Per raggiungere Palazzo d’Accursio e le sale delle Collezioni Comunali d’Arte di Bologna si attraversa una lunga teoria di portici: una struttura urbana che non è semplicemente copertura o ornamento, ma dispositivo di soglia. Da questa opposizione sospesa tra interno ed esterno si istituisce una zona di passaggio in cui il movimento diventa continuità protetta, esperienza di transito.
In questa condizione liminare di progressivo attraversamento nel tempo si può ancora riconoscere un’analogia con i Passages parigini letti da Walter Benjamin nel Das Passagen-Werk (1939) come struttura analitica. Anche lì l’architettura funziona come macchina di montaggio storico, uno spazio in cui forme naturali e oggetti non si dispongono secondo una linearità narrativa, ma emergono come costellazioni temporanee. Il passaggio non conduce semplicemente altrove; produce piuttosto una mappatura intermedia della coscienza quella proiezione del sistema limbico, di una percezione per frammenti, per arresti e riprese.
In occasione di Art City, questa esperienza nell’entrare in uno spazio espositivo, consiste nel transitare in un campo di tensioni dove storia, materia e sguardo si dispongono in una sequenza che è già, in sé, una forma di pensiero.
In analogia al modo in cui la luce naturale e quello artificiale ricombinandosi avvolge persone e oggetti, trasformando il portico in un palcoscenico e la merce e i passanti in presenze avvolti da un’aura di sogno, e la luce si rappresenta e si arresta nel momento di transizione.
Un’invenzione che produce una nuova estetica della metropoli, la galleria, in cui la natura viene progressivamente sostituita dalla tecnologia, prefigurando la città delle luci e l’orizzonte del moderno consumo.
Si entra in Palazzo d’Accursio attraversando la soglia monumentale che affaccia su Piazza Maggiore. L’edificio, stratificato nei secoli e segnato da funzioni civiche e rappresentative, ha un corpo storico compatto, attraversato da cortili, scaloni e corridoi che modulano progressivamente la luce e il suono proveniente dalla città.
All’interno si conserva un patrimonio formatosi tra Ottocento e primo Novecento attraverso donazioni e lasciti che hanno arricchito le antiche raccolte civiche. Nelle sale si intrecciano dipinti, arredi e arti applicate, in un percorso che attraversa opere dal Medioevo al primo Novecento.
Nel percorso delle Collezioni Comunali d’Arte le sale storiche si presentano come ambienti espositivi, ma possono essere lette come unità iconologiche in cui le opere formano costellazioni visive sedimentate nel tempo.
In questa prospettiva il museo si avvicina al modello dell’atlante elaborato da Aby Warburg nel Bilderatlas Mnemosyne: una sequenza di tavole in cui immagini di epoche diverse sono accostate non per ordine cronologico ma per risonanza formale, per sopravvivenza e metamorfosi dei gesti e delle figure. Ogni sala diventa così una tavola tridimensionale dell’atlante, un dispositivo di memoria in cui la storia dell’arte si presenta come campo di tensioni e ritorni.
L’inserimento di opere contemporanee all’interno di questa trama iconologica introduce allora un doppio movimento interpretativo. Da un lato, l’opera attuale sembra emergere come punto di arrivo di una traiettoria storica e spirituale: come se le forme sedimentate nelle collezioni convergessero verso una configurazione presente. Dall’altro lato, la presenza della scultura contemporanea agisce retroattivamente sul contesto che la circonda, costringendo le immagini storiche a essere rilette, ricombinate, rimesse in circolo.
In termini quasi meccanici, si potrebbe parlare di una sorta di cinematica inversa dello sguardo: non è più soltanto la sequenza delle immagini a produrre il senso finale, ma è la forma finale — posta nello spazio della sala — che ricostruisce a ritroso la catena dei movimenti figurativi da cui potrebbe provenire.
Il museo diventa così un atlante dinamico. Le stanze non sono soltanto luoghi di conservazione ma superfici operative di memoria, tavole nelle quali il presente e il passato si interrogano reciprocamente. In questo campo di relazioni, l’opera contemporanea non si limita a occupare lo spazio della sala: agisce come un nodo che riorganizza le linee invisibili che collegano le immagini, rendendo percepibile quella circolazione di forme e gesti che, nel pensiero di Warburg, costituisce la vera materia della storia dell’arte.
La scultura di campo
Ad attenderci nel percorso delle Collezioni Comunali d’Arte, all’interno di Palazzo d’Accursio, c’è Emanuele Becheri che espone Sculture, a cura di Lorenzo Balbi.
Nel testo curatoriale Balbi osserva come le opere si presentino in uno stato di sospensione, quasi colte nel momento stesso della loro formazione. I titoli – Solitudine, Stupefatto, Autoritratto, Figura – agiscono come orientamenti di una memoria percettiva e mentale che eccede la pura presenza della materia.
La scultura appare così come configurazione in divenire, un equilibrio instabile tra gesto, materia e sguardo. In questa prospettiva il lavoro di Emanuele Becheri può essere messo in relazione con la riflessione teorica sviluppata da Rosalind Krauss nel saggio Sculpture in the Expanded Field. Nel celebre testo, Krauss interpreta la scultura contemporanea come una pratica che, a partire dagli anni Settanta, si ridefinisce all’interno di una struttura differenziale. La scultura si dispone come posizione logica in un sistema di relazioni costruito sulle opposizioni tra architettura e paesaggio. Il concetto di campo espanso indica una riorganizzazione del sistema delle arti in cui la scultura viene compresa attraverso le relazioni spaziali e concettuali che stabilisce.
Riprendere oggi questa formulazione significa interrogare il modo in cui la pratica scultorea si confronta nuovamente con il nucleo materiale della forma — la materia, il corpo, il modellato — mantenendo al tempo stesso la consapevolezza di appartenere a un campo di relazioni più ampio. Il lavoro di Becheri sembra collocarsi proprio in questa zona di tensione, dove la riflessione sul campo della scultura incontra l’esperienza diretta della sua costruzione plastica.
a – Il titolo dell’opera è Solitudine. Eppure la forma sembra quella di un cavallo. Perché tornare proprio a questa figura, così carica di storia nella scultura?
b – Perché il cavallo è una sfida. È una delle immagini più antiche e più insistenti della storia delle forme: dai primi segni sulla roccia fino alla tradizione della scultura monumentale. È un cliché, ma nel senso più forte del termine: una figura che contiene già infinite possibilità. Tornarci significa misurarsi con quella storia senza citarla. In questo senso Solitudine è quasi un inchino alla storia — non come fatto culturale o filologico, ma come condizione esistenziale: un gesto di attesa, di silenzio, di confronto con ciò che viene prima di noi.
a – Come nasce concretamente la scultura? È un lavoro per sovrapposizione, per costruzione di parti?
b – È un modellato diretto, pezzo per pezzo, poi dipinto. A un certo punto la scultura viene staccata dal piano su cui è stata lavorata e “piantata” nello spazio verticale. Ed è lì che tutto cambia: quando decidi l’inclinazione, la tensione, il peso. In quell’ultimo atto la forma torna a muoversi. C’è sempre qualcosa che sfugge al controllo, ma è proprio lì che si cerca la presenza giusta. Alla fine la scultura è questo: trovare il punto in cui il peso e la tensione fanno esistere una presenza nello spazio.
Il ritorno al plastico
Nel momento in cui il campo artistico si è progressivamente dilatato fino a includere installazione, ambiente e dispositivo, la pratica scultorea sembra operare un movimento di rifocalizzazione. La questione riguarda ciò che permane quando la scultura viene ricondotta alla sua esposizione primaria: un corpo nello spazio, una configurazione plastica che stabilisce relazioni elementari di peso, equilibrio e orientamento. In questa prospettiva diventa centrale quella dimensione che Rosalind Krauss ha individuato come condizione operativa della scultura contemporanea: una pratica che organizza lo spazio attraverso relazioni di posizione, tensione e orientamento. E dunque la forma non coincide più soltanto con un’immagine riconoscibile, ma con un sistema di rapporti che prende consistenza nel luogo e nel tempo della sua apparizione.
a – Quest’opera si intitola Stupefatto. È un autoritratto?
b – È uno studio per un autoritratto. È modellato da entrambe le parti: da dentro, con la mano all’interno, e da fuori, poi leggermente richiuso, così da non far percepire il passaggio della mano. Mi interessava lavorare sullo sguardo: mettere lo sguardo all’infinito. Non guarda qualcosa di preciso, guarda lo spazio. È una specie di stupefazione davanti alla bellezza, una condizione quasi fisiologica, fuori dal tempo.
a – Quindi non è uno sguardo che mette a fuoco qualcosa?
b – No, è prima di qualsiasi atto di focalizzazione. È come immerso. Non osserva un oggetto, ma si trova in uno stato di apertura, di indecidibilità. È quella condizione in cui non hai ancora parole, ma hai incontrato qualcosa. In fondo Solitudine e Stupefatto sono la mia posizione rispetto all’arte: un dialogo continuo con la scultura, con la materia e con il tempo necessario per starci dentro davvero.
Logica della forma
Se nel modello teorico di Rosalind Krauss la scultura si definisce attraverso la sua posizione tra categorie, la pratica scultorea odierna sembra trasferire l’attenzione dalla definizione dell’oggetto alla dinamica interna del suo formarsi. La modellazione si presenta come un sistema di relazioni che si stabilizza progressivamente, un processo in cui la configurazione finale emerge retroattivamente dalla tensione plastica accumulata, evocata da una sorta di cinematica inversa: la forma si organizza a partire dall’esito, e non da un progetto prestabilito. La scultura diventa così un organismo in divenire, in cui il movimento invisibile interno determina la presenza percepita nello spazio.
a – Quest’opera si intitola Figura. Il titolo è molto essenziale: può cambiare nel tempo?
b – Può cambiare, sì. Se guardiamo alla storia dell’arte succede spesso: anche le sculture di Auguste Rodin hanno avuto più titoli nel corso del tempo. Il titolo segue il modo in cui l’opera viene vista, a volte anche dallo stesso artista. Per ora è Figura (2020), ma potrebbe anche mutare: resta una forma aperta, non completamente fissata dal nome.
a – Le sculture qui esposte sono state pensate per questo spazio?
b – No, ho scelto lavori diversi e li ho riuniti qui come in un florilegio. Mi interessava che fossero molto differenti tra loro, quasi divergenti, per evitare quella ripetizione della contemporaneità che tende a uniformare tutto. Il lavoro in realtà procede per divagazioni, in molte direzioni. Per questo ho preferito incontri isolati: una scultura in una stanza può produrre un’esperienza diversa rispetto a molte opere accumulate nello stesso spazio.
a – In Figura si percepisce un movimento serpentinato, quasi un richiamo alla tradizione plastica. È un riferimento consapevole?
b – In parte sì. La forma nasce da due pezzi d’argilla attorcigliati alla ricerca di una serpentina impossibile, qualcosa che può ricordare anche una tensione michelangiolesca. Forse la presenza di Jacopo della Quercia qui vicino ha avuto un ruolo. I fori richiamano la lavorazione del marmo, il trapano della scultura a taglio diretto. Ma la cosa più importante è il movimento interno della forma: ciò che non si vede. Se la scultura resta agganciata a quel movimento invisibile, continua a vivere; altrimenti rimane soltanto un oggetto.
Dunque questa dinamica nel movimento interno modifica anche il modo in cui guardiamo le opere. Ciò che appare come sospensione o indecidibilità non è l’esito di un’incompiutezza, ma la traccia visibile di un processo che resta aperto. La figura non è mai completamente chiusa, il volto non è mai definitivamente risolto, perché ciò che conta non è la stabilità iconica, ma la permanenza della tensione che li ha generati. In questa prospettiva il dispositivo di forze, un sistema in cui memoria iconica e cinematica del gesto coincidono è lungi dall’essere un punto d’arrivo, è il luogo in cui si manifesta una decisione temporanea, sempre esposta alla possibilità di un’altra direzione. È in questa oscillazione tra eredità delle forme e riorganizzazione dinamica della materia che il lavoro di Becheri trova la propria necessità, sottraendosi tanto alla citazione quanto all’arbitrio, e restituendo alla scultura la sua dimensione di evento.
Solitudine 02.06.2025
terracotta, pigmenti, ossidi 22 x 52 x 9 cm ph. Manuel Montesano
Emanuele Becheri
Sculture
a cura di Lorenzo Balbi
La mostra SCULTURE di Emanuele
Becheri, concepita in occasione di
ArtCity Bologna 2026 e ospitata nelle
sale storiche delle Collezioni Comunali
d’Arte, nasce da un confronto diretto
con un luogo carico di stratificazioni
simboliche, architettoniche e temporali.
Un museo che conserva e rende visibile
una lunga storia della rappresentazione,
del ritratto, della figura e del rapporto tra
immagine e spazio, diventa qui il terreno
su cui misurare una pratica scultorea che
interroga in modo ostinato e necessario
la possibilità stessa della scultura oggi.
Il titolo della mostra – SCULTURE
– è volutamente elementare, quasi
tautologico. Non introduce una
narrazione, non suggerisce un tema
univoco, non promette un racconto.
Rimanda piuttosto a un campo di forze,
a un ambito di ricerca che Becheri abita
con radicalità, ponendo la scultura non
come genere, ma come problema: un
luogo in cui si addensano questioni
di forma, di tempo, di memoria, di
gesto, di tradizione e di presenza. «Non
m’importa niente della mia opera,
m’importa della scultura», scriveva
Arturo Martini nel 1944. Una frase
che potrebbe funzionare come soglia
concettuale per attraversare il lavoro di
Becheri, e che ne chiarisce l’orizzonte:
non l’affermazione di uno stile, ma
l’esercizio continuo di una disciplina,
vissuta come crisi permanente.
Le opere inedite presentate in mostra
– tutte in terracotta, realizzate tra
il 2021 e il 2025 – sono distribuite
una per sala e collocate al centro
dello spazio. Questa scelta allestitiva,
apparentemente semplice, è in realtà
decisiva: sottrae le sculture a ogni
possibile gerarchia narrativa, le isola
senza monumentalizzarle, e trasforma
l’incontro con ciascun lavoro in
un’esperienza individuale, scandita da
pause, silenzi e distanze. Ogni scultura
diventa un episodio autonomo, un corpo
che occupa lo spazio senza dominarlo,
una presenza che chiede tempo e
attenzione.
Il rapporto tra le opere di Becheri e
l’architettura storica del museo non
è mai illustrativo né mimetico. Al
contrario, si fonda su una frizione sottile,
su un gioco di risonanze e contrasti:
la terracotta, materiale primario e
vulnerabile, si confronta con la solidità
delle sale; la scala intima delle opere
dialoga con ambienti carichi di memoria;
la contemporaneità del gesto scultoreo
si misura con un passato che non è mai
neutro, ma attivo, presente, interrogante.
Le opere in mostra – teste, figure,
autoritratti, presenze minime – non si
offrono come immagini compiute o
come rappresentazioni stabilizzate. Al
contrario, sembrano trattenere qualcosa,
rimanere in uno stato di sospensione,
come se fossero colte nel momento
stesso della loro formazione. Solitudine,
Stupefatto, Autoritratto, Figura, Stilita: i
titoli non descrivono, ma orientano lo
sguardo verso una dimensione interiore,
psichica, quasi emotiva, che non trova
mai una traduzione letterale nella forma.
In Solitudine (02.06.2025) la testa
allungata e orizzontale, modellata in
terracotta e pigmenti, appare come
un corpo disteso, quasi schiacciato dal
proprio peso. Non è un ritratto, né una
maschera: è una presenza che sembra
farsi carico di una condizione, più che
di un’identità. La materia conserva
le tracce del gesto, le irregolarità, le
tensioni interne, come se la forma fosse
il risultato di una pressione continua,
di un lavorio che non si è mai del tutto
concluso.
Stupefatto (2025) è una scultura singola,
che assume tuttavia una posizione
centrale nella ricerca di Becheri. Non si
tratta di una variazione seriale, ma di un
autoritratto, inteso non come esercizio di
riconoscimento fisionomico, bensì come
spazio di riflessione sullo statuto stesso
dell’immagine di sé. Il volto, colto in una
condizione di sospensione e di apertura,
non restituisce un’identità stabile, ma
una soglia: uno stato di attenzione, di
esposizione, di lieve spaesamento.
In questa scultura l’autoritratto non
funziona come affermazione, ma come
interrogazione. Becheri utilizza un
topos storicamente carico – quello del
volto dell’artista – per svuotarlo di
ogni intenzione celebrativa o narrativa,
trasformandolo in un campo di
esperienza.
Ciò che emerge non è tanto
un’immagine dell’artista, quanto
una condizione mentale, un tempo
interiore che si deposita nella materia.
Stupefatto rende visibile come, per
Becheri, la scultura non sia mai il
risultato di un modello da replicare, ma
l’esito di un processo aperto, condotto
direttamente nella materia. La forma
non precede il gesto, ma vi coincide; e
proprio in questa coincidenza accetta la
propria provvisorietà come condizione
strutturale. L’opera non si offre come
risposta, ma come permanenza della
domanda, chiedendo allo sguardo di
sostare, di rallentare, di misurarsi con ciò
che si manifesta solo nel tempo.
La terracotta è per Becheri molto più di
un materiale: è un campo di resistenza e
di ascolto. Le sculture vengono modellate
direttamente, senza passaggi intermedi,
e il colore – steso a fresco – si impregna
nell’argilla ancora umida, in un tempo
limitato e non reversibile. Questa
scelta tecnica, che richiama la pratica
dell’affresco, introduce una dimensione
temporale decisiva: il gesto deve trovare
la propria misura entro una finestra
precisa, calibrando urgenza e controllo.
Il colore non è mai decorativo, né
aggiuntivo. Nasce insieme alla forma,
ne segue le tensioni, ne amplifica le
vibrazioni. È un colore che non riveste,
ma attraversa la materia, rendendo
visibile l’unità profonda tra modellato
e superficie. In questo senso, ogni
scultura appare come un’immagine
“nata dipinta”, in cui non è possibile
distinguere nettamente tra struttura e
pelle.
Questa attenzione alla temporalità del
fare restituisce alle opere una qualità
di freschezza e di naturalezza che non
ha nulla di spontaneo o ingenuo. Al
contrario, è il risultato di una lunga
frequentazione della materia, di una
conoscenza che passa attraverso il
corpo, le mani, il tatto. Come scrive
Becheri, solo nel momento in cui si
inizia a “mettere mano” alla scultura
si comprende davvero la portata della
Téchne: non come insieme di regole,
ma come luogo di incontro tra sapere e
sensibilità, tra forma e sostanza.
La scultura, in questo contesto,
non è mai un oggetto da osservare
frontalmente. È un corpo da aggirare, da
esplorare nello spazio, da incontrare da
più punti di vista. La fotografia stessa –
spesso utilizzata dall’artista – diventa uno
strumento di indagine solo a posteriori,
un modo per tornare sulle opere dopo
averle attraversate fisicamente.
In Figura (2024) e nelle altre Figure
presenti in mostra (2021, 2023, 2025),
il corpo umano è ridotto all’essenziale,
come se fosse il residuo di un processo
di sottrazione. Non c’è descrizione
anatomica, né volontà espressiva in
senso tradizionale. Eppure, queste
forme mantengono una forte carica di
umanità, una presenza che si impone
proprio attraverso la sua fragilità. La
piccola Stilita (2024), collocata quasi
come un punto di condensazione del
percorso, introduce una scala diversa e
una tensione verticale estrema. È una
scultura minima, ma densissima, che
sembra concentrare in pochi centimetri
una lunga storia di immagini ascetiche,
di corpi in ascolto, di figure che cercano
una distanza dal mondo senza mai
abbandonarlo del tutto.
Il lavoro di Becheri si inscrive
consapevolmente all’interno di una
tradizione scultorea ampia e stratificata,
che va da Medardo Rosso ad Arturo
Martini, da Rodin a Brancusi, da
Modigliani a Fontana. Tuttavia,
questo rapporto con il passato non ha
nulla di citazionistico o nostalgico. È,
piuttosto, una relazione di necessità,
come suggerisce la celebre definizione
di Martini del 1938: “Che cosa è per
me la tradizione? Questa domanda mi
riesce tanto buffa, come se un bambino
mi chiedesse che senso ha per me mia
madre. Siccome il sangue che hai nelle
vene nessuno te lo può cambiare, questo
è la tradizione’’.
Frequentare i maestri significa, per
Becheri, confrontarsi con problemi
ancora aperti: il rapporto tra pieno e
vuoto, tra figura e spazio, tra base e
scultura, tra gesto e immagine. Le sue
opere non riproducono forme storiche,
ma ne rimettono in gioco le tensioni,
interrogandole alla luce di un presente
che non offre più certezze iconografiche
né stabilità formali.
Un elemento centrale della pratica di
Becheri è il rapporto tra la scultura e i
dispositivi che la accolgono: basi, teche,
supporti. Le basi, progettate dall’artista
per ogni singola opera, sono ridotte al
minimo indispensabile. Non aspirano a
dialogare formalmente con la scultura,
ma a sostenerla senza interferire, come
una presenza silenziosa. La teca in
vetro, quando presente, non è intesa
come barriera o protezione museale, ma
come “casa definitiva” della scultura.
Un luogo che ne definisce il perimetro,
ne concentra la presenza, e allo stesso
tempo introduce una distanza necessaria.
Anche in questo caso, non si tratta di un
dispositivo neutro, ma di un elemento
che partecipa alla costruzione dell’opera
come esperienza.
Alle Collezioni Comunali d’Arte, questi
dispositivi entrano in dialogo con una
museografia storica, fatta di vetrine,
piedistalli, cornici. Le sculture di Becheri
non si mimetizzano in questo contesto,
ma lo attraversano, lo interrogano,
rivelandone la dimensione temporale e
costruita.
Un aspetto meno immediatamente
visibile, ma fondamentale per
comprendere il lavoro di Becheri, è il
rapporto con il suono e con la musica,
che accompagna la sua ricerca da molti
anni e che non può essere considerato un
ambito secondario o accessorio.
La pratica musicale dell’artista –
sviluppata attraverso progetti collettivi,
improvvisazioni, performance e lavori
sonori – condivide con la scultura una
medesima attenzione al gesto, al tempo e
alla dimensione dell’ascolto.
Nel lavoro musicale, come in quello
scultoreo, Becheri mette costantemente
in gioco una forma di esposizione al
rischio: l’improvvisazione, l’errore,
l’alea, l’imprevisto diventano condizioni
operative, non esiti da controllare o
neutralizzare. Il gesto sonoro, così come
il gesto plastico, si costruisce in una
temporalità concreta, fatta di attese,
accelerazioni, arresti, ritorni. È un gesto
che accade nel tempo e che non può
essere interamente previsto.
Questa dimensione performativa
non introduce un’idea di espressività
immediata, ma piuttosto una pratica
di attenzione estrema. Suonare, per
Becheri, significa abitare un tempo
condiviso, misurarsi con una resistenza
– dello strumento, del suono, degli altri
corpi presenti – non dissimile da quella
offerta dalla materia scultorea. Anche
nella terracotta, infatti, il gesto non è
mai libero in senso assoluto, ma nasce
dall’attrito con un limite: il tempo di
asciugatura, la consistenza dell’argilla,
la finestra ristretta in cui il colore può
impregnarsi nella materia.
Scultura e musica condividono così
una stessa logica di risonanza. Non si
tratta di tradurre il suono in forma o la
forma in suono, ma di riconoscere un
terreno comune, in cui il gesto diventa il
luogo di una decisione sempre parziale,
mai definitiva. In entrambe le pratiche,
l’artista sembra sottrarsi a una posizione
di controllo totale per lasciare che l’opera
si costituisca nel corso del suo farsi,
mantenendo visibile la traccia di ciò che
avrebbe potuto essere altrimenti.
Questo rapporto con il suono aiuta
a leggere anche l’allestimento della
mostra come una sorta di partitura
silenziosa. Le sculture, disposte una per
sala, costruiscono un percorso fatto di
intervalli, pause, riprese. Ogni opera
è un accento, un tempo sospeso, una
modulazione. Il visitatore è chiamato
a regolare il proprio passo, a fermarsi,
a riprendere il cammino, come in
un ascolto che richiede disponibilità
e concentrazione. Il silenzio che
accompagna l’incontro con le opere non
è assenza, ma spazio di ascolto. «Testare
se essenzialmente la scultura ti guarda»,
scrive Becheri. In questa inversione
dello sguardo si condensa forse una delle
chiavi più fertili per attraversare il suo
lavoro. Le sculture non si offrono come
oggetti da consumare visivamente, ma
come presenze che restituiscono uno
sguardo, che chiedono una relazione,
che mettono in crisi la posizione di chi
osserva. La scultura, per Becheri, non
è mai il luogo di una forma compiuta,
ma il risultato sempre provvisorio di una
serie di decisioni prese nel tempo, sotto
la pressione della materia e del gesto.
In questo senso, ogni opera conserva
qualcosa di non risolto, di trattenuto,
come se restasse aperta alla possibilità
di un’altra direzione. È una scultura che
non pretende di affermare, ma di sostare;
che non occupa lo spazio, ma lo ascolta.
La mia lettura del lavoro di Becheri
si concentra proprio in questa idea di
sospensione attiva. Le sue sculture non
cercano una presenza monumentale né
una stabilità iconica, ma costruiscono
un campo di attenzione in cui ciò che
conta non è tanto la forma finale, quanto
il modo in cui essa è arrivata a esistere.
Ogni opera appare come il residuo
visibile di un processo, come la traccia
di un gesto che ha accettato il rischio di
fallire, di deviare, di interrompersi.
In questo senso, la scultura di Becheri mi
sembra profondamente contemporanea
non perché rifiuti la tradizione, ma
perché la assume come un territorio da
attraversare senza garanzie. Le forme che
abitano questa mostra non chiedono di
essere interpretate, ma incontrate. Non
offrono un’immagine da decifrare, ma un
tempo da condividere.
Nelle sale delle Collezioni Comunali
d’Arte, queste sculture non si limitano
a dialogare con il passato: lo mettono in
vibrazione. Tra la densità della materia
e la fragilità del gesto, tra la solitudine
della forma e l’ascolto dello spazio, il
lavoro di Emanuele Becheri restituisce
alla scultura una possibilità rara e
necessaria: quella di essere, oggi, un
luogo di attenzione, di esitazione e di
presenza.
Lorenzo Balbi
Figura, 2021
terracotta, ossidi 43 cm, misure variabili ph. Manuel Montesano
SCULTURE a cura di Lorenzo Balbi
@ 2026 Artext