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Villa Rospigliosi
Chiara Ventura
Ti lascio qui

 
Chiara VenturaChiara Ventura, Ti lascio qui, 2026, Villa Rospigliosi, ph. Claudio Rospigliosi


Artext
Chiara Ventura

Dialogo

Artext - Come entra nel tuo lavoro la storia, la teoria e la pratica della performance?

Chiara Ventura - Storia e teoria sono entrate nel lavoro ancora in formazione, con un IO ancora in formazione, quando ero una giovane studente (di Pittura) all’Accademia di Belle Arti di Verona. Mi sono servite per trovare il mio Posto, per incontrare sensibilità corrispondenti alla mia, per non sentirmi più sola al mondo. Ma se guardo alle mie azioni più recenti e al mio modo di concepire le performance oggi in generale, credo di aver distrutto e disimparato ciò che ho amato. Se guardo le mie prime azioni, vedo un corpo solo, che fa un gesto e quello basta.
Secco. Fine.
Vedo tutte le mie reference (Azionismo, roba nordica o est-europea e simili).
Se guardo fino a un paio di generazioni prima della mia, sembra sempre che questi performer abbiano un nemico, qualcuno con cui scontrarsi…sono oppositivi, ed è giusto così, avevano/hanno tutti i motivi per adottare quelle posture. Ma io vivo il mio ora, e non voglio avere il nemico, non voglio difendermi. Al contrario, nell’azione mi disarmo, condivido, vado verso l’amore, apro…sono penetrabile, fragile, emotivamente disponibile, e in questo trovo energia, forza, vita.
Quindi la storia, la teoria…tutte le basi, i miei Maestri, sono entrati nel mio lavoro e dolcemente usciti. E li ringrazio.
Oggi non mi pongo tante domande in fase creativa, altrimenti non farei niente (il mio mentale fa casino), cerco solo di spingermi dove non mi sento comoda, di fare la cosa che non farei, per cui mi sentirei giudicata...secondo me è lì che attendono le Intuizioni. Devo dire che non guardo alla performance per fare performance, seguo solo un discorso, racconto una storia… forse guardo molto più al cinema…

Artext - Puoi raccontare di questa prima performance all’interno della tua mostra dal titolo 2X2. COME FINISCE L’AMORE (dimenticarmi di te). Quali gli elementi costitutivi? Come si inserisce nel contesto di una esposizione?

Chiara Ventura - La performance si sviluppa attraverso 8 atti: La convivenza, Il giudizio, NON VERBALE, La comunicazione (DIRLO È IMPOSSIBILE), La comunicazione (DIRLO È POSSIBILE), La Casa, Attraverso te io vedo la mia famiglia, L'amico. Sono momenti che raccontano la storia travagliata di due giovani anime che cercano di stare insieme anche quando dovrebbero palesemente lasciarsi. I due sono comunque legati dalla vulnerabilità che riescono ad abitare insieme e dalla fiducia che, nonostante gli atteggiamenti schizofrenici, riescono a costruire essendo, alla fine dei conti, semplicemente sé stessi. Tutto procede con frustrazione finché non si accorgono di ripetere pattern non loro e provano così a riscrivere la loro storia personale, separandosi momentaneamente e trovando supporto nell'amicizia.

Tutto avviene all’interno di 2 metri quadri.
L’azione nasce per un angolo di Villa Rospigliosi che comprende una porta in legno e una finestra. La porta, tra l’altro, aveva già disegnato addosso la forma di un cuore…quello spot richiedeva una sternotomia!

Le opere esposte in mostra, legate una all’altra, raccontavano la storia di questa giovane donna che impara a dire di no, e lo facevano a ritroso, portandoti dal presente [dalla voce], al passato [all’origine di un non detto]. In tutte le opere c’era la Relazione come nodo centrale ma rimaneva ancorata alla vita e al corpo di questa “protagonista”. Allora ho voluto inserire anche le azioni, ad apertura e chiusura della mostra, e mettere in scena il 2…attraverso due che potrebbero essere chiunque…e parlare della Casa e della relazione amorosa come spazio politico, portando e addensando anche nel tempo tutti i temi delle opere messe nello spazio, esprimendoli in carne e ossa.

Chiara Ventura Chiara Ventura, Ti lascio qui, 2026, Villa Rospigliosi, ph. Claudio Rospigliosi


Artext - Quale è il tuo racconto, ricucendolo dal punto di vista delle relazioni: relazioni politiche, ma anche relazioni erotiche, amorose? Hai in adozione una prospettiva di analisi situata all'incrocio tra i linguaggi e negli sconfinamenti dell'arte verso la vita?

Chiara Ventura - Metto al centro la Relazione, in ogni sua forma.
La Relazione è politica, sempre. Come ci parliamo è politica, come stiamo insieme lo è. Come amiamo è politica.

Sono una spettatrice coinvolta, racconto quello che riesco a vedere, ciò che credo sia utile per analizzare ed evolvere nella vita di tutti i giorni. Porto la mia verità e cerco di trovare l’origine spirituale di un dolore. È sempre un racconto che non finisce, non trova pace o punti, piuttosto trova dei nodi e cerca di scioglierli…resta aperto sia perché è il lavoro di una vita, sia perché desidero che “il lettore” possa contribuire con la propria interiorità e proseguire il discorso. Racconto di persone, comuni mortali che fanno e subiscono cose comuni. Analizzo il doppio, la famiglia e la Casa e annullo continuamente il confine tra pubblico e privato, perché è un limite mentale, un comodo confine per recitare diverse parti in 24h e non assumersi le proprie responsabilità.

Mixo i media, ma non mi interrogo troppo su come lo faccio. Non per pigrizia, ma non voglio concettualizzare il mio processo, la scelta di una lingua o di una direzione, voglio rimanere più libera possibile. Già sono condizionata dai miei limiti tecnici (non so fare bene con le mani ad esempio).

Mi sento fortunata a poter fare arte oggi che tutto è già stato fatto…questa consapevolezza mi lega ai contenuti. Diciamo che me ne frego anche un po’ di stare dentro forme rassicuranti, di essere rassicurante, riconoscibile, mono…C’è un sacco di altra arte che entra nella mia vita, penso a tutto un certo tipo di cinema e teatro…la scuola di Patrice Chereau…il metodo Strasberg…tutta arte fatta solo con la vita. Ogni tanto copio e incollo conversazioni realmente avvenute, o scene, gesti fatti, visti…come in 2X2. COME FINISCE L’AMORE (dimenticarmi di te)….quando nell’ultimo atto chiamo al telefono l’Amico (Leonardo Venturi), chiamo veramente un mio amico…e quello che lui “recita” in vivavoce è un testo che questo amico davvero mi ha inviato su WhatsApp in un momento difficile. Ho voluto inserirlo in questo modo così naturale e reale perché ogni artificio o tentativo di riproduzione, simulazione, rappresentazione, non avrebbe generato qualcosa di altrettanto sincero. Oppure, sempre in quell’azione, ad un certo punto io e il partner (Leo Sophia) ci sediamo su dei gradini e, mentre lui fuma una sigaretta, io parlo, poi lui mi passa la sigaretta, io fumo e lui parla. Bene, quello che ci diciamo è un segreto, qualcosa che realmente non abbiamo mai detto a nessuno [la performance, anche per cose del genere, sarà di volta in volta diversa e non potrà mai ripetersi in maniera identica]. Volevo inserire nell’azione un momento di confessione e liberazione da una vergogna, ma non sapendo recitare, quello era l’unico modo per proporlo al pubblico in maniera credibile. Tutte queste “prassi” mi tengono slegata dal teatro e dentro la parola “performance”

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Artext - Che destino e che possibilità dai all’arte? Pensi ad una arte relazionale o una arte parallela intrecciata alla più eclatante Body Art? Da cosa è attraversata la tua performance, 2x2. GUARDA CHE LUNA, GUARDA CHE MARE - da sconfinamenti nella parola, nelle sculture, nella percezione di un campo relazionale esteso, entropico, ecologico?

Chiara Ventura - Vivo alla giornata, aperta a tutto quello che incontro. Forse covo il desiderio di accorciare sempre più le distanze col pubblico…
2X2. GUARDA CHE LUNA, GUARDA CHE MARE prosegue sia spazialmente che poeticamente da 2X2. COME FINISCE L’AMORE (dimenticarmi di te). Sono due azioni collegate, ma anche autonome, possono essere viste insieme e singolarmente. Certo, una fruizione porta su un pianeta e l’altra su un altro, ma nello stesso universo.

L’azione di cui mi hai chiesto è attraversata sicuramente da sconfinamenti nella parola, nella dimensione relazionale intesa come COPPIA SACRA [non saprei scriverlo diversamente], nella dimensione rituale, nella cura.
Rivivendo la loro storia al contrario, due giovani amanti si “guardano le spalle” e mettono così in ordine le loro vite. Raggiunto un nuovo grado di coscienza, il passato è irriconoscibile e la relazione si fa consapevolmente spazio sacro. Si passa da guardare film francesi sulle relazioni, a leggere Jung. Questi due sono ormai altro, e si aiutano reciprocamente attraverso gesti concreti come fare spazio, riordinare tutto, pulire, ricucire e attraverso gesti più esoterici, simbolici, come uscire dal quadrato della casa ristabilendo il campo d’azione disegnando un cerchio fatto di petali di rosa, o curare utero e gola attraverso il potere del miele o guardarsi reciprocamente bambini riunendosi in un unico moto ondoso (la relazione)….

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Chiara Ventura
TI LASCIO QUI.
Conversation Piece


Non c’è più spazio per te tra le mie gambe.
Ho scannerizzato il mio corpo in una posizione di apertura, pronto ad accogliere e a dare piacere. Ho conseguentemente ricavato il volume esatto corrispondente allo spazio tra le mie gambe, così che non ci sia più spazio per te tra le mie gambe. Guarderò questa scultura ogni qualvolta avrò bisogno di dire NO e ne troverò così la forza. Tutto ciò che sta attorno alla scultura, nel mondo proprio, diventa safe-space.

Oltre ad essere una scultura bisogna pensare che sia anche un dispositivo e che, in momenti di sofferenza patologica, possa essere utilizzata.
È un no. È una negazione.
È un negativo, in tutti i sensi.

Qui, con questi altri lavori (Ti lascio qui, Per una politica dello stare bene, quanto coraggio serve?), porto l’amore nello spazio pubblico. Infatti utilizzo oggetti che riguardano il contesto domestico e lo spazio più intimo della casa, come la camera da letto. Questi oggetti vengono però attivati con queste scritte fatte con la bomboletta, a riprendere la tipica scritta sul muro, “Mi manchi Claudia”, “Ti amo Luca”. Quindi il confine tra pubblico e privato scompare in questo gesto.

Offro uno sguardo sull’amore e la sua pratica non come una questione individuale, privata, del singolo in relazione a un altro singolo, ma come coro di un senso comune e riflesso di una struttura sociale, di una radice culturale. Basta guardare appunto i muri delle nostre città per vedere quanto l'amare abbia esigenza di essere - patologicamente, teneramente, banalmente - anche cosa pubblica. Tra l’altro non tutti possiamo amarci in pubblico allo stesso modo, ancora oggi vediamo persone finire all’ospedale per un bacio. Una coppia omosessuale non può tenersi per mano o baciarsi in pubblico, ovunque, con la stessa tranquillità di una coppia etero. Quindi come amiamo, come ci permettiamo di amare in pubblico è un gesto politico.

Chiara Ventura Chiara Ventura, Ti lascio qui, 2026, Villa Rospigliosi, ph. Claudio Rospigliosi


Nella seconda sala parlo di irretimenti familiari.

In questo lavoro ho preso una vecchia foto di famiglia in cui ci sono io e alcune donne del mio albero genealogico, le più prossime per linea temporale.
Mi interessava questa foto perché le nostre forme, come siamo sedute su questo divano, richiamano la linea, la stilizzazione, l’immagine di un utero.
Ho inglobato tutte queste donne insieme in un unico corpo, ricalcando la sagoma unica che andavano a formare. Ma è qualcosa di mostruoso: ha più gambe, più teste, non è niente di confortevole. E ho evidenziato i nostri uteri, li ho messo in relazione.

Il lavoro l’ho titolato La macchia.
C’è questa macchia rossa (che sarei io) e ho scritto: il mio utero e la sua memoria.

Quello che voglio dire è che c’è qualcosa dentro di noi, dentro il nostro corpo, che in realtà non ci appartiene. Spesso viviamo seguendo inconsapevolmente le orme e i destini di chi sta alle nostre spalle. Oggi possiamo vedere questa cosa per ritrovare la nostra autenticità e liberarci da pesi e dolori che non ci appartengono e seguire così il nostro destino.

Da qui nasce anche questo lavoro che si intitola Reclaiming pleasure - sacred Table (Winter Solstice)
È una tavola che racconta un rito di 21 giorni in cui una giovane donna scioglie utero e cuore da un passato che non le appartiene. In questo caso il riferimento è alla nonna e a come la nonna viveva la sessualità.
Infatti poi c’è questo testo che, esattamente come in una tavola sacra, è scritto perché dovrebbe essere letto, dovrebbe essere ripetuto: “Cara Nonna. Io oggi riconosco che nel vivere la mia sessualità ti sono stata fedele. Ero piccola quando mi sono presa carico della tua sofferenza. Oggi che sono grande mi permetto di onorarla e di riconsegnartela, grazie a essa ho imparato tanto. Da oggi in poi sono libera di vivere la sessualità con piacere”

Uno dei modi che io ho trovato per riappropriami del mio piacere è un approccio alla vita notturna completamente slegato dall’intrattenimento. Mi interessa la dimensione del clubbing come spazio sicuro dove puoi ballare con l’altro, sudare con l’altro, toccare l’altro, farti toccare, metterti nelle sue mani, nella completa assenza di ruoli prestabiliti.
Il vero gesto politico sta nel fare tutto ciò con la consapevolezza di essere la prima donna del mio albero genealogico, che può permettersi questa libertà. E quindi Techno sex, Techno pleasure, Techno bondage e After Techno sex …che per la mostra, insieme a Claudio Rospigliosi, abbiamo deciso di illuminare con un visual.
Quando vai a ballare ci sono spessissimo, dietro al DJ, questi visual grandissimi con immagini distopiche o con forme aliene, esseri e immagini che vengono da un futuro lontanissimo.

Qui invece c’è l’immagine 3D di un utero.
Mi interessa perché qui è aggressivo, irrompe.
Solitamente l’utero viene sempre associato a un frutto, a qualcosa di succoso che prima o poi verrà assaggiato, quando invece è molto più simile a un pugno. A differenza di come ci viene raccontato di solito, l’utero non è qui qualcosa di dolce o confortevole, ma è invece una Presenza, una Forza!

Chiara Ventura Chiara Ventura, Ti lascio qui, 2026, Villa Rospigliosi, ph. Claudio Rospigliosi


Nella terza sala invece ci spostiamo dall’utero alla gola.

Questo lavoro si intitola Un leggero gonfiore.
Immagino, durante la respirazione, l’aria circolare dentro e trascinare qualcosa con sé, fuori. Immagino sia un processo di alleggerimento legato al nostro istinto di sopravvivenza.
Immagino anche che qualcosa, sempre per questo istinto di sopravvivenza, rimanga incastrato dentro di noi, dentro noi dove c’è buio.
Infatti, se provassimo a guardarci dentro con gli occhi non vedremmo niente. Quindi immagino che questo palloncino una volta gonfiato simuli questo buio, questo nero che abbiamo dentro di noi e possa portare una forma da dentro a fuori… il non detto finalmente può stare davanti a noi, diventare visibile e noi possiamo forse alleggerirci…
da qui i disegni Quello che non dico (in); Quello che non dico (OUT)”

Quello che provo : è l’immagine di una porzione di acqua che scorre che viene riscaldata con un editing rielaborando e modificando la foto fino a dimenticare il suo aspetto originale. Questa immagine si trova in apnea, posta sottovuoto, isolata, bloccando metaforicamente il flusso dell’acqua, in uno spazio dove non si respira e dove gli scambi relazionali o corporei sarebbero compromessi.

L’acqua è la comunicazione, lo scambio, l’emotività, che si contrappone alla parola. La parola si muove da fuori a dentro (e in questo si lega al respirare), taglia, lascia spazio a differenti livelli di comprensione per chi la riceve. Mentre l’emozione, quello che provi, si muove da dentro a fuori. Ritorno al corpo, infatti la foto richiama alle immagini di studi istologici, a uno sguardo medico, trasporta l’immaginazione verso un’iconografia legata ai libri di scienze, alle radiografie e a ciò che sta in generale sotto pelle, dentro al corpo.

L’impossibilità di espressione è rimarcata nel titolo Quello che provo dove cancello appunto il verbo dire per evidenziare il verbo provare. Quello che provi conta più di quello che dici e non tutto va sempre detto per forza!. Curiose sono le radici del verbo provare: la sua etimologia propriamente significa ‘riconoscere una cosa come buona, giusta’ e deriva dal latino probus ‘buono, onesto’.»

Chiara Ventura Chiara Ventura, Ti lascio qui, 2026, Villa Rospigliosi, ph. Claudio Rospigliosi


Even when I’m not here.
Questa è una sacca idrica, di quelle che usi quando vai a correre. Ancora mi riferisco al gestire il fiato dentro di sé…
All’interno c’è questa foto che ho scattato al mio ex ragazzo dopo aver fatto l’amore. L’ho scattata perché la coperta richiamava per forma e colore l’immagine di un’onda.
Come se questi liquidi che ci siamo scambiati nel rapporto — che sono stati emessi per movimenti fisici — racchiudessero anche i movimenti emotivi.

La frase scritta sulla sacca è: Even when I’m not here.
è una frase che sembra sempre mozzata e che invita chi la legge a completarla con la propria esigenza, col proprio vissuto personale. È una frase che indica una presenza e un’assenza nello stesso tempo.

Adesso mi ricordo di te.
Cerco di ricostruire dei ricordi felici con mia madre partendo dall’immagine di me dentro la sua pancia, dagli oggetti che ci hanno legato involontariamente e che, fatalità, sono rovinati (come l’ecografia o il braccialetto mamma-bebè). Quello che riesco a ricostruire con le parole lo scrivo: sono frasi poetiche e al contempo sterili verità. Tento di ricostruire quello che è stato cancellato a partire da questi oggetti.

“Mi hai nutrito”
“In te non percepivo la distanza, eravamo un corpo solo”

Chiara Ventura Chiara Ventura, Ti lascio qui, 2026, Villa Rospigliosi, ph. Claudio Rospigliosi


Fuori dallo studio non riesco a dirti che.
Si tratta di una risma di carta sottovuoto.

Stavo concludendo una residenza e nello studio l’unica cosa che mi rimaneva era una risma di carta su cui avrei voluto dipingere quello che non riuscivo a dire, a dirgli, ma non per questioni espressive, era solo mancanza di coraggio. Per parlare serve saper gestire il fiato ed io fallivo, dicevo di non trovare le parole, ma in realtà non riuscivo ad emetterle, le soffocavo. Per questo ho creato una forma di silenzi e l’ho fatto, contraddittoriamente, con l’unico linguaggio che so usare.

Raggi X
La pelle è il rivestimento più esterno del corpo, la si può vedere con gli occhi, copre, avvolge, protegge, a volte maschera, a volte muta ciò che contiene.
Sottopelle non passa luce, il buio; in effetti è un luogo molto profondo e a volte qualcosa fatica ad uscirvi, probabilmente è proprio l’assenza di luce a rendere difficile l’orientamento.

Ho rivestito un foglio nero con una pellicola lavorata in modo da ricreare l’immagine di una macro della pelle, la mia pelle. Ho ripetuto questa pratica 2 volte, una per ogni persona che ha saputo guardarmi attraverso, facendomi luce, facendomi uscire. Raggio G e Raggio L.
Mi piace pensare che solo loro riescano realmente a vedere sotto la pellicola, anche se l’immagine è per tutti e, paradossalmente, chiunque può specchiarvisi.

Chiara VenturaChiara Ventura, Ti lascio qui, 2026, Villa Rospigliosi, ph. Claudio Rospigliosi


Chiara Ventura -
(Verona, 1997) è artista visiva e performer. Il suo lavoro è genuinamente di carattere esistenziale, dove la biografia diventa cifra. Ossessionata dal doppio, cerca di capire cosa va e cosa non va "tra me e te". Le pitture, sempre al limite tra figura e astrazione, incarnano i macrotemi delle opere plastiche, concettuali e performative. L'analisi sul corpo, sulle relazioni e reazioni che questo ha con psiche, emotività e l'Altro, è stata il punto di partenza per gli sviluppi di una pratica, prevalentemente performativa, dove il punto scomodo, non protetto, per chi fa e per chi guarda, è al centro dell'attenzione. Ventura indaga e denuncia gli aspetti più subdoli delle forme di violenza presenti nella contemporaneità ed è interessata agli aspetti politici del comportamento umano. Nel 2020 co-fonda plurale, un concetto che trova forma nel fare arte collettivo, una dinamica in cui l'artista individuale si fonde in una prospettiva comune, plurale manifesta intuizioni e istanti di chiarezza attraverso gesti performativi, installazioni, video, musica e progetti editoriali, in una pratica quotidiana di confronto col mondo. Chiara Ventura ha esposto, realizzato performance e interventi presso Lemme Centre D'art Contemporain (Sion, CH), Tenuta Dello Scompiglio [Lucca, IT), Mart - Galleria Civica di Trento (Trenta, IT), Fondazione Bevilacqua La Masa (Venezia, IT), Villa Rondinelli (Fiesole, IT), Museo Gypsotheca Antonio Canova [Possagno, IT), FAO [Roma, IT), Galleria ME Vannucci (Pistoia, IT), GATE26A [Modena, IT), Viafarini (Milano, IT), M9 - Museo del '900 (Mestre, IT), Spazio In Situ [Roma, IT), tra gli altri. Inoltre, ha collaborato con Exibart [Roma, IT), Adiacenze (Bologna, IT), Osservatorio Futura (Torino, IT), Attiva Cultural Projects (Napoli, IT), Studio Savarin (Madena, IT).

 


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