Chiara Camoni
Con te con tutto
Arsenale - Padiglione Italia
La Biennale di Venezia Arte 2026
Con te con tutto può essere attraversata come una mappa doppia: da una parte la disposizione spaziale delle forme, delle materie, degli oggetti e delle presenze che Chiara Camoni convoca nel Padiglione; dall’altra la mappa che si costruisce nel movimento del visitatore, tra penombra e luce, figure e frammenti, natura e artificio, passato e presente. Le opere non occupano semplicemente uno spazio, ma lo articolano come un campo di relazioni nel quale ogni elemento rimanda ad altri elementi e nel quale il significato nasce dal percorso, dalla distanza, dall’incontro. La mostra diventa così una forma di orientamento: non una sequenza da comprendere, ma una disposizione da attraversare.
Cecilia Canziani
Istruzioni per l'uso
Qualche anno fa
con Chiara Camoni
abbiamo lavorato insieme a un libro che raccoglieva le sue opere,
le parole con cui le andava accompagnando
e che a volte mi erano sembrate opere anch’esse,
i testi delle persone che frequentavano da vicino
il suo studio o che ne facevano parte.
L’idea era quella di raccontare una poetica nel suo farsi, più che i singoli
lavori, e racchiuderne idealmente il racconto tra due mani, che erano
le mie parole, distribuite in due testi posizionati rispettivamente all’inizio
e alla fine del piccolo volume, ormai introvabile perché fuori commercio.
Questo libro non è così differente. Si tiene bene in mano,
si può portare con sé in borsa e consultarlo un po’ ovunque. Si può sottolineare,
e si possono anche fare le orecchie alle pagine per ritrovare facilmente
qualcosa che ci è piaciuto. È un libro senza un vero inizio né una
fine: una raccolta di letture, appunti e immagini che, più che documentare
il Padiglione Italia alla Biennale Arte 2026, lo traduce in un’altra forma.
La mostra Con te con tutto reimmagina lo spazio delle
Tese delle Vergini come un paesaggio in trasformazione, in cui il corpo
della scultura e i corpi dei visitatori sono invitati a uno scambio reciproco:
è una chiamata a raduno, un invito a costruire un diverso modo
di stare al mondo, a partire dall’incontro e dalla condivisione con
tutto il vivente, lasciando spazio alla meraviglia, al sentire, al dialogo,
alla contemplazione, al fluire del tempo. Riflette o, per meglio dire,
fonda le proprie premesse esattamente nella pratica di Chiara,
che negli anni ha integrato in maniera sempre più decisa arte e vita,
reinventando il suo medium d’elezione – la scultura – a partire
dalla dimensione domestica, dal gesto quotidiano, dall’impiego di materiali
tratti dal paesaggio antropizzato che circonda il suo studio.
La scultura per lei è collaborazione con la materia e risultato
di processi collettivi a cui partecipano gruppi di assistenti
e amici o nati in occasioni più istituzionali, perché spesso le
opere prendono vita attraverso seminari o workshop che precedono
o accompagnano le mostre in spazi museali.
Il progetto espositivo, documentato da una serie di fotografie che
compaiono tra le pagine di questo volume, si apre così con un ambiente
abitato da un silenzioso gruppo di figure in ceramica che, sebbene realizzate
in scala umana, appaiono monumentali. Modellate a colombino o composte
di una miriade di piccoli elementi di terracotta che danno forma
a corpi in potenziale metamorfosi, ci appaiono nella semioscurità come
divinità minori, spiriti dei boschi e delle acque, arrivate da un passato
molto lontano per interrogare il nostro presente. Sono fatte di argilla,
adornate con arbusti, conchiglie, pietre, ma anche frammenti di plastica
e rifiuti trovati negli immediati dintorni dello studio dell’artista.
Accedendo al secondo ambiente, introdotto da un’installazione
a terra composta di scarti di lavorazioni industriali di plastica, la cui
disposizione ricorda il disegno di un giardino all’italiana, e da alcune
figure femminili modellate in terracotta e reclinate su tappeti, si
partecipa a un mondo in costruzione, un’architettura potenziale che
sembra affiorare da terra e diventare pavimento, contenitore, parete,
seduta e che può accogliere al suo interno oggetti e altre opere. Al
centro dello spazio si apre infine una piazza circondata da sedute
orientate verso il giardino, ideale sfondo dell’intera installazione.
Chiara Camoni, Con te con tutto, 2026, Installation view, La Biennale di Venezia 2026. Ph Camilla Maria Santini
Esther Kinsky
Ricomporre frammenti
Ed eccoci al titolo del progetto di Chiara Camoni: Con te con tutto.
Il titolo è un impegno. È al tempo stesso intimo – rivolgendosi
a un tu singolare – e onnicomprensivo. Parla individualmente agli spettatori,
incoraggiandoli ad aprire i loro occhi al Tutto di cui sono
fatti gli oggetti e le istallazioni: rocce, terre, sassi e piante, modellati
e assemblati, scolpiti e spaccati, smaltati e grezzi. Ogni materiale
e forma è la prova di una trasformazione e offre un racconto e una
storia con cui ogni spettatore è invitato a entrare in relazione.
Questo progetto nasce ai piedi delle Alpi Apuane, in un paesaggio
definito dalla vicinanza al mare, dalla dolcezza della luce mediterranea
e dall’austerità delle montagne. Le pendici rivolte a sud, dai profili morbidi
e di un azzurro violetto in un assolato pomeriggio di gennaio, riparano
dalla vista le cave dove il marmo, nelle sue tante colorazioni e varietà,
è stato estratto per millenni. Le cave creano uno sfondo di piaghe, che vanno dal bianco scintillante del più ricercato marmo di Carrara
ai grigi bluastri e alle tinte rossastre di altri siti, oggi in parte dismessi.
Per tradizione il marmo è associato all’arte plastica, all’architettura
e alla ricchezza. È un simbolo di prestigio e status sociale, ma la sua
estrazione, come qualunque altra attività industriale, produce scarti.
I pezzi di roccia grezza sono tagliati in blocchi e lastre regolari per poter
essere trasportati più facilmente, e quel che è stato eliminato viene
lasciato sul posto. Le cave dismesse assomigliano spesso a zone disastrate
in abbandono. Alcune parti delle Slate Islands scozzesi, dove l’estrazione
industriale dell’ardesia è cessata un centinaio di anni fa, sono ancora
ricoperte di schegge che scivolano, smottano, si spostano, riempiendo
l’aria di un flebile e incessante borbottio, come un’eco lontana delle
esplosioni che hanno frammentato la roccia. Le cave di marmo dismesse
sono meno cupe ma restano comunque scenari di frammentazione, dove
si può camminare su un terreno instabile e andare in cerca e qui e là
raccogliere. Mentre gli abitanti delle isole di ardesia hanno imparato a
trasformare i detriti in muri per proteggere dall’erosione la terra intorno
ai loro cottage, la gente della Versilia ha imparato a costruire muri con
gli scarti dell’estrazione del marmo. In entrambi i casi, necessità e intenzione
hanno contribuito alla creazione di strutture belle da vedere, in
cui convergono artigianato, arte, casualità. Pezzi sparsi di rocce scartate
sono stati trasformati in muri che a loro volta diventano parte del
paesaggio e offrono sostegno, riparo e conforto. Alcuni semi si sono
stabiliti nelle crepe e sono diventati piante. Lucertole e insetti hanno
fatto delle cavità la loro casa. Gli uccelli si nutrono dei semi delle
piante e degli insetti e si posano sui muri per il loro canto pomeridiano.
I muri presentano un alfabeto di tutte le peculiarità del paesaggio, che
ciascun lettore può leggere a modo suo, e sono una forma di espiazione
per le aggressioni violente ad altre parti della catena montuosa.
È probabile che questi muri siano stati una fonte di ispirazione
per l’uso di schegge e frammenti del marmo locale nelle istallazioni
di Chiara Camoni. Come tanti altri elementi dell’esposizione, i frammenti
utilizzati sono reperti. Offerte della terra. Raccogliere – guardare,
trovare, racimolare – quel che il ciglio della strada e le coincidenze hanno
da offrire è parte della prassi dell’artista. Ci vogliono uno sguardo e un
atteggiamento particolari verso le cose comuni per individuare ciò che
può essere trasformato nell’elemento di una visione. No waste so vacant,
but may well employ / Each faculty of sense, and keep the heart / Awake to
Love and Beauty! [niente troppo vuoto e scadente / per i sensi, che in
cuore non risvegli / bellezza e amore].2 Queste parole del poeta inglese
Samuel Taylor Coleridge potrebbero fungere da motto per il suo approccio.
Love and Beauty ci sembreranno forse concetti pittorescamente
romantici, ma è il romanticismo che ci ha insegnato a guardare il quotidiano,
ad apprezzare e cogliere un valore estetico e spirituale in visioni,
suoni, scene che possiamo incontrare ovunque e in qualunque momento.
Non c’è relazione con il mondo, con la natura, con l’arte senza un’apertura
2 Samuel Taylor Coleridge, «Questa pergola di tiglio, la mia prigione» (1797), in Tutto
il mondo di ombre. Poesie (1791-1834), trad. e cura di Edoardo Zuccato, Elliot 2018.
priva di pregiudizi, pronta a scorgere un significato nelle cose apparentemente
ordinarie: un’apertura che è una forma di amore nell’accezione
di Coleridge. L’amore è disinteressato, desideroso di riconoscere la
bellezza in qualunque cosa parli al cuore. L’amore tende all’unità.
Ed è
qui che affondano le radici del titolo della mostra di Chiara Camoni:
Con te con tutto parla di un gesto inclusivo nei confronti dell’Altro,
di curiosità e affetto per il mondo che ci circonda e le rivelazioni che
può contenere nella sua frantumazione e frammentarietà. Implica
addirittura un’offerta di partecipazione, di coinvolgimento attivo. Un
riflesso, questo, dell’approccio improntato alla condivisione dell’atelier
dell’artista, con le tante mani e menti che vi contribuiscono, tutte
indispensabili nel processo creativo. Ricorda il modo in cui diverse
divinità hanno collaborato alla creazione del mondo, mettendo ciascuna
le proprie energie trasformative e il proprio spirito a servizio dell’impresa.
Si raccolgono piante locali che trovano poi una propria collocazione
come ornamento delle sculture, la cenere di vari materiali
vegetali è trasformata in smalto, frammenti di marmo scartati vengono
disposti per definire confini misteriosi, manciate di terra raccolte in
un luogo lontano sono trasformate nello smalto per una figura distesa.
Quest’ultimo è un esperimento particolare nell’ambito della trasformazione
– il frammento di smalto conterrà i ricordi del luogo lontano,
del gesto di raccogliere la terra, delle riflessioni sulla sua composizione
chimica, della sorpresa nel momento in cui si è rivelato il colore dello
smalto di prova. L’opera d’arte è il riflesso di un dialogo continuo con
l’ambiente, il materiale, la memoria, la visione. Chiara Camoni dialoga
con il materiale «che le parla», suggerendole forme, usi, combinazioni.
L’apertura al materiale, ai posti in cui lo si è trovato o incontrato, alle
tracce che può recare in sé è la chiave del potenziale trasformativo
dell’artista. Camoni ha fiducia nel messaggio – come Deucalione e Pirra
hanno avuto fiducia nel consiglio di Temi – che prefigura la metamorfosi.
Niente potrebbe essere più vicino al Love and Beauty di Coleridge.
Chiara Camoni, Con te con tutto, 2026, Installation view, La Biennale di Venezia 2026. Ph Camilla Maria Santini
Lisa Le Feuvre
Variabile come il tempo
Anziché creare qualcosa di nuovo, Camoni ricalibra ciò che è già
nel mondo, portandolo a un’acutezza, una sensibilità e una messa a fuoco
rinnovate. Al centro della sua vorticosa pratica c’è il tempo. Una volta
ho lavorato alla preparazione di una mostra insieme a uno scrittore, il
quale odiava il termine pratica. Insisteva che gli artisti non fanno pratica
per qualcosa che verrà ma semplicemente lo fanno. Sono d’accordo
e non sono d’accordo: dipende tutto da come intendiamo il termine.
Una pratica è un’attività continua, non ha fine. Cresce prestando attenzione
ad altre attività. Quando si pratica, non si completa e non si
può disfare. Si va avanti. La pratica sfida l’esigenza di fabbricare un
prodotto. Comporta la pazienza – una cosa che personalmente possiedo in quantità minime. Ora che ho condiviso con te un segreto, sento
che posso confidartene un altro: le sculture di Camoni sono fatte con l’uso e con tanti artefici. Le opere più forti non sono mai statiche; sono
in continua trasformazione, in dialogo con ciò che è venuto prima
e con ciò che viaggia insieme a loro nel presente. Le opere d’arte innescano,
non rispecchiano o modellano semplicemente ciò che già esiste,
o almeno (dal mio punto di vista) non è questo che dovrebbero fare.
Così intesa, la pratica non si svolge nell’isolamento, ma piuttosto si
interroga su come si creano le cose insieme ad altre cose, come occupano
lo spazio, come costruiscono relazioni e le mantengono. Camoni
lavora con «il principio della buona vicinanza»,10 un’espressione usata
anche dall’artista Fred Sandback, che spesso ha sottolineato che le opere
d’arte, quando mostrate insieme ad altre opere, necessitano sempre
di essere buone vicine. Quelle di Camoni sono forme generose, premurose
e attente che creano grovigli di associazione e relazione. Le sue
sculture sono ospiti piene d’agire. La buona vicinanza celebra la coesistenza
e propone una logica spaziale, le circostanze che permettono
alle opere di apparire, riunirsi e agire. La scultura di Camoni opera tra
gli oggetti, tra i punti. È una pratica scultorea dello sfondo, che vuole
inquadrare e rendere possibile l’azione e la percezione attiva. Le sue
opere sono processi che innescano narrazioni. Lavorare in questo spazio
nel mezzo inevitabilmente solleva questioni di definizione: che cosa
sta prendendo forma, e a che punto una cosa comincia a parlare come
una scultura? L’artista Nancy Holt ha sempre insistito sul fatto di non
essere né una scultrice, né un’artista concettuale, né un’artista pubblica,
né una land artist. Preferiva ci si riferisse a lei come a una «artista della
percezione» – ecco un’ottima definizione anche per Chiara Camoni.
Chiara Camoni, Con te con tutto, 2026, Installation view, La Biennale di Venezia 2026. Ph Camilla Maria Santini
Laura Tripaldi
Tecnologie della presenza
Nel suo bizzarro eppure accogliente intreccio di materiali, miti
e gesti, l’opera di Chiara Camoni sembra farci entrare in una macchina
del tempo che ci conduce verso un passato ipotetico – un passato che,
malgrado la sua profonda alterità, sembra esprimere in modo più vero
la nostra umanità rispetto a tante delle storie che ci hanno raccontato
sulle nostre origini. Le narrazioni sulle nostre relazioni con la materia
sono viziate da una linearità artificiale: l’idea che la tecnologia segua un
percorso univoco verso il progresso, segnato da una capacità sempre
maggiore di estrarre potere fisico e simbolico dalla materia grezza, inerte,
passiva. Queste storie saranno vecchie quanto il tempo, eppure ancora
oggi continuano a ripresentarsi in tanti modi. Ma la materialità del
mondo è diversa e complessa, e così sono anche le pratiche che le hanno
dato forma fin da prima che comparisse l’umanità. Il poco che sappiamo
sulla nostra cultura materiale primitiva, e l’immensità di cose che non
sappiamo, ci permette di dedurre che la materia non è stata sempre,
o perlomeno non esclusivamente, una risorsa da sfruttare e controllare,
ma anche una partner attiva e giocosa nel tortuoso sentiero del nostro
diventare umani. Annodare, mescolare, impastare, modellare, filare
e rompere: ogni gesto rivela una possibilità diversa per il mondo materiale,
e con essa una diversa matrice per sviluppare la nostra intelligenza.
La Venere di Dolní Věstonice è stata analizzata dagli archeologi
per stabilirne l’origine e lo scopo, nonché l’identità di chi l’ha creata.
La superficie non ha restituito alcun indizio, a parte una piccola impronta
digitale, lievemente incisa nell’argilla semi-indurita, che sembra appartenere
a un giovane essere umano di età compresa tra i nove e i quindici
anni. Secondo gli archeologi, è improbabile che le mani di questo
bambino o questa bambina siano le stesse che hanno modellato la figura,
un compito che avrebbe richiesto la competenza e la pazienza di una
persona molto più adulta. È più probabile che l’impronta fu lasciata da
una persona che prese in mano la scultura dopo che era stata fatta e prima
che finisse nel fuoco – forse durante l’atto di sacrificarla nelle fiamme.
Questa marginale scoperta forse non basta per raccontare una storia,
eppure basta a farci sapere che, qualunque fosse il suo scopo, quel manufatto
non era il prodotto di una maestria solitaria ma la testimonianza
di una pratica condivisa, che univa una più ampia comunità di persone.
La materia – con i suoi poteri, le sue resistenze e le sue temporalità –
è la matrice e l’archivio di questi incontri. Contemplando la magnificenza
ancestrale delle Sisters di Chiara Camoni si può avere la netta sensazione
di trovarsi di fronte a un’entità comunitaria: la traccia di un’ecologia
di materialità e di gesti vasta e inconoscibile. Per me queste opere non
sono cose, e forse neppure idoli, ma tecnologie materiali della presenza.Siamo in spiaggia, io raccolgo ostinatamente conchiglie, mia figlia Anna raccoglie
conchiglie e pezzettini di plastica luccicanti e colorati. Ad un certo punto la guardo:
Anna senza nessuna distinzione, senza nessun pregiudizio, mette insieme un tesoretto
ben diverso dal mio. Mi rendo conto che lei abita un altro Paesaggio.
Chiara Camoni, Con te con tutto, 2026, Installation view, La Biennale di Venezia 2026. Ph Camilla Maria Santini
Francesco Ventrella
Tra il dire e il fare
Un tavolo
Cecilia e Chiara sono amiche da tanti anni, forse da quando
sono andato via da Roma nel 2007. I primi racconti su Chiara mi arrivavano
da Cecilia per telefono. Erano racconti di vacanze estive in alta
Versilia, di un grande giardino dove Chiara lavora circondata da piante
e animali. Mi diceva che insieme ad altri artisti e artiste Chiara ha
fondato il MAGra, Museo d’Arte contemporanea di Granara, e il gruppo
Vladivostok. Cecilia mi raccontava che Chiara lavora spesso in compagnia
di amici e familiari, organizzando workshop e seminari, a volte
strutturati, molto spesso informali e improvvisati. Sarà stato prima
di esserci incontrate a Firenze – o dopo? – che Cecilia mi ha detto che
a casa di Chiara c’è un grande tavolo e che capita spesso che chi venga
a farle visita si sieda a questo tavolo e inizi a modellare creta, o pezzi
di legno o plastica trovati sul sentiero, nel bosco, dopo una camminata.
La studiosa femminista Sara Ahmed si è servita del tavolo
come luogo simbolico su cui si sostiene il patriarcato. Associato alla
figura del capotavola, il tavolo da pranzo diventa simbolo della felicità
familiare, della sua stabilità, ma anche degli orientamenti gerarchici
di parentela. Come oggetto fenomenologico, un tavolo ci può orientare
verso certe disposizioni. Ripensando a momenti familiari attorno
al tavolo, Ahmed riflette anche su come certe persone si possano sentire fuori posto quando al tavolo si fanno conversazioni sessiste,
razziste o discriminatorie.9 Avere un posto a tavola è sinonimo
di avere voce su certe questioni. A tavola ci si nutre, si parla, si litiga…
Il tavolo non ha un significato univoco o naturale, sebbene la
sua materialità e ipotetica semplicità siano state spesso utilizzate come
metafora del senso comune, opposto a ogni forma di alterità artificiosa.
Ce lo aveva detto anche Marx che il tavolo diventa strano (queer) quando
si trasforma in merce, perché da semplice legno si anima e prende corpo
come in una seduta spiritica. Il tavolo per Ahmed non è un oggetto
comune ma, al contrario, è un oggetto che orienta certe relazioni. In
inglese, l’espressione turn the table può indicare, infatti, il cambiamento
di una certa situazione, spesso rovesciando delle dinamiche di potere.
Immagino che al tavolo di Chiara si scambino spesso i ruoli.
Seduti al tavolo amici e familiari possono compartecipare alla creazione
del suo lavoro. Alcune sculture come Sister (2023) o Grande
Sorella #17 (2023) sono formate da tanti elementi di terracotta, metallo,
coccio, gres smaltato, plastica, sabbia e cenere. Come altre sculture
formate da diversi elementi agganciati tra loro, queste diventano un
registro di chiacchiere e meditazioni attorno al tavolo, registrando
appunto un vivere in comune. Lo spazio del tavolo non è mai neutro.
Tante volte Chiara ha ribadito questa cosa che preferisce lavorare
in mezzo a tutto, in un contesto dove scorre la vita: «ho la sensazione
che buona parte di tutti questi rumori, di questi suoni, di questa vita
che scorre intorno, rimanga intrappolata, insieme ai gesti delle mani,
nelle forme che vado via via modellando».10 E mi piace pensare che
il suo tavolo sia collegato, in qualche modo, a quel tavolo discusso da
Carla Accardi e Carla Lonzi, che poi è anche collegato al tavolo su cui
sto scrivendo questo testo.
Chiara Camoni, Con te con tutto, 2026, Installation view, La Biennale di Venezia 2026. Ph Camilla Maria Santini
Chiara Zamboni
Materia viva
In una delle mie prime conversazioni con Chiara Camoni, quando ero appena arrivato,
mi ha fatto notare che c’era un modo femminile per lo studio di auto-organizzarsi.
Il pranzo è un ottimo esempio di questa auto-organizzazione: ognuna può portare
qualcosa – oppure no. Non è richiesto, né aspettato. Direi che non è né educato
né maleducato portare qualcosa per il pranzo o meno (il che di per sé è già una
sospensione delle regole sociali). Verso mezzogiorno, qualcuna, senza un preavviso
o una richiesta, smette di fare quello che sta facendo e inizia a preparare il pranzo
con quello che c’è.
Riso e pasta sono la base tipica. Se non c’è molto cibo, compriamo del pane.
A volte c’è più cibo, altre volte meno. A volte è davvero delizioso, altre volte molto
semplice – come riso e verdure – ma è sempre fatto con cura.
—
Tornando all’organizzazione, Chiara ha indicato questa “danza” dell’auto-organizzazione
come un aspetto femminile, e come caratteristica maschile un modo più cartesiano
di organizzare (le parole sono le mie; non ricordo esattamente come l’abbia descritto).
All’inizio non capivo.
Nello studio ci sono dieci persone che lavorano a tempo pieno sulla produzione di due
mostre – un sacco di lavoro. Ci sono molti passaggi altamente tecnici nella lavorazione
della ceramica: l’asciugatura, la prima cottura, la preparazione dello smalto,
la smaltatura (tutto fatto nello studio)… oltre all’organizzazione di quale pezzo vada
in quale dei tre forni che stiamo utilizzando, ciascuno in una location diversa. Alcuni
pezzi richiedono più di due giorni all’interno del forno – stiamo cuocendo migliaia
di pezzi, da quelli molto piccoli, meno di 20 grammi, a quelli di 30-40 kg ciascuno.
C’è una grande lavagna bianca con un programma? Ogni forno cuoce un lavoro
specifico o un processo specifico? Non proprio. È disorganizzato? Decisamente no.
—
Direi che l’altro lato dell’organizzazione non è la disorganizzazione.
La disorganizzazione, per la sua stessa natura linguistica, esiste solo come opposizione
dell’organizzazione. L’altro lato è l’armonia.
C’è una sorta di armonia che non è facile da vedere. Gli strumenti sono un po’ fuori
posto, lo studio è un po’ sporco, alcune borse (di chi sono? dei bambini?) sono sopra
il divano da più di un mese e gli spazi di lavoro cambiano sempre. Anche le sculture
si spostano sempre nello studio… ma niente di tutto ciò è un problema – al contrario.
Invece di essere qualcosa di statico, dà l’impressione di essere vivo.
All’inizio mi dava le vertigini, ma non appena ho rinunciato a un certo modo di vedere
l’organizzazione un altro modo di lavorare è arrivato come una sorpresa.
Improvvisamente, “organizzare”, o almeno il mio desiderio di farlo, ha cominciato a
sembrare verticale e autoritario (il martello deve stare nel posto del martello... perché?).
Certo, è necessaria un po’ di “organizzazione” – bisogna essere in grado di trovare un
martello quando serve – ma non è mai qualcosa di imposto o artificiale. Come il pranzo,
è una sorta di musica: se comincia a diventare troppo caotico per qualcuna, quella
persona lo riporta in equilibrio. È molto strano, non si parla mai di organizzare, pulire
o prenderci cura dello spazio (almeno negli ultimi 40 giorni che sono stato qui). Mai.
Ma è qualcosa di cui ognuna è talmente auto-consapevole, in modi diversi, che non c’è
bisogno di parlarne.
Non ho mai visto Chiara chiedere a qualcuna di fare qualcosa in un modo specifico.
Di nuovo, certo, ci sono istruzioni, ma sono più simili a qualcuno che guida una sessione
di improvvisazione che a un maestro che dirige un’orchestra.
—
Questo è vero anche nel lavoro: la ceramica richiede un sacco di controllo, c’è molta
chimica in gioco. Ma d’altra parte l’uso di smalti naturali, far fare ai collaboratori i
“pippoli” (ovvero lunghe “collane” di ceramica) come vogliono e l’uso di una creta molto
grezza per creare piccole e delicate sculture – tutte queste scelte portano un equilibrio,
un’armonia nel lavoro.
Personalmente, mi interessa questo equilibrio tra l’asse verticale e orizzontale, un
equilibrio che vedo operare in Chiara. La mia prima impressione era che lo studio
camminasse lungo il bordo di un precipizio, sempre sul punto di crollare – ma non crolla.
Sì, il precipizio è accanto, è arte, non un trucco, ma la sensazione che ho avuto all’inizio
era solo perché non era ancora possibile sentire, ballare e suonare la musica.
—
Quando un maestro se ne va, l’orchestra è persa. Quando Chiara lascia lo studio,
invece, tutto funziona perfettamente – direi anche troppo perfettamente. Questo mi dà
l’impressione che, a differenza di un maestro, tutta la presenza di Chiara riguardi il non
lasciare che l’Ordine prevalga, facendo svanire il precipizio. Forse è proprio questo
quello per cui l’esercito di Sorelle, Demoni, Entità – e anche Bambini, Cani e Persone
che ci sono intorno stanno combattendo.
Chiara Camoni, Con te con tutto, 2026, Installation view, La Biennale di Venezia 2026. Ph Camilla Maria Santini
Anne Marie Sauzeau
La memoria delle mani
Mani di fata, mani sante, mano verde,
mano svelta, mani giunte: le donne hanno
usato le mani per fare la non-architettura
del mondo, per assicurare quasi tutti i
valori d’uso, tutti i servizi di mantenimento
quotidiano dell’umanità. Le mani femminili,
con l’estensione delle braccia e la somma
di gesti che possono compiere nell’arco
della giornata, sono il terminal di una
organizzazione particolare del tempo,
dello spazio e del corpo, caratterizzata da
una tensione essenzialmente concreta e
fisica. Questa organizzazione quotidiana
e operativa consuma le mani e fa crescere
altri corpi umani, animali, vegetali. Queste
mani dunque «parlano» ancora oggi un
antico rizoma di funzioni e di affetti del
corpo (qui s’intende per corpo tutta la sfera
d’esperienza del corpo desiderante, del
corpo attivo e reattivo; altrimenti i gesti
di cui parliamo si spiegherebbero come
quelli delle api).
Credo che anche nella produzione
artistica delle donne si possano reperire
tracce di una gestualità «atavica»: è facile
notare per esempio la generale tendenza
a non occultare il procedimento materiale
(tappe laboriose, bivii scoperti per strada)
che precede il compimento dell’opera; è
come se non si volesse scegliere (e tagliare)
tra l’arte – che si propone come istante
magico basato sull’escamotage – e l’artigianato
– che rivela come un pregio le
regole del suo fare. Questa tendenza è tra
l’altro indipendente dal grado di astrazione
e di formalismo delle opere. Ma oltre questa
generica propensione, la pratica delle
artiste, passate o contemporanee, non può
essere ricondotta a nessuna gestualità
«classica» del fare femminile. Purtroppo, in
certi ambienti artistici e femministi, l’insistente
evocazione di un fantasma – ad es.
quello della tessitrice – ha pesantemente
ideologizzato in tassativi a-priori alcuni
riferimenti estremamente tenui (nelle forme,
nei ritmi, nei materiali): una tentazione psicologicamente
regressiva e culturalmente
arcaizzante ha attirato gruppi di donne
(sempre in contesti culturali di sviluppo
«avanzato» e consumistico) verso gli arcani
dell’artigianato primordiale. Purtroppo,
preso alla lettera, un ricordo «atavico» è un
atavismo, i gesti «antichi» una fuga aulica.
Invece, scartata questa volontà a-priorista,
si deve piuttosto tentare una lettura à
rebours a partire da gesti «moderni», alla
ricerca del filo di una memoria collettiva.
È anche molto probabile che questo
gesto-memoria, esaminato nella consuetudine
della vita o nell’alchimia dell’arte,
risulti tanto più vivo e creativo quanto più si
esercita su processi non tradizionali. Ad ogni
modo questa lettura, fatta «in filigrana»
non deve determinare il gesto considerato
ma eventualmente accrescerne lo spessore.
Per esempio, la maglia di fil di rame
di Marisa Merz non ripercorre oggetti
«femminili» (all’eccezione delle scarpette,
simbolo di mobilità, faux-pas e trasgressione!);
sono molto affascinanti i suoi blocchetti
di marmo avviluppati («infagottati»)
nella maglia di metallo rosso che arrotonda
e restituisce alla pietra un po’ della
fragilità che la statuaria «eterna» le ha
sempre negata. Altro esempio: ho notato
in molte elaborazioni intellettuali femminili
la propensione all’allevamento delle idee
piuttosto che alla loro costruzione; penso in
particolare alla germinazione della teoria
in Speculum di Luce Irigaray, per opposizione
ad un exposé filosofico. Volendo qui
praticare su degli esempi concreti questa
lettura à rebours della «memoria delle
mani», scelgo tre casi d’arte nei quali la
traccia sia abbastanza cospicua da essere
emblematica; sono soprattutto casi in
cui le artiste stesse suggeriscono questa
riflessione sul loro lavoro compiuto.
Nelle opere di donne, si potrebbe spesso
sostituire la parola cultura con coltivazione:
ci sono artiste che coltivano letteralmente
la materia colorata, dei cristalli, dei
vegetali, o metaforicamente dei frammenti
di opere citate. La loro attenzione è sempre
di tipo scientifico (non materno e non
nostalgico): indagano sui processi di trasformazione
della materia e della energia,
e sulla loro conservazione nelle mutazioni;
ma in questo processo, indagare è una
partecipazione attiva, un contrappunto,
a volte un’osmosi tra l’andamento evolutivo
della persona e dell’oggetto.
Renata Boero impregna delle grandi tele
grezze con una pasta terrosa ocre, e acre,
che lei estrae direttamente da una radice
e da un parassita tropicale. L’opera consiste
non solo nella tela colorata che ne
risulta ma nel procedimento che precede
(e viene documentato): fabbricare i colori,
impregnare la tela, seppellirla nella terra
fino a maturazione, dispiegarla e farla
asciugare: «Mi sono avvicinata senza la
retorica dei sentimenti o la nostalgia del
tempo perduto, alle “cose” della natura,
alle erbe, alla terra, agli odori, ai colori
di esse, ed ho vissuto insieme ad esse ora
dopo ora la sorprendente vicenda delle
trasformazioni. L’interesse in me è rivolto
alla comprensione dei processi» (Renata
Boero, catalogo della mostra Segno/
Identità, Ravenna 1977).
Si dice, è un luogo comune, che la produzione
sociale delle donne, produzione
a-storica con valore d’uso, sia «eterna»
(lo è, sì, come tutto quello che non fa
né senso né differenza), concentrata su
fenomeni ciclici, per affinità con la loro
biologia ciclica e per antica consuetudine
con il ritmo stagionale dell’agricoltura.
Nel lavoro sul ciclo della canapa, di Ritva
Raitsalo (che espone la pianta viva, le fibre
a bagno, la matassa, il tessuto, i semi)
colgo soprattutto l’intesa familiare (e allo
stesso tempo affascinata) con la materia
che si trasforma e si conserva; il lavoro
ripercorre anche la parte essenziale svolta
dall’attività umana in questo processo.
Credo che il tempo circolare, venga
«scelto» dalle donne in seguito alla loro
esclusione dal tempo storico, e non credo
affatto che il tempo dei grandi cicli sia
precisamente quello che le donne hanno
accumulato: il tempo ciclico ed eterno
crea un presente permanente iniziatico,
mentre l’attività femminile si svolge in un
presente isolato e mobile che si consuma
e si riproduce di continuo, economia di
conservazione e di rattoppo – tener in vita
la vita e in piedi le cose. Questo presente
mobile è una lotta confinata al centro
della quotidianità, ma questo centro slitta,
senza mai intravvedere i bordi, trascinato
impercettibilmente dal tempo storico che
le donne riempiono e alimentano senza
mai costituirlo.
Chiara Camoni, Con te con tutto, 2026, Installation view, La Biennale di Venezia 2026. Ph Camilla Maria Santini
Chiara Camoni
Con te con tutto
Curatore: Cecilia Canziani
Padiglione Italia alla 61. Esposizione Internazionale d’Arte - La Biennale di Venezia
@ 2026 Artext