The Old Is Dying and the New Cannot Be Born
Dries Verhoeven
Mio padre è in piedi su uno sgabello. La lampada ha bisogno di essere riparata. Ha 88 anni e, negli ultimi sei mesi, la sua memoria lo ha spesso tradito. Sei fili sporgono dalla lampada; devono essere collegati ai tre fili del reattore. Papà guarda i fili che tiene in mano e poi il punto da cui sporgono dall’apparecchio. Leggermente confuso, scende dallo sgabello. Per il momento lascia perdere. In un modo o nell’altro, si sistemerà presto.
Mia madre si chiede ad alta voce come farà a leggere il giornale.
Ultimamente mi interessano sempre di più le persone che sembrano perdere la presa sulla realtà. Voglio capire come riescano a tenere sotto controllo la propria incertezza, ora che il mondo sta andando alla deriva. Leggo di rifugi, sotterranei e mentali. Delle storie che le persone raccontano a se stesse per continuare lungo il cammino che hanno intrapreso. Di persone che mostrano una fermezza così incrollabile da farmi sospettare che stiano cercando di tenere qualcosa a distanza.
Un post su Instagram: un soldato israeliano posa con una bandiera arcobaleno sullo sfondo di una Gaza bombardata. Sulla bandiera ha scritto: «In the name of love». Quella bandiera, per me, come uomo queer, significa qualcosa. L’ho sempre considerata un’espressione allegra e un po’ ingenua del nostro desiderio di uguaglianza. I Paesi Bassi sono ben felici di lasciarla sventolare come simbolo della loro (presunta) tolleranza. Ma qui l’arcobaleno è diventato un’arma. Chiunque abbia un’ideologia diversa merita di morire, sembra dire il soldato. La sua mente riesce a raddrizzare ciò che è storto, a convincerlo della propria bontà a qualunque costo.
Dries Verhoeven, The Fortress, Mondriaan FundLa Biennale di Venezia 2026, ph. Willem Popelier
In un’istituzione artistica di Berlino: «Alcune opere di questa mostra contengono rappresentazioni di violenza e nudità. Informazioni dettagliate sulla collocazione di queste opere sono disponibili alla biglietteria».
Perché le persone apprezzano questo tipo di avvisi? Forse per questo motivo?
Dall’avvento di internet siamo esposti a un flusso costante di immagini disturbanti. Ci confrontiamo continuamente con il dolore e la violenza, ma nell’Europa occidentale, dove vivo, si tratta per lo più di un’esperienza virtuale. Siamo spettatori permanenti. Sui nostri schermi vediamo delle vittime che annegano, ma non possiamo tuffarci in acqua per salvarle.
L’istituzione artistica ci avvolge in una coperta calda. Ti vedo, dice il museo. Qui sei al sicuro.
Che fine hanno fatto le imbarcazioni dei rifugiati? Qualche anno fa comparivano ogni settimana sul mio schermo. Lo cerco su Google. Oggi l’Europa paga i paesi del Sahara affinché fermino i rifugiati prima che raggiungano il Mediterraneo. Nel deserto del Niger, le persone muoiono lontano dalle telecamere della televisione. Il parlamentare europeo protegge l’immagine di un continente non toccato dall’orrore. E il cittadino può tornare a dormire.
La compagnia aerea Transavia sostiene di voler ridurre gli effetti negativi dell’aviazione. Quando prenoto un volo, mi chiede se desidero pagare un supplemento per il SAF, Sustainable Aviation Fuel. Cerco di capire di cosa si tratti realmente: è un termine ombrello che indica combustibili prodotti da animali e piante, attualmente ricavati per lo più da grasso suino. Le emissioni associate all’allevamento dei suini non sono incluse nei calcoli di sostenibilità. Se si volasse da Parigi a New York utilizzando esclusivamente SAF prodotto con grasso di maiale, sarebbero necessari 8.800 maiali morti.
Ci immagino intrappolati nelle sabbie mobili del tempo. Veniamo trascinati sempre più a fondo; gli oggetti si sporcano e perdono la loro lucentezza.
Dries Verhoeven, The Fortress, Mondriaan FundLa Biennale di Venezia 2026, ph. Willem Popelier
Non andartene docile in quella buona notte,
la vecchiaia dovrebbe ardere e infuriare al calare del giorno;
**ribellati, ribellati contro il morire della luce.**
Quando i polpi percepiscono che stanno per morire, oppongono ben poca resistenza. Di rabbia, nemmeno l’ombra. Ho letto un libro straordinario di Peter Godfrey-Smith. Le femmine di polpo, in particolare, si ritirano, per esempio in una fessura della roccia. Lì attendono che la morte arrivi.
Immagino lo sguardo rassegnato dell’animale, in attesa silenziosa nella fenditura. Immagino me stesso nel momento in cui sentirò avvicinarsi la morte (agitandomi freneticamente, sospetto, in una disperazione assoluta. Mi è già successo una volta, nell’Oceano Indiano). Immagino Donald Trump in quella fenditura (impossibile), il segretario generale della NATO Mark Rutte (idem).
Immagino l’intero ordine occidentale nella fenditura, con uno sguardo rassegnato.
Perché i bambini costruiscono castelli di sabbia? Voglio dire: perché non case di sabbia o fattorie di sabbia? Un bambino sulla spiaggia osserva il mare che si riprende il suo castello, mentre le torri crollano. Guarda senza scomporsi. La rovina era già inscritta nella costruzione stessa, era parte del progetto.
Parlando di fermezza (1): cammino attraverso i Giardini e osservo più attentamente i padiglioni. Quale ordine mondiale viene evocato qui? Quale spirito del tempo vi aleggia?
Un’alternativa: immagino i padiglioni nazionali come strutture gonfiabili, temporanee, che scompaiono dopo ogni edizione per lasciare il posto a quelle di paesi appena selezionati. Una decisione globale stabilisce quali paesi e quali cittadini senza Stato siano, in quel momento, i più adatti a rappresentare la condizione delle arti e del mondo. Per un anno possono accogliere le folle di visitatori all’interno del loro gonfiabile.
Dries Verhoeven, The Fortress, Mondriaan FundLa Biennale di Venezia 2026, ph. Willem Popelier
Parlando di fermezza (2): secondo le Nazioni Unite, vi sono indicazioni che le azioni di Israele possano rientrare nell’ambito della Convenzione sul genocidio. Nel frattempo è stato confermato che il paese parteciperà nuovamente alla Biennale. Non questa volta ai Giardini, ma all’Arsenale, in uno spazio chiamato Sala d’Armi.(2)
Parlando di fermezza (3): quest’anno il padiglione degli Stati Uniti presenta «l’attenzione di Donald Trump nel mostrare l’eccellenza americana».
Alla Fondation Cartier di Parigi mi imbatto in un’opera di Bernie Krause e Soundwalk Collective. Dal 1968, Krause ha registrato i suoni di oltre 15.000 specie animali. Il museo ha acquisito l’archivio e ora lo presenta come installazione sonora.
«Più della metà degli habitat registrati da allora è diventata silenziosa o è stata profondamente alterata dall’attività umana», leggo.
La mia percezione dell’installazione cambia perché so che l’istituzione è finanziata da interessi commerciali? Cartier sta cercando di attenuare la propria posizione ambigua? Quante specie sono scomparse a causa dell’estrazione di pietre preziose? In che modo quest’opera agisce sul visitatore? Si comporterà diversamente dopo aver ascoltato una specie scomparsa? Oppure l’atto stesso dell’ascolto viene percepito come un gesto etico?
Per parafrasare Susan Sontag: il visitatore riceve un certificato di innocenza, una sorta di assoluzione per il proprio comportamento nel tardo capitalismo? Ora è libero di dirigersi sugli Champs-Élysées per acquistare un orologio?
«Perché tanto cinismo? Perché questa superiorità morale?», mi chiede un amico. Non faccio forse anch’io parte del problema? Non sono anch’io impantanato in quelle sabbie mobili del tempo?
Ha ragione.
Mi rendo conto che la mia critica è, a sua volta, una forma di autoconservazione. Se attacco qualcosa o qualcuno, provo meno inquietudine.
Comincio la giornata con una serie di addominali, incoraggiato dai video su YouTube di ventenni dal fisico scolpito. Mio marito dice che sto attraversando una crisi di mezza età.
Dries Verhoeven, The Fortress, Mondriaan FundLa Biennale di Venezia 2026, ph. Willem Popelier
Sono cresciuto come un ragazzo della classe media nel fin de siècle del XX secolo. I Paesi Bassi erano un piccolo paese allegro. Allora visitavo con mia madre i grandi musei d’arte. Erano luoghi...
...dove guardavo il male dritto nella sua sporca bocca. Erano anche luoghi sessuali, luoghi disobbedienti. Era come se, entrando nei musei, chiudessi gli occhi e precipitassi in un incubo: il mondo, a quanto pareva, non era così ordinato e allegro come sembrava.
Oggi ho l’impressione che i ruoli si siano invertiti. I musei mettono in scena sogni di un mondo migliore, più mite. Ciò che nel mondo è rotto viene simbolicamente ricomposto al loro interno. Il tempo li ha trasformati in rifugi benevoli.
Un corpo che cade al rallentatore.
In una scena iconica del film La Haine (1995), sentiamo la storia di un uomo che precipita da un palazzo. «Fino a qui tutto bene», dice la voce fuori campo, «fino a qui tutto bene».
Come tutti coloro che vivono nei Paesi Bassi, ricevo un opuscolo informativo per prepararmi a un’emergenza.
«Sebbene i Paesi Bassi non siano attualmente in guerra, non siamo nemmeno in pace», vi si legge; per questo motivo «le forze armate olandesi stanno ricevendo maggiori finanziamenti per proteggerci meglio».
Il messaggio è urgente («Sintonizzate in anticipo la vostra radio d’emergenza sulla frequenza corretta»), ma il tono ricorda quello di una caccia al tesoro («Se avete animali domestici, includete nel vostro kit di emergenza gli oggetti di cui potrebbero aver bisogno»).
L’opuscolo sembra voler ottenere due cose opposte: allarmare e rassicurare.
«Fino a qui tutto bene.»
Le illustrazioni mostrano personaggi simili a Playmobil che si passano tranquillamente scatole di cartone. Dobbiamo restare vigili, ma siamo al sicuro tra i nostri simili.
Al supermercato vedo una fila di nuovi prodotti proteici.
E gli ansiolitici? Si vendono meglio adesso?
E l’LSD?
Dries Verhoeven, The Fortress, Mondriaan FundLa Biennale di Venezia 2026, ph. Willem Popelier
Il progetto Survival Condo è un «bunker per la fine del mondo» nello stato americano del Kansas, tredici piani sotto terra. Quando l’apocalisse climatica si manifesterà, le famiglie milionarie potranno ritirarsi nei loro appartamenti, tutti già venduti.
Al livello superiore del bunker, appena sotto il suolo, si trova una piscina con formazioni rocciose artificiali — ciò che un tempo chiamavamo un “paradiso subtropicale”.
Sigillati fuori dal mondo esterno, gli abitanti possono continuare ancora per un po’ la loro piacevole esistenza.
Li immagino in quella fenditura.
Mentre sventolano una bandiera arcobaleno.
Mio padre è di nuovo sullo sgabello e prova ancora una volta a riparare la lampada.
Ultimamente parla a malapena degli avvenimenti recenti, ma racconta volentieri ricordi della sua vita passata.
Parla del periodo trascorso all’istituto tecnico.
Di quando lavorava continuamente con gli impianti elettrici.
Di quando lavorava continuamente con gli impianti elettrici.
Di quando lavorava continuamente con gli impianti elettrici.
Come se, attraverso la ripetizione, ancorasse la storia della propria vita — linee marcate che rinforzano il disegno di un motivo già esistente.
Ancora e ancora.
NOTE
1 Dalla frase: «Il vecchio mondo sta morendo e il nuovo stenta a nascere: ora è il tempo dei mostri», tratta da Selections from the Prison Notebooks (1971) di Antonio Gramsci. Pubblicata originariamente nei Quaderni del carcere, vol. 3 (1929-1935). Nancy Fraser riprende questa espressione nel titolo del suo libro The Old Is Dying and the New Cannot Be Born: From Progressive Neoliberalism to Trump and Beyond (2019).
2 Da: Dylan Thomas, Do not go gentle into that good night (1951).
3 Dipartimento di Stato degli Stati Uniti (U.S. Department of State).
Dries Verhoeven, The Fortress, Mondriaan FundLa Biennale di Venezia 2026, ph. Willem Popelier
Dries Verhoeven
The Fortress
Curatore: Rieke Vos
Padiglione Olanda alla 61. Esposizione Internazionale d’Arte - La Biennale di Venezia
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