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Fondazione Prada
Cao Fei
Dash

 
Cao FeiCao Fei, Dash, 2026, Courtesy Fondazione Prada Milano


Fondazione Prada
Cao Fei
Dash


Realizzato in stretta collaborazione con Fondazione Prada, “Dash” è il risultato di un’approfondita ricerca condotta dall’artista. Negli ultimi tre anni Cao Fei si è dedicata allo studio delle campagne coltivate della Cina meridionale e nordoccidentale, oltre che del Sud-Est asiatico, osservando e interpretando lo sviluppo dell’agricoltura intelligente (smart agriculture). Combinando diversi linguaggi artistici che spaziano dalla fotografia alla videoinstallazione, dalla realtà virtuale al documentario, fino ai materiali d’archivio, l’artista delinea un complesso ritratto della rivoluzione tecnologica nel settore agricolo a livello globale e delle sue contraddizioni intrinseche.

Oggi il settore agricolo a livello globale, in particolare quello cinese, sta affrontando una serie di importanti sfide: le condizioni meteorologiche estreme generate dal cambiamento climatico, il calo del rendimento delle coltivazioni di cereali dovuto alla scarsità d’acqua e la crescente carenza di manodopera agricola causata dallo spopolamento delle campagne. Il progetto riflette sul modo in cui la tecnologia aumenta l’efficienza, riduce il lavoro fisico e salvaguarda la sicurezza alimentare in un contesto di incertezza climatica e invecchiamento nelle aree rurali. Inoltre, “Dash” esplora le modalità con le quali gli algoritmi stanno sostituendo il sapere tradizionale, ridefinendo il rapporto tra le persone e il territorio e trasformando le dinamiche tra le aree rurali e quelle urbane. Questa indagine solleva importanti interrogativi relativi all’ecologia, all’occupazione e alla continuità culturale.

Come spiega Cao Fei: “Questa mostra invita il pubblico a entrare in un sito archeologico dedicato all’agricoltura contemporanea, dove si intrecciano molteplici dimensioni temporali. Non si tratta di un idillio pastorale della tecnologia, ma di uno sguardo archeologico sull’agricoltura intesa come ‘ingegneria geologica’. Qui, i sistemi di posizionamento satellitare dialogano con le geografie rituali. L’intelligenza artificiale e l’esperienza tradizionale si influenzano reciprocamente. Le immagini storiche e i segnali provenienti dai sensori generano risonanze visive. Insieme, questi elementi compongono una cronistoria di manufatti tecnologici, strumenti di produzione e testimonianze del tempo, che riconfigurano costantemente la biopolitica della terra attraverso le diverse fasi della storia umana”.

“Dash” segna un punto di svolta dell’indagine ultraventennale di Cao Fei sulla condizione umana nel contesto della trasformazione tecnologica. Sposta l’attenzione dagli spazi industriali e logistici delle opere precedenti, come Whose Utopia (2006) e Asia One (2018), all’agricoltura, fondamento della civiltà umana. Con il suo nuovo progetto, l’artista invita il pubblico a riflettere su questioni urgenti che riguardano la contemporaneità: come si ridefinisce il valore del lavoro nell’era dell’intelligenza artificiale? Quali possibilità esistono per la coesistenza fra tecnologia ed essere umano e fra tecnologia e natura? Come possiamo ricostruire i legami spirituali più antichi dell’umanità con la terra, la tradizione e il credo su scala globale? Il progetto permette di superare la narrazione lineare secondo la quale “gli esseri umani dominano la tecnologia e la tecnologia trasforma la natura”, sollevando una domanda diversa: ora che la tecnologia è profondamente radicata nelle esperienze della vita, possiamo immaginare una nuova forma contemporanea di unità tra Cosmo, Umanità e Tecnologia?

Cao FeiCao Fei, Dash, 2026, Courtesy Fondazione Prada Milano


SMART CITIES E AGRICOLTURA
CAO FEI E REM KOOLHAAS
In Conversazione


Rem Koolhaas: Trovo davvero notevole il fatto che un'artista come te si interessi a tutti questi temi legati all'agricoltura. Sei l'unica artista in Cina a condurre questa ricerca o sta iniziando a diventare un argomento centrale nel panorama artistico cinese?

Cao Fei: Non sono informata sul lavoro di altri artisti. Non ho un team molto grande, se ne occupa solamente il mio studio. Per fare un confronto storico, sarebbe utile prendere in esame la tua ricerca sull'urbanizzazione nel delta del Fiume delle Perle alla fine degli anni Novanta, che hai presentato nel libro Great Leap Forward (2001). Credi che concetti come la città ultrasviluppata che hai proposto allora si possano ancora applicare all'evoluzione delle smart city della Greater Bay Area, che include Hong Kong e Macao? Quali cambiamenti fondamentali si sono verificati?

RK: Ci sono tornato due anni fa, quindi ho potuto verificare la situazione di recente. La differenza sta nel fatto che oggi le varie entità sono meno separate: c'è una minore divisione tra Hong Kong e Shenzhen o tra Guangzhou e il resto della regione del Guangdong. In sostanza, credo che l'energia dell'intero sistema provenga dalla differenza tra le varie componenti. Esiste ancora una forte identità di Hong Kong, di Shenzhen e di Guangzhou, quest'ultima particolarmente marcata. Il sistema trova energia proprio in queste distinzioni, eppure sta cambiando perché sono aumentate le connessioni a livello fisico: oggi esiste un'unità continua invece che una serie di entità individuali. CF: Di recente, molti architetti internazionali hanno visitato Shenzhen. Che cosa pensi del fatto che questa città stia diventando un centro di sperimentazione architettonica dopo Pechino, Shanghai e Guangzhou?

RK: È una domanda difficile, perché non sono particolarmente appassionato di architettura internazionale. Secondo me oggi ci si sente quasi obbligati a realizzare edifici straordinari, ma non è necessario. Dopo vent'anni caratterizzati da questo approccio, risulta evidente che la straordinarietà non è il modo ideale di misurarsi con l'architettura e neanche di sviluppare una città. Mi rendo conto che Shenzhen ha ormai raggiunto uno status internazionale, ma al contempo spero che riesca a evitare quel tipo di storture caricaturali che si sono diffuse nell'architettura internazionale in altri luoghi.

CF: Le città cinesi stanno attuando una trasformazione totale per diventare "smart". Secondo te qual è la differenza tra l'urbanizzazione guidata dalla tecnologia e quella degli anni Novanta, basata invece sull'industrializzazione? Le smart city risolvono davvero i problemi delle città tradizionali?

RK: Il problema del termine "smart city" è che è stato coniato da un numero ristretto di aziende tecnologiche; è un'invenzione che proviene dal centro nevralgico della tecnologia rappresentato da Google e dalla Silicon Valley. Le uniche questioni che possono affrontare sono essenzialmente una serie di semplici proposte di tipo tecnologico, tipicamente piuttosto banali, che si possono migliorare soltanto con i loro mezzi tecnologici. Tutta la dimensione ideologica, culturale o antropologica di una città resta inalterata nonostante le proposte tecnologiche, anche nel migliore dei casi. Nel peggiore, invece, questi interventi possono compromettere profondamente una città e potenzialmente cancellare il tessuto urbano, che non riesce ad adattarsi al contesto tecnologico. Provo ad anticipare la tua prossima domanda: ciò che mi ha colpito a Shenzhen sono gli ingenti investimenti dell'amministrazione per migliorare la città e introdurre spazi verdi e dedicati alla cultura. Eppure, la zona più animata della città è costituita dai villaggi urbani, in particolare quelli sopravvissuti alla distruzione o alla riqualificazione. Questa è una testimonianza fondamentale dei limiti delle smart city: le aree più popolate non erano oggetto di pianificazione e la tecnologia non le ha alterate, quindi oggi costituiscono una sorta di enclave di realtà o autenticità all'interno di un quadro più grande.

Cao FeiCao Fei, Dash, 2026, Courtesy Fondazione Prada Milano

CF: Esistono differenze sostanziali tra la definizione cinese di smart city e quella occidentale? Nel contesto orientale, il termine spesso fa riferimento alla raccolta e alla distribuzione di dati, oltre che alla governance digitale.

RK: Lo stesso fenomeno si verifica in Occidente, e l'uso della sorveglianza è simile. Forse, però, c'è una differenza: la raccolta di dati in Occidente è finalizzata al vantaggio delle parti commerciali, mentre in Cina viene effettuata negli interessi dello Stato. È una distinzione radicale, ma non sono certo che in Occidente il risultato sia diverso. Ne emerge che negli Stati Uniti lo Stato e le grandi aziende tecnologiche si stanno quasi fondendo tra loro. Figure come Elon Musk e Mark Zuckerberg hanno un legame fin troppo stretto con lo Stato, al punto che le loro aziende ne fanno quasi parte. In questo senso, non so se ci sia davvero una differenza significativa nel fine ultimo della raccolta di dati tra Cina e Occidente.

CF: I villaggi urbani delle smart city, specialmente quelli densamente popolati nel delta del Fiume delle Perle, sono oggi sottoposti a processi di demolizione e riqualificazione su larga scala. A tal riguardo, nel 2003 Ou Ning e io abbiamo realizzato il film San Yuan Li a Guangzhou. Secondo te, in che modo l'attuale urbanizzazione cinese si differenzia da quella del passato? L'approccio iniziale, che enfatizzava l'integrazione e la dimensione simbolica, si sta ora dirigendo verso una standardizzazione generale, come in tutte le città in transizione tra passato e presente? Come possiamo bilanciare il rapporto tra pianificazione del governo, tecnologia, sviluppo, comunità e salvaguardia del patrimonio culturale?

RK: A Shenzhen la situazione è piuttosto interessante, perché gli architetti, l'ente preposto alla progettazione e professionisti di altre discipline lavorano a stretto contatto. È anche vero, però, che Shenzhen è una città molto giovane. Possono questi enti comunicare e influenzarsi tra loro? Per esempio, il nuovo approccio al villaggio urbano sembra oggi dare priorità alla ristrutturazione o alla conservazione invece che alla distruzione, nonostante i primi progetti e strategie prevedessero di radere al suolo alcune aree. Ho riscontrato un atteggiamento più aperto e meno dogmatico in merito alla riflessione su come dovrebbe essere una città. Probabilmente questo si deve a una lunga interazione tra le parti coinvolte. Non credo ci fosse un'unica entità al vertice, responsabile di prendere le decisioni, che ha imposto la configurazione di ogni cosa, ma piuttosto che il processo decisionale sia nato da un coinvolgimento collettivo di diverse parti. Mi piacerebbe sapere la tua opinione a questo proposito.

CF: Il progetto delle smart city in Cina è stato adottato quasi come una campagna nazionale partita dall'alto che sta influenzando qualsiasi settore della vita e ogni regione, villaggio o città. Ci sono sicuramente dei risvolti positivi per la popolazione e per gli spazi, ma anche delle conseguenze negative e problemi nuovi. È come quando sei stato in Cina prima e durante la campagna di urbanizzazione. Oggi sembra essere in corso una nuova iniziativa, anche se non tutti vogliono essere coinvolti nel processo di digitalizzazione. Quello che sta accadendo è che tutti i villaggi devono cambiare e tutti devono connettersi alla comunicazione smart.

Cao FeiCao Fei, Dash, 2026, Courtesy Fondazione Prada Milano

RK: Si tratta di una situazione di portata globale, non solo cinese. A mio modo, continuo a sostenere che la digitalizzazione porta solo alcuni vantaggi ma, a un livello culturale più ampio, rappresenta una versione estremamente semplificata della vita.

CF: Oggi Shenzhen sta diventando un centro di sviluppo per l'architettura radicale come altre città-Pechino, Shanghai e Hong Kong-che hanno già quasi concluso questa fase. Vent'anni fa erano tutti impazienti di costruire monumenti e forme architettoniche audaci. Shenzhen sembra stia attraversando questa fase, ma mi chiedo se si stiano adeguatamente preservando i rapporti tra architetture, comunità e spazi culturali.

RK: Ho assistito a entrambi i fenomeni, eppure ho notato una sorta di forza contrapposta tra i giovani architetti, che invece si dedicavano a progetti su scala più piccola, davvero interessanti e che tenevano conto delle problematiche delle comunità ma anche di questioni più tipicamente architettoniche legate al rapporto con la storia, per esempio. Non penso sia tutto bianco o nero.

CF: Ho notato alcuni giovani architetti che hanno partecipato a progetti curriculari di riqualificazione. Per quanto riguarda il contesto di Guangzhou, mi piace l'approccio basato sul rinnovo culturale su piccola scala, è straordinario. Ma su grande scala, in città i progetti sono imponenti, più ambiziosi. RK: Entrambi gli approcci possono coesistere.

CF: Penso che i giovani architetti che lavorano a questi progetti siano un valore aggiunto e possano fare la differenza. Tuttavia, è anche vero che quando viene loro commissionato un grande progetto, come un centro direzionale o un museo, risulta difficile modificare un modello consolidato.

RK: Senza dubbio. Attualmente, diverse città sembrano ancora differenziarsi da altre, eppure noto una tendenza alla standardizzazione nonostante i contesti politici diversi. La direzione sembra essere la stessa: edifici stravaganti e sempre più grandi. A Shenzhen mi ha sorpreso l'apertura e la comunicazione tra gli enti del governo che si occupano di progettazione e i giovani architetti.

Cao FeiCao Fei, Dash, 2026, Courtesy Fondazione Prada Milano

CF: Parliamo del rapporto tra aree rurali e urbane nel mondo. Che cosa ti ha spinto a spostare la tua ricerca dalle città alle campagne? Che cosa ti ha maggiormente colpito dell'agricoltura intelligente quando hai realizzato la mostra "Countryside: The Future" al Guggenheim nel 2020?

RK: Ci sono diversi aspetti da prendere in considerazione. Nel corso della mia vita ho trascorso diverso tempo in Svizzera, un paese decisamente rurale. Ci andavo un paio di volte all'anno e mi sono reso conto che, per esempio, era scomparso l'odore degli animali, oltre al fatto che, a uno sguardo attento, si poteva notare come gli elementi digitali e smart stavano esercitando una forte influenza in qualsiasi ambito. Poi, nel 2008 le Nazioni Unite hanno annunciato che metà della popolazione mondiale viveva in città e l'altra metà in campagna. Non era mai successo prima. Inoltre, hanno dichiarato che entro il 2030 l'equilibrio si sarebbe potuto attestare intorno al 70% o persino l'80% della popolazione mondiale residente in città. Allora ho capito che ci sarebbe stato uno stravolgimento non solo nelle città, che sarebbero semplicemente diventate sempre più grandi, ma anche nelle campagne, per via del costante declino della popolazione. Mentre i residenti delle aree rurali stavano scomparendo, nelle stesse zone venivano costruite grandi strutture tecnologiche, come centri dati e di distribuzione. È stato in quel momento che ho iniziato a riflettere e ho cambiato rotta. La mia esperienza personale, unita alla realtà statistica, mi ha fatto capire che era una questione importante che aveva bisogno di approfondimento. Poi c'è il contesto cinese. Ci siamo concentrati su alcune aree del mondo ed è stato sorprendente notare che gli stessi fenomeni si stavano verificando ovunque, mentre i governi non se ne rendevano davvero conto.

Solo in Cina sia le aree rurali sia il governo avevano affrontato la situazione e concepito una politica duplice per lo sviluppo delle campagne: da un lato, per far sì che la campagna funzionasse come un elemento parte di un grande paese, dall'altro per installare in queste aree delle strutture che permettessero agli abitanti di restare. In quanto era l'unico paese ad aver attuato questa politica, mi sembrava importante informare proprio gli Stati Uniti, che in quel periodo - insieme all'Occidente in generale - erano piuttosto ostili nei confronti della Cina. In generale, con la mostra volevo sottolineare come l'attuale polarizzazione tra paesi per motivi politici sia davvero controproducente, poiché si affrontano questioni simili in molti paesi. Ho una domanda per te. Mi incuriosisce sapere che cosa pensi, in quanto artista cinese, dell'opinione degli occidentali sulla Cina. Credi che siamo troppo critici nei confronti del tuo paese, o che la nostra percezione sia errata? È molto difficile verificare questioni come queste, perché è raro poterle effettivamente sollevare.

Cao FeiCao Fei, Dash, 2026, Courtesy Fondazione Prada Milano

CF: La tua visione della Cina è apprezzabile e più accurata della maggior parte degli occidentali, perché per anni hai osservato lo sviluppo delle aree urbane e rurali. Considerata la tua ricerca, che hai condotto per lungo tempo, hai una concezione multiforme dell'esperienza vissuta. Durante la realizzazione del progetto, mi sono resa conto che l'agricoltura intelligente è una grande rivoluzione, perché gran parte dei contadini ha lasciato le campagne per trasferirsi in città, quindi chi è rimasto ha iniziato a domandarsi chi avrebbe continuato a coltivare. La tecnologia smart in campo agricolo è uno strumento fondamentale. Oggi i villaggi stanno diventando una sorta di pista di decollo, un corridoio di accesso attraverso il quale i giovani possono diventare i nuovi agricoltori. I cittadini stanno tornando all'agricoltura, e per me questo è un buon segno. Per il progetto, ho seguito un'azienda che produce droni e che sta supportando la nuova generazione di contadini cinesi. Ho visto che la tua mostra includeva alcune foto di droni, pertanto eri già al corrente di questo nuovo sviluppo sociale. Eppure, da esso si sono generati diversi problemi. Per esempio, questo nuovo tipo di villaggio può ancora essere considerato un "villaggio"? Le credenze tradizionali e le strutture tribali tipiche delle aree rurali sono in declino. Come farà la gente a riconnettersi alla terra? Come hai detto tu, persino l'odore è diverso. Il riso ha perso il sapore di un tempo, i semi da piantare per il nuovo raccolto vengono acquistati al mercato, non è più possibile trovare semi di riso originali o alternativi. È tutto guidato dalla tecnologia, trasformato.

RK: È vero, ma cerco di restare ottimista. Il fenomeno dei giovani che tornano nelle campagne è molto positivo, anche perché così le campagne non vengono abbandonate o trascurate; si viene a creare una nuova energia, una nuova economia. È vero che attualmente, con le economie di scala che riguardano la produzione, si perde molto, come odore e sapore. Però resta la speranza che, nel tempo, si introdurranno o scopriranno nuove caratteristiche o che l'autenticità acquisisca significati inediti sulla base di nuovi ingredienti. Dopotutto, nuove autenticità vengono create di continuo. È anche possibile che, se le persone si stancano dell'uniformità, inizino a introdurre di nuovo delle variabili.

CF: In che modo la tecnologia sta ridefinendo l'identità di popolazioni urbane e rurali? In Cina la distinzione tra le due è molto netta: ci si identifica in una persona di città o di campagna.

RK: È una situazione quasi schizofrenica, perché si può essere rurali e provinciali ma allo stesso tempo partecipare alla modernità, sia essa relativa ai media, ai sistemi di intelligence, ai dati, all'informazione o alla conoscenza. Esiste quindi una sfera universale accessibile a tutti, sia che si viva in città sia che si viva in campagna e ci si occupi di agricoltura. La campagna potrebbe risultare più interessante perché permette di dissociarsi completamente dalla modernità e vivere immersi nella natura, come i nostri genitori o nonni, come 400 anni fa, pur avendo accesso a tutte le forme di modernità smart. Ecco perché penso che la città sia meno interessante. La vita urbana è frenetica, e oltre al trambusto si aggiungono i media contemporanei. Da questa prospettiva, quindi, resto ottimista e credo che in futuro la vita in campagna sarà più soddisfacente di quella in città.

Cao FeiCao Fei, Dash, 2026, Courtesy Fondazione Prada Milano

CF: Credi che oggi l'agricoltura dipenda troppo dalla tecnologia? Ho intervistato degli esperti che ritengono che la produzione alimentare è attualmente efficiente, mentre un ulteriore sviluppo delle tecnologie comporterebbe una sovrapproduzione di cibo, con conseguente abbassamento dei prezzi. Secondo la tua opinione, questa situazione sarebbe comunque monetizzata? Le grandi aziende utilizzeranno il concetto di protezione ambientale in merito a questa iniziativa?

RK: Un aspetto meno discusso delle tecnologie smart è che tutti i sistemi, che facciano uso di intelligenza artificiale o meno, consumano un'incredibile quantità di energia, pertanto si muovono nella direzione opposta rispetto a quella che dovremmo prendere. Il fatto che il mondo non stia protestando, o almeno non in una maniera più convincente o radicale, è un mistero. È scandaloso che tutte queste aziende tech dichiarino di essere utopistiche ma, per realizzare le loro utopie, inquinano il mondo come mai prima d'ora. Dall'altra parte, attualmente la Cina è tra i pochi paesi che si sta assumendo la responsabilità di mitigare il cambiamento climatico. È interessante il fatto che sia l'unico paese che raggiungerà alcuni degli obiettivi sulla produzione di carbonio prima della scadenza del 2030. Forse l'Occidente non crede del tutto nel governo e cerca di deregolamentare proprio nel momento in cui i problemi del pianeta Terra sono così gravi che questo approccio può trasformarsi sia in un conflitto sia in una strategia. È per questo motivo che la Cina risulta un prototipo interessante: non si batte per avere un minore coinvolgimento del governo, ma per il governo stesso. Certamente questo può sfociare in un eccessivo controllo, ma l'Occidente, dal canto suo, è completamente abbandonato a se stesso.

CF: Ho intervistato alcune aziende africane che si occupano di tecnologia agricola e anche loro sostengono che le tecnologie intelligenti disponibili sul mercato stanno spingendo sempre più africani a ritornare a lavorare la terra, un fenomeno straordinario. Una volta hai affermato che l'Europa è oggi poco interessante. Spero che la mostra aiuti a ispirare e pensare in maniera alternativa. lo sono cinese, quindi comprendo le vicende del mio paese. Perché consideri l'Europa poco interessante? Gli europei rifiutano la tecnologia che sta prendendo piede in tutto il mondo?

RK: Non la stanno rifiutando, però la applicano solo in parte. Ci si concentra molto di più sugli effetti negativi e sulla ricerca per evitarli. So che sei in contatto con Louise O. Fresco dai Paesi Bassi, dove l'università di Wageningen sta approfondendo e applicando la tecnologia in modo meno standardizzato, meno orientato alla produzione sul larga scala e più sulla varietà e sui potenziali sviluppi, guardando oltre la mera applicazione per incrementare le quantità e ridurre la manodopera.

CF: Come ha reagito il pubblico conservatore alla tua mostra?

RK: È difficile rispondere, perché la mostra si è tenuta negli Stati Uniti e durante la pandemia di Covid-19, quindi non è semplice quantificarne l'impatto. So che ha influenzato la sfera agricola e che il settore della sociologia ha mostrato interesse nel rapporto tra città e campagna. Credo che abbia influito anche sull'architettura, spostando l'attenzione sulle campagne, diversamente da quanto accadeva sei anni fa. Una seconda iterazione della mostra ha appena inaugurato a Doha, in Qatar, ed è più ampia perché combina il progetto del Guggenheim con nuovi materiali. Questa versione non investiga singoli luoghi nel mondo, ma si concentra su un arco che parte dal Sudafrica e attraversa l'Africa, il Medio Oriente, con l'Iran, e l'Asia Centrale, fino ad arrivare alla Cina orientale. Si tratta di un'area poco urbanizzata in cui la campagna è rimasta quasi incontaminata, seppur influenzata dalle nuove tecnologie. È una prospettiva complementare.

Cao FeiCao Fei, Dash, 2026, Courtesy Fondazione Prada Milano

CF: Questo arco, che dall'Africa attraversa Medio Oriente e Asia Centrale per poi finire in Cina, è immenso. Come mai non avete incluso America e Australia?

RK: Per una ragione prevalentemente demografica. L'arco attraversa paesi che già da soli rappresentano il 77% della popolazione mondiale, e secondo le proiezioni supererà l'80% entro la fine del secolo. Basterebbe questo a spiegare la motivazione, oltre al fatto che Doha e il Medio Oriente si trovano esattamente al centro dell'arco. Mi sembrava più interessante escludere l'Occidente il più possibile dall'indagine, Ci abbiamo riflettuto a lungo.

CF: La mostra del 2020 al Guggenheim includeva un'immagine di un drone XAG. Per pura coincidenza, il mio progetto alla Fondazione Prada inizia da un'indagine sulla tecnologia di questa azienda. Mi interessa molto questa connessione. Hai qualche osservazione al riguardo?

RK: Negli ultimi cinque anni, i rapporti tra Occidente e Cina sono andati via via incrinandosi. Siamo decisamente disinformati su ciò che accade nel tuo paese. Pertanto, al Guggenheim abbiamo pensato che fosse fondamentale rappresentare la situazione attuale in Cina, gli obiettivi che il paese ha raggiunto e quelli che sta raggiungendo, specialmente negli Stati Uniti e, in particolare, a New York. Ecco perché la sezione dedicata alla Cina è così precisa e obiettiva: non volevamo portare opinioni ma prove evidenti, dare un'interpretazione positiva degli eventi. Per noi era come fare una dichiarazione politica nel cuore della civiltà americana, dove dichiarazioni di questo tipo non sono esattamente le benvenute. Abbiamo inoltre messo a confronto l'iconografia storica con la realtà contemporanea. La sezione dedicata alla Cina è stata realizzata da Stephan Petermann, un mio collega che insegna alla CAFA, l'Accademia Centrale di Belle Arti di Pechino, che negli ultimi sei, sette anni si è recato spesso in Cina, pertanto è particolarmente al corrente delle vicende.

CF: XAG ha sede nella Cina meridionale, nella Greater Bay Area, che si sta trasformando in un polo dedicato alle nuove tecnologie come IA e droni, lasciandosi alle spalle le industrie manifatturiere di basso valore del passato. Le politiche attuali in Cina promuovono invece le tecnologie low altitude. Nel tuo libro del 1978, Delirious New York, hai affermato che Manhattan è un modello di vita ad alta densità. Questa industria low altitude avrà un impatto sulle città, sulle campagne, sulle industrie e sul paesaggio urbano? Hai qualche osservazione sull'influenza che può esercitare sull'edilizia e sulla vita urbana?

RK: Gran parte di questa tecnologia sarà applicata più facilmente nelle campagne invece che in città. Queste ultime sono strutture complesse e tridimensionali - è difficile immaginare che le auto volanti vengano utilizzate in città, per esempio. Queste tecnologie dipendono da contesti meno densamente popolati, quindi mi aspetto che la campagna sarà il territorio ideale. Non è difficile pensare che le città, rispetto alle campagne, restino in qualche modo indietro da un punto di vista tecnico, se non anche culturale.

Cao FeiCao Fei, Dash, 2026, Courtesy Fondazione Prada Milano

CF: XAG sta sviluppando dei sistemi di irrigazione automatici per il mercato mediorientale, dove le aziende intendono coltivare nel deserto. Mi piacerebbe approfondire questo tema in una ricerca futura. Ho già osservato quanto sta accadendo nel deserto del Taklimakan, dove queste tecnologie contribuiscono a frenare la desertificazione grazie ad alcune specie di piante in particolare.

RK: È un'area di fervente attività. Sarebbe davvero utile se riuscissi a portare una testimonianza della portata di progetti come questi, perché in Europa non ne siamo abbastanza al corrente. Sappiamo che si tratta di un programma imponente e che l'intero Medio Oriente ne è interessato. Non parlo degli sviluppi in Cina, ma delle modalità per trasformare il deserto. La differenza sta nel fatto che i mediorientali vivono nel deserto da millenni, per loro non è un ambiente ignoto. Da un punto di vista psicologico, la concezione del deserto varia di regione in regione: se in Cina è necessario fermare la desertificazione, nel Medio Oriente bisogna trovare il modo di vivere con e dentro il deserto. Una sezione significativa della mostra a Doha è dedicata all'Asia Centrale, che per gli artisti e gli intellettuali cinesi potrebbe risultare particolarmente interessante, perché prende a esame gli effetti dell'ex Unione Sovietica sulla regione. In paesi come l'Uzbekistan e il Kirghizistan, l'Unione Sovietica ha imposto stravolgimenti a partire dalla scelta delle colture e delle industrie: cotone, energia nucleare, infrastrutture su larga scala, complessi interventi idrici. In alcuni casi, è stato addirittura invertito il corso di alcuni fiumi da nord-sud a sud-nord. Abbiamo illustrato come, dopo il collasso dell'Unione Sovietica, ognuno di questi paesi ha dovuto trovare un modo per affrontare le conseguenze dell'impatto della Russia. Dal punto di vista della Cina, è interessante vedere gli effetti di questi vasti interventi imposti dai grandi paesi e comprendere se sono generalmente positivi o se esiste un equilibrio tra risultati positivi e negativi. L'Unione Sovietica è scomparsa circa trentacinque anni fa, quasi un'intera generazione tra la Cina di allora e quella di oggi.

CF: Mi piacerebbe sapere la tua opinione sulle applicazioni della tecnologia e le modifiche del territorio che alterano il rapporto tra uomo e deserto, per esempio. L'uso di pannelli solari permette di generare energia rinnovabile ma, al contempo, necessita una trasformazione del paesaggio desertico. Che cosa pensi della necessità di modificare la natura? Credi che sia troppo invasiva?

RK: È una sfida cruciale per il futuro. Chiaramente, per affrontare le sfide imposte dal cambiamento climatico non basta tornare alla realtà del passato. La soluzione deve necessariamente combinare il recupero e la trasformazione della natura. La Cina ha un enorme vantaggio rispetto a molti altri paesi: ha a disposizione vasti territori inutilizzati, in gran parte desertici, che costituiscono una risorsa naturale per sperimentare evitando ripercussioni sul paese o sulla società. Il territorio europeo è completamente occupato e non ci sono deserti, pertanto la situazione è più complessa. Cina e Russia hanno il grande vantaggio di disporre di enormi territori quasi disabitati, che possono giocare un ruolo fondamentale nel risolvere la crisi a livello globale.

Cao FeiCao Fei, Dash, 2026, Courtesy Fondazione Prada Milano

CF: Credi che il governo cinese abbia fatto progressi nel contesto della salvaguardia dell'ambiente? Per esempio, il paese ha aderito al progetto per le emissioni zero entro il 2030 e il governo ha attuato delle politiche per fermare la desertificazione. Parlando con altri europei, ho notato che erano piuttosto sorpresi da queste iniziative del governo cinese.

RK: Come ho accennato, l'Europa e l'America non dispongono di informazioni sufficienti su quello che accade in Cina. Ho sempre affermato che la Cina ci salverà tutti, poiché è tra i pochi paesi che ha preso sul serio la salvaguardia dell'ambiente e su una scala che nessun altro paese ha eguagliato. Dovremmo davvero diffondere questa informazione in Europa. La mostra a Doha include una sezione dedicata alla Cina nella quale abbiamo mostrato come la parte orientale è densamente popolata, mentre quella occidentale è composta da un immenso territorio disponibile per numerosi collegamenti e sperimentazioni. Questo è il punto di forza della Cina di oggi.

CF: A proposito di esperimenti: negli anni Cinquanta e Sessanta in Cina, e prima ancora nell'epoca sovietica, i progetti agricoli erano particolarmente invasivi, e le infrastrutture industriali hanno trasformato l'Asia Centrale. Che cosa pensi della storia vissuta sia dalla Cina sia dalla Russia in merito alle riforme e ai progetti radicali e aggressivi sul territorio?

RK: Nella prima mostra al Guggenheim abbiamo approfondito questo approccio in Cina e Russia ma abbiamo analizzato anche la situazione europea. Ci ha sorpreso scoprire che, mentre la riforma socialista prendeva piede in Cina e Nikita Chruščëv intraprendeva una riforma delle terre in Russia, venivano gettate le basi per quella che sarebbe diventata l'Unione Europea, specialmente nell'ambito delle prime politiche agricole. È stata una scoperta davvero interessante: in sostanza, negli anni Cinquanta esisteva una fascia che partiva dalla Cina, attraversava la Russia e finiva in Europa, e ogni area aveva idee ben precise sulla trasformazione del concetto di agricoltura - un'idea europea tanto quanto russa o cinese. Si trattava del risultato di un interesse per le campagne a livello internazionale, condiviso da quasi tutte le figure politiche. Purtroppo, questo rapporto diretto tra campagna e poteri politici si è ormai dissolto in Europa e Russia, mentre la Cina l'ha mantenuto saldo e, di recente, ha anche ideato nuovi approcci verso le campagne, con la stessa portata, ma con tecnologie diverse.

Cao FeiCao Fei, Dash, 2026, Courtesy Fondazione Prada Milano

Cao Fei (1978, Guangzhou, Cina)
Vive e lavora a Pechino, dove indaga le conseguenze della globalizzazione e l’impatto del digitale sul reale. La poetica dell’artista, nutrita da gestualità teatrale e linguaggio documentario, influenze surrealiste e estetica pop, costruisce mondi fantascientifici che evocano gli sfondi dei videogiochi. Attraverso installazioni multimediali e sculture, Cao Fei esplora gli sconvolgimenti causati dall’era tecnologica. Scenari onirici, pervasi dal senso di alienazione, analizzano la rapida apertura della società cinese al mondo; così, contesti tangibili si mescolano a “non luoghi” distopici e spogliati di tratti antropologici. L’alta definizione non riduce la forza emotiva: la prospettiva di una futura autodistruzione porta a considerare il “capitale umano” investito nella corsa al progresso. In La Town (2014) una metropoli post-apocalittica, priva di coordinate spazio-temporali, è stata sconvolta da una catastrofe sconosciuta. Eppure, risuona un battito cardiaco: quello della storia o dell’uomo, la cui specificità resiste contro l’omologazione culturale. Haze and Fog (2013) esamina lo sradicamento dei Millenials che, allontanandosi dalle comunità abitative tradizionali, vagano come esseri-automi nella nebbia, sintomo della crisi climatica. L’artista dichiara: “Nonostante il mondo sia un disastro, le persone cercano solo di continuare a vivere”. È quello che accade in Asia One (2018), “commedia romantica” ambientata nel primo centro di smistamento merci in cui il lavoro è stato completamente automatizzato. Nonostante il clima di produttività incessante, i sentimenti prevalgono: tra gli unici due dipendenti umani si instaura un rapporto speciale. Le opere di Cao Fei, vincitrice del “Chinese Contemporary Art Award” nel 2016, sono state esposte da istituzioni quali il MoMA PS1 e la 56ma Biennale d’Arte (Venezia). Il 2022 si è aperto con Supernova, la prima personale in Italia (MAXXI, Roma).

 


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