cangianti. La metamorfosi è l'essenza stessa della scopertal artistica.

Giorgio Vasari, nella sua grande opera, non menziona quasi mai i disegni, ma noi sappiamo che li collezionava. Aveva una profonda comprensione dell'arte e capiva molto bene come il disegno precedesse il dipinto. I disegni erano considerati studi, materiale di lavoro, come gli appunti frammentari di uno scrittore.

É in questo contesto che emerse nella storia dell'arte la visione dell'artista come una figura irrequieta e indagatrice. L'atelier, invece che semplicemente rappresentare una zona di lavoro, divenne il focolare creativo, il laboratorio del mago, dove nasceva la scintilla d'ispirazione e i disegni riflettevano la sinergia tra l'occhio e la mente. Il lavoro del pittore non era unicamente centrato sulla perfezione, ma anche sulla creazione, sulla ricerca e sull'immaginazione.

Il pittore è diventato ormai l'artista moderno e così, ancora prima di iniziare a dipingere, deve letteralmente inventare il dipinto, proprio come faceva Baselitz. Per questo motivo il suo atelier è pieno di motivi e materiali che assumono forme diverse a seconda del medium usato. L'atelier è il nodo attraverso il quale fluiscono tutti i rami del suo lavoro. L'acquaforte di Rembrandt, raffigurante un paesaggio piccolo ma intimo (con un cacciatore che risale una strada), nacque da disegni che aveva realizzato mentre passeggiava per Amsterdam. Quando vedeva qualcosa che lo colpiva, si sedeva. Faceva schizzi tutto il tempo.

Questa acquaforte, in particolare, ebbe origine da un paesaggio di cui ricordava l'ampia composizione pastorale. Mentre lavorava utilizzava frammenti delle immagini presenti nel suo taccuino. Quegli schizzi facevano parte del suo repertorio di motivi che conosceva a memoria.

Il paesaggio ebbe inizio con uno schema generale, che poi prese vita grazie alla realizzazione dei particolari.

Georg BaselitzInstallation View BASELITZ. AVANTI! (2026), Courtesy Museo Novecento and the artist. Ph Elisa Norcini

Non appena il mio sguardo si è posato sull'immagine, la prima cosa che ho notato è stata la strada che si incurva. Il punto focale è leggermente spostato dal centro. Inizialmente la strada procede dritta. Sulla sinistra attraversa un fossato stretto. Sulla superficie piatta dell'acqua si possono osservare due anatre, con intorno ammassi di canne e altre piante acquatiche. Più avanti, ai due lati della strada, sulla sinistra possiamo notare una strana forma rettangolare che sembra cava. Sulla destra si nota una struttura simile, vista dal dietro. Potrebbe trattarsi dei due lati del passaggio d'acqua del fossato che scorre sotto la strada.

Dopo le due strutture, nel mezzo, la strada curva a sinistra e diventa più stretta. Questo punto è segnato dalla presenza di un cacciatore con cani al guinzaglio, avvolto nella propria ombra. L'uomo proviene dal villaggio e cammina lungo la strada, sul lato sinistro, costeggiando un campo leggermente in pendenza.

Li ci sono due piccole figure, in piedi, che guardano verso i campi all'orizzonte. Forse osservano le montagne in lontananza, oltre il villaggio. Anche loro possono vedere la curva del fiume. Le montagne, tuttavia, sono un'invenzione di Rembrandt.

Nel frattempo, il cacciatore ha oltrepassato il recinto che costeggia la strada, dove questa si fa più stretta. Quello che vede adesso è un gruppo di alberi selvaggi con i rami intrecciati, monumentali come un'architettura. Gli alberi e i loro rami ondeggianti si elevano al cielo, conferendo grandiosità e imponenza allo scenario.

Questo gruppo di alberi è molto simile, per stile, ai disegni di alberi di Baselitz: disegni dove le linee in movimento tracciano immagini che poi diventano acqueforti, dove le linee stesse desistono solo quando vengono stampate a inchiostro su carta.

Le acqueforti sono immagini molto delicate e fini. Le linee sottili sono tracciate e incise con l'ago. Spesso i rami sinuosi e ondeggianti, con il loro fogliame, risultano trasparenti. Le acqueforti possono essere delicate come gioielli ma, quando il disegno di un motivo viene invece realizzato con pennello e inchiostro, l'immagine diventa densa e pesante. Potrebbero benissimo diventare dei dipinti. Sono molto particolari, come i meravigliosi dipinti di alberi isolati.

Nel 1978 Baselitz ha realizzato un gruppo di splendidi dipinti di giovani alberi di pero (Birnbaum), dai rami angolosi e ricurvi. È evidente che gli alberi e il movimento dei loro rami lo affascinavano molto. Vedeva nel movimento degli alberi lo stesso movimento del corpo umano. Questi dipinti rivelano un'enfasi speciale sull'immagine centrale e un focus su linee rigide che ricordano la singolare perizia di Baselitz, che come Rembrandt — è un grande maestro dell'acquaforte e del disegno.

Georg Baselitz Nudo con tre braccia, 1977, linoleografia. Foto: Ulrich Ghezzi


Nel corso del tempo

Lei ha sempre rifiutato di appartenere a gruppi, movimenti o correnti.
Perché è così importante, per un artista, mantenere una posizione individuale?

Penso che esistano soltanto individui singoli che abbiano valore e che lavorino al di fuori di qualsiasi gruppo. Sono sempre stato consapevole dei diversi movimenti e delle diverse direzioni dell’arte, ma in generale mi annoia qualsiasi forma di generalizzazione quando si parla di artisti. Sono diventato un artista proprio perché volevo svilupparmi in un’altra direzione, perché non volevo seguire le stesse linee degli altri.

Questa necessità di prendere una direzione diversa nasce anche dalla sua formazione?

Non mi sono sempre fidato dei miei insegnanti, perché li trovavo troppo deboli. Cercavo qualcosa che potesse portarmi in una direzione nuova, qualcosa che potessi ammirare. Era difficile trovarlo e così sono diventato una sorta di outsider. Mi sono formato anche da solo: non andando semplicemente alle lezioni di storia dell’arte e ascoltando diligentemente, ma andando in biblioteca e studiando tutto ciò che volevo conoscere. Questa esperienza ha fatto molto per me.

Ha parlato della necessità di non lasciarsi colonizzare dai modelli dominanti.
Che cosa significa, per lei, trovare ciò che ha veramente significato?

Quando vidi la grande mostra americana a Berlino, nel 1958, con Pollock, Motherwell, Rothko e gli altri, capii immediatamente che quella pittura non funzionava per me, perché non volevo essere colonizzato. Mi costrinsi allora a pensare da dove venissi e che cosa avesse significato per me. Non conoscevo l'Espressionismo, il Bauhaus, Dada o il Surrealismo; ero, per così dire, non istruito. Dovevo trovare la mia strada.

Nel suo lavoro il passato sembra diventare una condizione per produrre qualcosa di nuovo.
Questa è la ragione perchè ha rivolto tanta attenzione a tecniche antiche?

La contemplazione del passato è l’unica posizione che si possa assumere per fare qualcosa di nuovo. Dobbiamo sapere esattamente che cosa è stato e da questo possiamo trarre conclusioni su ciò che potrebbe essere. Non possiamo prevedere il futuro. Possiamo invece guardare ciò che è accaduto e cercare di comprendere il mondo a partire da quello.

Georg Baselitz A mezzogiorno (dal ciclo Passeggiata senza bastone), 2004, acquaforte e acquatinta. Foto: Jochen Littkemann


La grafica sembra avere avuto proprio questa funzione: tornare su qualcosa che era già apparso nella pittura per verificarlo nuovamente. Che cosa cerca nella xilografia?

Ho sempre realizzato xilografie quando sentivo la necessità di precisare in una forma definitiva un’immagine, un’idea d’immagine che avevo sviluppato e che si era manifestata nei dipinti. Il nuovo quadro è il mio quadro. Lavorare sulla carta, insistere con la xilografia: accade qualcosa che fino a quel momento non è accaduto. L’occhio segue una traccia che fino ad allora non era stata percorsa e che lascia attendere altre e nuove avventure.

Quindi la ripetizione di un’immagine attraverso tecniche diverse non è mai una semplice riproduzione?

È importante che cose che fino ad allora erano valide vengano respinte. Che i tabù vengano infranti, che si lavori con una radicalità che, nel mio caso, copre il talento mancante e l’handicap di non saper disegnare. Al posto di questo talento subentra forse qualcos’altro: un atteggiamento, una posizione del tutto particolare.

Nel suo lavoro il passato sembra quindi funzionare come un materiale ancora attivo?

È un materiale che può essere nuovamente utilizzato. Non mi interessa citarlo. Mi interessa capire come funziona. Ho studiato le tecniche del Cinquecento perché avevano ancora una potenza. Entrare nella tecnica significa mettere alla prova l'idea artistica. È anche il motivo per cui ha scelto, negli anni Sessanta, pratiche che sembravano anacronistiche? Sì. Quando tutti guardavano verso il progresso, verso la riproduzione industriale, verso l'azzeramento dell'immagine, io ho scelto la xilografia, il legno, la pittura figurativa. Non era un ritorno al passato. Era un modo per andare avanti.

Georg BaselitzOrangenesser III | Mangiatore d’arance III, 1981, linoleografia rielaborato. Foto: Jochen Littkemann


Ha spesso parlato dell’assenza di talento come di una condizione produttiva.
Perché la difficoltà è così importante nel rapporto con l’immagine?

Ho sempre detto che è meglio essere senza talento. Nella storia della musica ci sono stati moltissimi Wunderkinder, perché nella musica il talento rappresenta un grande vantaggio. Nell’arte è piuttosto il contrario. La difficoltà è maggiore e la lotta con l’immagine, la lotta dell’espressione, la lotta per la presentazione diventano più presenti.

Nel suo lavoro questa difficoltà sembra tradursi nella disarmonia, nello squilibrio, nella distruzione.
Perché l’armonia deve essere continuamente rimessa in discussione?

Io lavoro esclusivamente con le disarmonie. Ordino tutto ciò che faccio secondo il principio della disarmonia, dello squilibrio, della distruzione. E la sventura, la vera grande sventura, è che l’armonia si instaura comunque sempre di nuovo, cosicché il distruttivo diventa una nuova formula, un nuovo concetto di armonia. L’armonia compare come disperazione dopo la distruzione.

La sua formazione accademica, allora, non poteva interessarla?

La formazione può essere utile, ma io non volevo aderire a una norma. Non ho mai voluto appartenere a un gruppo, a un movimento, a una corrente. L'artista deve essere solo abbastanza da poter trovare il proprio problema.

Il capovolgimento della figura sembra portare questa logica direttamente dentro l’immagine. Che cosa succede quando un oggetto viene dipinto a testa in giù?

Un oggetto dipinto a testa in giù è adatto alla pittura proprio perché è inadatto come oggetto. Non ho alcuna idea della solidità della raffigurazione. Non correggo la “correttezza” della rappresentazione. Il mio rapporto con l’oggetto è arbitrario.

Georg Baselitz Il mio nuovo cappello, 2002, linoleografia. Foto: M. Mahn, Courtesy Galerie Knust x Kunz, Monaco


Il rovesciamento modifica quindi anche il rapporto dello spettatore con l’opera?

Lo spettatore è secondario. Non sono mai stato un pittore silenzioso che aspetta in silenzio e incantato ciò che accade. Nel mio lavoro ho sempre usato metodi molto aggressivi. L’aggressività è importante per mantenere lo shock per me stesso.

Dopo più di sessant’anni di lavoro, che cosa significa ancora andare avanti?

Alcuni lo chiamano esperienza, altri saggezza, ma certamente ha a che fare con il passare del tempo. Oggi sono molto più libero. Quando ero giovane facevo il mio lavoro in rapporto a quello degli altri artisti, ai miei concorrenti o ai miei nemici. Quella restrizione è scomparsa. Il nuovo quadro è il mio quadro: l’occhio segue una traccia che finora non è stata percorsa e che lascia attendere altre e nuove avventure.

Ha detto che una nuova costruzione dell’immagine può avvenire soltanto distruggendo le immagini precedenti.
Che cosa significa, concretamente, liberarsi delle immagini che già conosciamo?

Si tratta di una nuova costruzione dell’immagine, e questo si può fare solo distruggendo le altre immagini. Non è che non le ami, ma bisogna liberarsene dalla testa, bisogna distruggerle. È importante che ciò che fino ad allora era valido venga respinto. Bisogna infrangere i tabù e lavorare con radicalità. La cosa essenziale è che accada qualcosa che fino a quel momento non era accaduto.

Georg Baselitz La mano - La casa in fiamme [Remix], 2006, puntasecca. Foto: G. Michaloudis,

 


Share

ARTEXT