E se i sogni non fossero soltanto illusioni notturne, ma strumenti per immaginare il mondo?
Più che una semplice costellazione di eventi, il Salone di Milano appare come uno spazio temporaneo dell’immaginazione, dove installazioni, cinema di architettura e conversazioni dal vivo trasformano il progetto in esercizio speculativo.
In Room for Dreams, il sogno smette di appartenere all’irrazionale per diventare materia di discussione: un dispositivo attraverso cui pensare città, paesaggi e forme del possibile.
Quando immaginate la città futura, state costruendo un’utopia oppure una simulazione? Il sogno è ancora uno strumento progettuale o è diventato qualcosa che dobbiamo continuamente negoziare con la realtà?
Quando ho iniziato a lavorare non avevo clienti. Disegnavo sogni.
Guardavo la città e pensavo che qualcosa potesse essere migliore. Così iniziavo a immaginare scenari impossibili — immagini che forse nessuno avrebbe mai costruito, ma che potevano comunque aprire una discussione.
Un sogno, se è davvero un sogno, deve parlare del futuro. Se è troppo vicino alla realtà, smette di esserlo. Ma non deve neppure allontanarsi troppo. Deve esistere una distanza giusta.
A volte basta che qualcun altro riconosca in quell’immagine qualcosa di proprio. È così che un sogno condiviso può iniziare a diventare reale.
Il progetto riguarda sempre il futuro. La parola stessa significa proiettare oltre.
L’errore più grande è pensare che il futuro sia qualcosa da prevedere. Non dobbiamo predirlo: possiamo cambiarlo.
I sogni funzionano quando vengono messi nel mondo. Quando circolano, generano entusiasmo, discussione, persino dissenso. A volte diventano ciò che potremmo chiamare una profezia che si autoavvera.
I sogni hanno molto a che fare con le ossessioni.
Esiste una parte invisibile della nostra vita che continua a lavorare dentro di noi. A un certo punto qualcosa che sembrava impossibile inizia a diventare plausibile — e poi possibile.
Trovo interessante proprio questo passaggio.
L’architettura, in fondo, consiste nel far irrompere l’immaginazione dentro un sistema di regole.
Ma oggi, in un tempo dominato da dati, piattaforme e tecnologie predittive, è ancora possibile immaginare l’impossibile?
Uso poco i dati.
Osservo, ascolto, sento. E poi progetto.
A volte provo persino a far scomparire il presente, a sospendere ciò che conosciamo troppo bene. Cerco qualcosa che provenga da altri tempi: da un passato remoto o da un futuro ancora indefinito.
Spesso chiamiamo “futuro” semplicemente ciò che non ci è ancora familiare.
I dati però possono aiutarci a comprendere la complessità.
Non possiamo più rappresentare il mondo come un sistema lineare. Oggi tutto è ecologia: natura, tecnologia, infrastrutture, relazioni.
La natura non è qualcosa di ordinato.
Michel Foucault diceva che per comprenderla non basta guardare fuori: bisogna lasciare emergere ciò che abbiamo dentro.
Perfino il disordine, perfino la fragilità fanno parte della natura.
Forse il compito dell’architettura è proprio questo: dare forma all’imprevedibile senza neutralizzarlo.
The space that inspires
Spatium Fugit.
Claire Brodka
Vorrei partire da un’immagine molto semplice. Entrando in The Origin di Zaha Hadid Architects per Audi si attraversa una soglia: un portale immersivo, quasi un passaggio tra due condizioni temporali. Non sembra soltanto un oggetto architettonico, ma un dispositivo che modifica la percezione. Mi chiedo: quando progettate uno spazio, pensate più alla forma o al tempo che una persona trascorrerà dentro quella forma?
Ma Yansong
Per me lo spazio non è mai soltanto una forma. Una forma senza emozione non significa molto. Quello che provo a creare è un’atmosfera, una sensazione che le persone possano attraversare con il proprio corpo. A volte cerco persino di far scomparire il presente, di allontanarmi da ciò che conosciamo già. Prendo qualcosa di molto antico e qualcosa di molto lontano, forse del futuro, e li metto insieme. Quando una persona entra in uno spazio, all’inizio può sentirsi persa, persino a disagio, ma poi trova lentamente sé stessa. Credo che questa sia la vera architettura: uno spazio che riporta le persone al proprio corpo.
Carlo Ratti
Sono molto d’accordo sull’idea del tempo. Un progetto riguarda sempre il futuro: è una proiezione. Ma credo anche che l’architettura funzioni quando riesce a costruire una relazione tra tempi differenti. Lo vediamo nelle città: ogni edificio dialoga con qualcosa che c’era prima e con qualcosa che ancora non esiste. Per questo penso che il futuro non sia qualcosa da prevedere ma qualcosa da costruire. Uno spazio ispirante è uno spazio che suggerisce possibilità, che cambia il nostro comportamento presente.
Stefano Boeri
Forse la questione è che l’architettura non è mai statica. Quando attraversiamo uno spazio lo costruiamo mentalmente, passo dopo passo. È una sequenza. Una città, un edificio, persino una stanza, esistono nel tempo del nostro movimento. Ecco perché spesso penso che progettare significhi lavorare su futuri differenti: c’è un futuro immediato, quello dell’esperienza di oggi; uno strategico, che riguarda le trasformazioni possibili; e uno visionario, più lontano. Tutti devono convivere.
Claire Brodka
Mi interessa molto questa idea dello spazio come esperienza in movimento. Oggi parliamo continuamente di dati, simulazioni, immagini predittive. Ma ciò che ricordiamo davvero di un luogo è spesso qualcosa di immateriale: una luce, un’atmosfera, una sensazione quasi impossibile da nominare. Quanto conta, oggi, ciò che non può essere misurato?
Ma Yansong
Conta moltissimo. Se usiamo soltanto dati, rischiamo di rendere tutto uguale. Le persone finiscono per seguire la stessa direzione, lo stesso comportamento. Ma gli esseri umani sono diversi. L’architettura deve lasciare spazio all’imprevedibile. L’emozione è importante. Non basta dire: qui c’è natura, qui c’è tecnologia. La domanda è: cosa sente una persona? Cosa cambia dentro di lei?
Carlo Ratti
I dati sono strumenti, non fini. Ci aiutano a capire sistemi complessi, ecologie, relazioni invisibili. Ma non sostituiscono l’esperienza. Possiamo leggere migliaia di informazioni su uno spazio, ma poi c’è qualcosa che avviene quando il corpo entra in relazione con esso. È lì che il progetto prende davvero vita.
Stefano Boeri
E forse è proprio qui che nasce il senso dell’architettura: in quella tensione tra controllo e imprevisto. Cerchiamo sempre di organizzare il caos, ma allo stesso tempo sappiamo che la natura, le persone, la vita reale sfuggono a ogni previsione completa. Ed è giusto così. Uno spazio ispirante non impone un significato: lo rende possibile.
Calma by Zara, FuoriSalone 2026, Milano.
La natura del tempo
Origine dell'Originario
Claire Brodka
Vorrei partire da una sensazione più che da una forma. In Calma, l’installazione di Zara al Parco Sempione, si attraversano soglie, corridoi, riflessi, pause sonore. È quasi un’architettura del rallentamento. Mi domando: quando pensate uno spazio, state progettando un oggetto o il tempo che qualcuno trascorrerà al suo interno?
Stefano Boeri
Penso che l’architettura riguardi sempre il tempo. Non soltanto il tempo storico, ma quello vissuto. Uno spazio non esiste mai in un solo istante: cambia mentre lo attraversiamo. Una città è fatta di sovrapposizioni, di memorie, di trasformazioni continue. Forse è questo il senso del progetto: creare qualcosa che possa continuare a produrre significati nel tempo, senza esaurirsi immediatamente.
Ma Yansong
Per me il tempo è molto legato alla percezione. A volte provo a creare ambienti che non appartengono completamente al presente. Quando una persona entra in uno spazio può sentirsi inizialmente un po’ persa, persino non completamente sicura, ma lentamente trova una relazione con ciò che la circonda. Quello che mi interessa non è soltanto l’immagine dello spazio, ma ciò che una persona sente mentre si muove dentro quello spazio.
Carlo Ratti
Mi piace questa idea del movimento. Pensiamo spesso all’architettura come qualcosa di fisso, ma in realtà è un sistema che cambia continuamente. Cambiano gli usi, cambiano le tecnologie, cambiano le persone. Il significato di un edificio non è mai definitivo. Forse oggi stiamo progettando strutture meno rigide, più capaci di adattarsi e di essere reinterpretate nel tempo.
Claire Brodka
Quindi il significato di uno spazio non coincide più necessariamente con la sua forma? Oggi spesso non sappiamo più distinguere immediatamente cosa sia un luogo: uno spazio culturale può sembrare domestico, uno spazio commerciale può assomigliare a una piazza pubblica. L’architettura sta diventando più ambigua?
Carlo Ratti
Forse più aperta. Le città contemporanee sono molto più fluide rispetto al passato. Viviamo dentro reti di relazioni che cambiano continuamente e questo inevitabilmente modifica anche il modo in cui immaginiamo gli spazi. Non penso che abbiamo perso significato; forse abbiamo perso definizioni troppo rigide.
Stefano Boeri
Sì, credo che la questione oggi sia proprio quella della trasformazione. Un edificio non può più essere pensato come qualcosa di completamente stabile. Deve poter accogliere cambiamenti, usi differenti, persino interpretazioni inattese. L’architettura deve lasciare spazio alla vita reale, che è sempre più imprevedibile del progetto.
Ma Yansong
Per me il problema non è se uno spazio sia definibile oppure no. La domanda è: riesce a creare un’emozione? Riesce a far sentire qualcosa? Possiamo avere tecnologia, natura, dati, nuove funzioni, ma se uno spazio non crea una connessione emotiva con le persone rimane incompleto. Credo che oggi il significato nasca più dall’esperienza che dalla forma stessa.
Claire Brodka
Quindi forse il tempo dell’architettura non è lineare. Non riguarda soltanto il futuro, ma una stratificazione di memorie, percezioni, frammenti. Come se ogni spazio fosse fatto di molte temporalità che convivono nello stesso momento.
Stefano Boeri
Sì, e forse è proprio questo il lavoro dell’architettura: dare forma a questa complessità senza ridurla. Non costruire un’unica risposta, ma rendere possibile una pluralità di esperienze.
MAREA / TIDE - An aerial responsive structure shaped by presence , FuoriSalone 2026, Milano
Il giardino Alchemico
Architecture and its Metaphors.
Claire Brodka
Guardando MAREA / TIDE si ha la sensazione che l’architettura smetta di essere un oggetto e diventi quasi un organismo atmosferico. Non sembra più qualcosa che si contempla, ma qualcosa che reagisce, che ascolta. Mi chiedo allora: l’architettura del futuro sarà ancora una forma stabile oppure diventerà sempre più una relazione, una presenza mutevole capace di adattarsi ai nostri corpi, ai nostri desideri, persino ai nostri stati emotivi?
Ma Yansong
Penso che l’architettura debba tornare ad avere qualcosa di vivo. Non necessariamente imitare la natura, ma funzionare come la natura. Una nuvola non ha una forma definitiva, cambia continuamente eppure mantiene una sua identità. Quando entro in uno spazio non cerco solo una funzione, ma un’emozione. Se l’architettura reagisce alla presenza delle persone, forse può diventare più umana. Non è importante soltanto avere tecnologia o dati; la domanda è: quale sensazione lasciamo alle persone? Possono sentirsi più vicine a sé stesse?
Carlo Ratti
Mi piace questa idea dell’architettura come qualcosa che reagisce. In fondo MAREA / TIDE è un esempio di quello che oggi possiamo fare quando dati e ambiente lavorano insieme. Per secoli gli edifici sono stati statici; oggi possono diventare dinamici. Ma la questione interessante è che la tecnologia non serve per controllare di più, serve per ascoltare di più. I sensori leggono presenza, densità, movimento, ma il punto non è raccogliere informazioni: è creare un ecosistema capace di adattarsi. Come la natura, che sperimenta continuamente.
Stefano Boeri
Sì, ma aggiungerei una cosa. L’architettura ha sempre avuto una dimensione alchemica. Trasforma materiali, luce, tempo, persino comportamenti umani. Quello che trovo interessante in installazioni come questa è che introducono una nuova fragilità: non impongono una forma definitiva, ma costruiscono una possibilità di relazione. È quasi un giardino, nel senso antico del termine: uno spazio dove la trasformazione è continua e dove il progetto non è mai completamente finito.
Claire Brodka
Mi colpisce questa parola: giardino. Perché un giardino non è mai davvero concluso, cresce, devia, sorprende. Allora vi chiedo: l’architettura deve ancora progettare oggetti oppure deve imparare a progettare condizioni? Atmosfere? Possibilità?
Ma Yansong
Forse dobbiamo smettere di progettare tutto. A volte provo a dimenticare il presente, a non usare immediatamente ciò che già conosciamo. Prendo qualcosa di antico, qualcosa che viene da milioni di anni fa, e qualcosa che immaginiamo come futuro. Quando le metti insieme nasce un’atmosfera. E quell’atmosfera permette alle persone di trovare sé stesse. Questo per me è più importante dell’oggetto.
Carlo Ratti
Sono d’accordo. Se pensiamo alla città contemporanea, il tema non è più solo costruire edifici, ma costruire relazioni. Oggi possiamo immaginare spazi che cambiano nel tempo, che imparano, che si adattano ai flussi. In un certo senso l’architettura diventa meno monumento e più processo.
Stefano Boeri
E forse proprio qui ritorna il sogno. Il sogno non come fuga dalla realtà, ma come esercizio di trasformazione. L’alchimia, in fondo, era questo: immaginare che una materia potesse diventare altro. Oggi forse il nostro compito è immaginare spazi capaci di trasformarsi insieme alle persone che li abitano.
SUPERLINKS - People and Energy, Connected FuoriSalone 2026, Milano
Echoes of Menphis
IA and Responsive Nature
Claire Brodka
Abbiamo parlato molto di sogni, di natura, di città che cambiano. Ma qui sembra accadere qualcosa di diverso: lo spazio non è più soltanto qualcosa che attraversiamo, diventa qualcosa che reagisce a noi. In questa installazione il corpo attiva luce, suono, relazioni; l’ambiente sembra quasi osservare e rispondere. Mi chiedo allora: stiamo entrando in un momento in cui l’architettura smette di essere passiva e diventa empatica? Uno spazio può davvero “comprendere” chi lo abita?
Carlo Ratti
Penso che questa sia esattamente la domanda giusta. Per secoli gli edifici sono stati statici: entravi in uno spazio e lo spazio restava uguale. Oggi possiamo immaginare ambienti che ascoltano, che leggono presenza, movimento, comportamento. Ma il punto non è la sorveglianza, è la relazione. Se uno spazio reagisce alla tua presenza, allora diventa quasi una conversazione. In un certo senso l’architettura inizia ad assumere caratteristiche che fino a poco tempo fa appartenevano solo agli organismi viventi.
Ma Yansong
Per me però la questione non è se uno spazio sia intelligente. La domanda è: può emozionarti? Può riportarti al tuo corpo? Oggi siamo continuamente guidati da immagini, algoritmi, social media. Tutti seguono le stesse cose. Ma un luogo dovrebbe fare il contrario: aiutarti a ritrovare qualcosa di personale. Se la tecnologia diventa troppo visibile, perdiamo questa possibilità. Se invece scompare dentro l’atmosfera, allora forse può aiutare le persone a sentirsi più libere.
Stefano Boeri
Mi interessa molto questa parola: empatia. Perché l’architettura è sempre stata un’esperienza incarnata. Non percepiamo uno spazio come un concetto astratto; lo attraversiamo con il corpo, con la memoria, con le emozioni. La novità, forse, è che oggi possiamo immaginare ambienti che non solo ci accolgono ma reagiscono ai nostri gesti, quasi anticipandoli. Questo cambia radicalmente il rapporto tra forma e comportamento. L’architettura non è più soltanto una scenografia: diventa una presenza attiva.
Claire Brodka
Ma c’è anche un rischio. Se gli spazi imparano da noi, raccolgono dati, prevedono comportamenti… non rischiamo di vivere in ambienti troppo prevedibili? Dove tutto viene già anticipato e nulla ci sorprende davvero?
Carlo Ratti
Sì, il rischio esiste. La tecnologia può diventare una gabbia se serve soltanto a confermare ciò che già sappiamo. Ma può anche fare l’opposto: può creare nuove possibilità di relazione. Pensiamo alla natura: un ecosistema non è prevedibile, è adattivo. Credo che dovremmo imparare da quel modello. Non costruire macchine perfette, ma sistemi aperti.
Ma Yansong
Sono d’accordo. La sorpresa è importante. A volte cerco di dimenticare il presente per progettare qualcosa che non sembri familiare. Se riconosci subito tutto, non c’è immaginazione. Un luogo deve avere qualcosa di misterioso, qualcosa che non controlli completamente. È lì che nasce l’emozione.
Stefano Boeri
Forse è proprio questo il punto: l’architettura del futuro non sarà né completamente naturale né completamente artificiale. Sarà una nuova forma di ecologia sensibile, dove persone, dati, materia e atmosfera convivono. Ma resterà sempre una domanda aperta: quanto vogliamo essere accompagnati da uno spazio, e quanto invece vogliamo ancora perderci dentro di esso?
La Chimica d'Arte
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