Fondazione Prada Venezia
Helter Skelter
Arthur Jafa and Richard Prince
“Helter Skelter: Arthur Jafa and Richard Prince” è la mostra a cura di Nancy Spector allestita nella sede veneziana di Ca’ Corner della Regina che mette in relazione le opere di due tra i più rilevanti artisti americani, Arthur Jafa (1960) e Richard Prince (1949), evidenziando un dialogo creativo finora inesplorato.
Nati a dieci anni di distanza, Jafa e Prince condividono un approccio radicale nei confronti dell’appropriazione e della manipolazione di immagini tratte da film, romanzi pulp, fumetti, video YouTube, racconti di fantascienza, copertine di dischi, poster di rock band, prime edizioni di volumi della Beat Generation, news, cimeli di celebrità e post sui social media. Attingendo in larga parte alla cultura popolare americana, i due artisti ne mettono a nudo la crudezza e gli inganni, adottandone al contempo miti e perversioni. Entrambi gli artisti tracciano delle topografie specifiche degli Stati Uniti: se Jafa riflette sulla sua identità di uomo afroamericano con la missione di rafforzare il cinema e l’arte Black, Prince oscilla tra una critica lucida della mascolinità bianca e il fascino per il lato oscuro della psiche americana.
La mostra riunisce oltre cinquanta opere, tra fotografie, video, installazioni, sculture e dipinti. Sono inoltre presentati nuovi lavori di Jafa e Prince e una zine realizzata in collaborazione tra i due artisti in cui sono raccolte le immagini che si sono scambiati durante la realizzazione del progetto espositivo.
“Helter Skelter” si sviluppa al piano terra e al primo piano del palazzo veneziano attraverso una serie di accostamenti tematici e concettuali. I lavori dei due artisti sono messi in connessione per evidenziare le rispettive pratiche e far emergere i temi e le ossessioni condivisi. Sottolineando le affinità elettive tra i loro percorsi artistici, la mostra rivela una specifica dimensione vernacolare degli Stati Uniti, dove entrambi gli artisti vivono e lavorano: “Un paese segnato per sempre dal suo passato schiavista; un paese definito dalle straordinarie tradizioni musicali radicate nella cultura Black; un paese capace di trasformare i propri limiti in punti di forza; un paese di spiritualità, preghiera e libertà di espressione; un paese di proteste, sottoculture, umorismo e celebrità”, per usare le parole di Nancy Spector.
Come spiega la curatrice: “Entrambi hanno citato il ready made di Marcel Duchamp, la radicale trasposizione di oggetti dal mondo reale al contesto artistico, come fonte di ispirazione, o come punto di riferimento per le loro rispettive pratiche. In quel passaggio dal fare (realizzando dipinti in stile cubista nella prima fase della sua carriera) al prendere (collocando un orinatoio rovesciato nell’ambito di una mostra), Duchamp ha inaugurato una sorta di pirateria artistica che costituisce il DNA delle metodologie di Jafa e Prince, distinte ma accomunate da intriganti analogie. Entrambi sono rovistatori di immagini. Senza chiedere alcun permesso, si immergono nel serbatoio straripante della cultura visiva – dalle paludi dei social media agli annali del giornalismo cartaceo, dalla galleria di specchi della pubblicità agli archivi di celluloide hollywoodiani – per prelevare tutto ciò che vogliono e convertirlo in arte solo per loro scelta. […] Quello che emerge attraverso le lenti rifrangenti delle pratiche di appropriazione di Jafa e Prince è un’implacabile denuncia dell’America. Tanto nei soggetti quanto nei linguaggi, Jafa e Prince sono artisti profondamente americani che inglobano oggetti e immagini del mondo empirico nelle loro opere convertendoli come ready made: cavalli di Troia, per così dire, progettati per destabilizzare sistemi di credenze consolidati”.
Il titolo della mostra “Helter Skelter” è un palinsesto di significati e riferimenti. Nella sua prima accezione è il nome di un’attrazione dei parchi di divertimento britannici, ma è anche un’espressione colloquiale che indica confusione. “Helter Skelter” è inoltre il titolo di una celebre canzone di Paul McCartney pubblicata nel 1968 nell’LP The Beatles, conosciuto come The White Album. Alla fine di quell’anno, Charles Manson, a capo della sua setta, si appropriò del termine per predire un’imminente guerra razziale apocalittica, nella quale gli afroamericani e i bianchi si sarebbero annientati a vicenda. Si intitola “Helter Skelter” anche una mostra presentata dal Museum of Contemporary Art di Los Angeles nel 1992, che non includeva nessun artista nero. L’espressione ripresa nel titolo di questo progetto contiene tutta la complessità e la confusione dell’uso improprio che ne è stato fatto nella cultura popolare. È un ready made indisciplinato scelto dagli artisti per sfidare le aspettative, una perfetta definizione della natura composita di questa doppia mostra personale.
Il percorso espositivo si apre al piano terra e nel cortile di Ca’ Corner della Regina con il dialogo tra due installazioni di grandi dimensioni: Blasting Mats (2006) di Richard Prince e Big Wheel II (2018) di Arthur Jafa. Radicate nella cultura automobilistica americana, entrambe le opere evocano una narrazione on the road che glorifica i valori dell’emancipazione. La natura martoriata delle sculture e lo stretto legame dei materiali con la violenza – correlati ai monster truck e agli esplosivi – rendono le installazioni dei manufatti disturbanti, resti archeologici del futuro, civiltà perdute definite dalle atrocità del proprio passato. Nelle stanze adiacenti, la relazione formale tra il celebre video di Jafa Love Is the Message, The Message Is Death (2016) e l’iconica serie di fotografie di Prince Untitled (Sunsets) (1981-82) evidenzia la presenza simbolica del sole nelle opere dei due artisti, mentre la nota serie Untitled (Girlfriend) (1993) di Prince e il video LOML (2022) di Jafa dialogano sui temi del desiderio e della perdita.
È a partire da questi accostamenti che prende forma anche una conversation piece a tre voci: Jafa, Prince e Nancy Spector si confrontano davanti alle opere, attraversando appropriazione, identità, memoria e circolazione delle immagini. Il dialogo non si limita a illustrare il percorso espositivo: mette alla prova le affinità tra le due ricerche e, insieme, le differenze che le rendono irriducibili l’una all’altra.
“Helter Skelter: Arthur Jafa and Richard Prince” Foto: Andrea Rossetti Courtesy Fondazione Prada, 2006
Conversation Piece
Arthur Jafa / Richard Prince
Nancy Spector
Cortile
Le due enormi Folk Songs (Blasting Mats) pendono dalle strutture metalliche.
La gomma cede lentamente sotto il proprio peso, esposta alla gravità e alla trasformazione della materia.
Poco distante, Big Wheel II di Arthur Jafa stabilisce con esse un dialogo silenzioso.
Nel cortile di Ca’ Corner della Regina, attraversato da una luce verticale..
Nancy Spector
Mi interessava che il visitatore incontrasse prima il peso che l’immagine. Prima la materia, poi il significato.
Richard Prince
Sono tappeti da demolizione. Hanno già fatto il loro lavoro. Mi piace quando un materiale continua a portarsi dietro la memoria del proprio uso.
Arthur Jafa
Negli Stati Uniti anche la gomma ha una biografia. L’automobile non è soltanto un oggetto: è una macchina che produce desideri.
Richard Prince
E miti.
Arthur Jafa
Sì. Ma produce anche corpi.
Nancy Spector
Per questo le opere sembrano quasi anatomiche.
Richard Prince
Non volevo che sembrassero automobili. Le automobili sono già scomparse.
Arthur Jafa
Resta il movimento.
“Helter Skelter: Arthur Jafa and Richard Prince” Foto: Andrea Rossetti Courtesy Fondazione Prada, 2006.
Big Wheel II
Nancy Spector
Entrambi lavorate con lo pneumatico, ma qui accade qualcosa di curioso. Nelle Folk Songs la gomma è esausta, cede sotto il proprio peso; in Big Wheel II sembra ancora pronta a muoversi. La stessa materia sembra raccontare due tempi diversi.
Richard Prince
Forse perché non penso mai allo pneumatico come a una ruota. Mi interessa quando smette di funzionare, quando perde la propria utilità. È lì che comincia a raccontare qualcosa. Una macchina efficiente non ha memoria; un oggetto consumato, invece, è pieno di storie.
Arthur Jafa
Io parto quasi dalla posizione opposta. Per me uno pneumatico non smette mai di muoversi. Anche quando è fermo, continua a portare con sé tutta la velocità che ha conosciuto. È come una registrazione: trattiene l’energia di ciò che è accaduto.
Richard Prince
È curioso. Io fotografo spesso cose che sembrano aver dimenticato il proprio passato.
Arthur Jafa
Io raccolgo immagini che non riescono a dimenticarlo.
Nancy Spector
Nella cultura americana la strada è una promessa: Kerouac, le highways, il viaggio, la fuga. Nelle vostre opere, però, quella promessa sembra incrinarsi.
Richard Prince
Perché è sempre stata una costruzione pubblicitaria. L’automobile vendeva un’immagine di libertà molto prima di vendere un’automobile. La pubblicità è sempre stata più potente dell’oggetto.
Arthur Jafa
E quella promessa non era la stessa per tutti. C’è una differenza tra poter percorrere una strada e sentirsi autorizzati a farlo. La mobilità è anche una questione politica. Chi può muoversi? Chi viene fermato? Chi viene controllato? Chi può sparire lungo un’autostrada senza che nessuno se ne accorga?
Nancy Spector
Entrambi avete costruito la vostra opera attraverso l’appropriazione. Qui, però, sembra che appropriarvi di un oggetto significhi soprattutto entrare in possesso del suo immaginario.
Richard Prince
Non credo molto nell’originalità. Credo nei trasferimenti: prendi qualcosa da un sistema e lo sposti in un altro. È sufficiente. Lo spostamento modifica tutto.
Arthur Jafa
Per me il problema non è soltanto spostare un’immagine, ma capire quali relazioni produce quando incontra altre immagini. Nessuna immagine esiste da sola: esiste sempre dentro una costellazione.
Richard Prince
Sai cosa mi interessa dei ready-made? Che sembrano non chiedere nulla. Sono lì.
Arthur Jafa
Io, invece, penso che chiedano sempre qualcosa. Solo che non parlano la lingua dell’estetica. Parlano quella della storia.
Mentre ci spostiamo verso la sala successiva, sul muro compare la serie Sunsets.
Richard Prince
Il sole è sempre una fotografia troppo facile.
Arthur Jafa
O troppo difficile. Perché nessuno guarda davvero il sole: guardiamo sempre ciò che illumina.
“Helter Skelter: Arthur Jafa and Richard Prince”
Foto: Andrea Rossetti Courtesy Fondazione Prada, 2006.
Untitled (Sunsets), 1981-82
Nancy Spector
Entrando in questa sala cambia la temperatura della mostra. Dopo il peso e il metallo compare la luce, ma è una luce inquieta.
Richard Prince
Non mi interessava fotografare il tramonto. Mi interessava tutto quello che continuava a succedere davanti a esso. Le persone quasi mai si accorgono dello sfondo, eppure lo sfondo lavora continuamente sull’immagine.
Arthur Jafa
È una cosa che conosco bene. Molte immagini sembrano parlare di un soggetto; poi ci si accorge che il vero protagonista è ciò che resta sullo sfondo: una nazione, una storia, una struttura di potere. Lo sfondo non è mai neutrale.
Nancy Spector
Guardando queste fotografie oggi è difficile non pensare all’emergenza climatica, anche se sono state realizzate quarant’anni fa.
Richard Prince
Le immagini invecchiano in modo strano. Non cambiano loro: cambiamo noi. A un certo punto cominciano a dire cose che non avevano mai detto.
Arthur Jafa
Oppure le avevano sempre dette e nessuno era ancora capace di ascoltarle.
Richard Prince
Non credo nelle immagini profetiche.
Arthur Jafa
Nemmeno io. Credo, però, che alcune immagini contengano più tempo di altre.
Nancy Spector
Il sole ritorna continuamente nella mostra. Qui è immobile; poco più avanti, in Love Is the Message, The Message Is Death, diventa quasi una ferita.
Richard Prince
Forse il sole è il più antico dei ready-made. Nessuno lo ha inventato, e tutti continuano a usarlo.
Arthur Jafa
Eppure ogni cultura lo racconta in modo diverso. Il mio sole non illumina: brucia.
Richard Prince
Sai cosa mi colpisce? Le persone guardano questi tramonti e cercano immediatamente un significato. Io speravo che guardassero il colore.
Arthur Jafa
Il colore è già un significato, soprattutto in America.
Nancy Spector
Forse è questo a rendere la mostra così particolare. Le vostre immagini sembrano semplici, ma non sono mai innocenti.
Richard Prince
Le immagini innocenti non esistono.
Arthur Jafa
Esistono soltanto immagini di cui non conosciamo ancora la storia.
“Helter Skelter: Arthur Jafa and Richard Prince” Foto: Andrea Rossetti Courtesy Fondazione Prada, 2006.
Love Is The Message, The Message Is Death (2016)
Arthur Jafa
Quando le persone parlano di questo lavoro pensano sempre al montaggio. Io, invece, penso alla temperatura. Volevo che il film avesse una temperatura prima ancora di avere un significato. Le immagini erano già lì, raccolte in anni di vita: YouTube, notiziari, VHS, riprese domestiche, cinema. Non cercavo una storia lineare. Cercavo il modo in cui un’immagine cambia quella successiva. È ciò che John Akomfrah chiamava affective proximity: non causalità, ma prossimità emotiva. Le cose cominciano a parlare perché vengono poste una accanto all’altra.
Richard Prince
Nemmeno io credo molto nella cronologia. Quando disponevo le diapositive sul tavolo luminoso, passavo più tempo a spostarle che a fotografarle. Era una questione di distanza, di ritmo. Una fotografia dice raramente qualcosa da sola: ha bisogno di quella vicina. Forse è lì che nasce il significato. O forse nasce soltanto un dubbio.
Arthur Jafa
Il dubbio è importante. Le persone cercano sempre una chiave interpretativa, soprattutto davanti al sole che ritorna cinque volte nel video. Mi chiedono: «Che cosa significa?». Io non voglio rispondere. Quel sole è un’intensità: il punto in cui la luce smette di essere rassicurante e diventa materia. Un’immagine che quasi brucia lo schermo.
Richard Prince
Quando sono entrato nella sala ho pensato ai miei Sunsets. Anche lì il sole non illumina niente: corrode tutto. Le persone continuano a prendere il sole, a leggere, a stare in piscina, ma l’immagine sembra sciogliersi, come se il colore avesse divorato la fotografia. Forse le immagini fanno questo: continuano a sorridere mentre il mondo cambia.
Nancy Spector
La mostra sembra costruire una grammatica del sole. Nei Sunsets di Prince il tramonto diventa un fondale artificiale, quasi pubblicitario; in Jafa la superficie solare interrompe il flusso documentario. In entrambi i casi il sole smette di essere un semplice elemento naturale e diventa un dispositivo che sospende la narrazione. Ogni sua apparizione costringe lo spettatore a ricominciare.
Arthur Jafa
La memoria non funziona come un archivio ordinato. Funziona per collisioni. Se metto Malcolm X accanto a Michael Jackson, un funerale vicino a una partita di basket, un sermone accanto a una violenza della polizia, non sto spiegando la storia afroamericana. Cerco di restituire la densità con cui viene vissuta. È così che lavora il cervello. È così che ricorda il corpo.
Richard Prince
Credo che gli artisti lavorino sempre con immagini già viste. Nessuno parte da zero. La differenza sta nel modo in cui torna a guardarle. Non ho mai cercato l’originalità: rifare qualcosa può essere un modo per accorgersi che non l’avevi mai davvero visto. Arthur prende immagini che tutti conoscono e, all’improvviso, sembra che appartengano a qualcun altro. O forse, finalmente, a se stesse.
Nancy Spector
È qui che le vostre opere entrano in relazione. L’appropriazione non è soltanto una tecnica: interviene sulle condizioni in cui le immagini vengono guardate e rimesse in circolazione. Ogni montaggio modifica il rapporto tra memoria e presente. In questa sala, il messaggio non coincide mai del tutto con l’immagine che lo trasporta. Come suggerisce il titolo dell’opera di Jafa, amore e morte non sono temi separati: sono forze che scandiscono il modo in cui le immagini continuano a vivere.
“Helter Skelter: Arthur Jafa and Richard Prince” Foto: Andrea Rossetti Courtesy Fondazione Prada, 2006.
Viriconium / The Entertainers
Richard Prince
Non ho mai creduto molto nell’autoritratto.
Arthur Jafa
Io sì. Solo che non penso debba assomigliare a chi lo realizza.
Richard Prince
Nemmeno io. Forse è questo il punto.
Arthur Jafa
La faccia è la parte meno interessante di una persona.
Richard Prince
Quando fotografavo gli attori di The Entertainers, tutti pensavano che stessi facendo i loro ritratti. In realtà cercavo qualcun altro. Mi interessava la distanza tra come una persona si presenta e ciò che vorrebbe diventare.
Arthur Jafa
È la stessa distanza che interessa a me. Solo che, invece di lavorare con persone, lavoro con figure: Angela Davis, Billie Holiday, Walt Whitman, immagini astronomiche, fotografie anonime, fotogrammi di film. Nessuna di queste è «me», eppure, insieme, producono qualcosa che mi assomiglia più di qualsiasi fotografia del mio volto.
Richard Prince
È curioso. Le persone pensano che appropriarsi significhi prendere qualcosa.
Arthur Jafa
Quando, invece, significa riconoscere qualcosa.
Richard Prince
Sì.
Arthur Jafa
Ogni immagine che scelgo mi ha già scelto.
Nancy Spector
Entrambe le opere rifiutano l’idea romantica dell’identità come essenza. The Entertainers e Viriconium funzionano come archivi instabili: il soggetto emerge dalle relazioni tra le immagini, non dalla loro semplice somma. Il ritratto diventa così una forma di montaggio.
Richard Prince
Sai cosa mi colpisce? Le persone cercano sempre l’origine.
Arthur Jafa
L’immagine originale.
Richard Prince
O la personalità originale.
Arthur Jafa
Come se esistesse.
Richard Prince
Esatto.
Arthur Jafa
Quando parlo di Blackness, molti pensano che stia parlando di identità. Io parlo di una tecnologia culturale, di un modo di produrre connessioni. Viriconium nasce così: non racconta una genealogia, costruisce un campo di forze.
Richard Prince
Mi piace «campo di forze». Anch’io lavoro così. Non organizzo le immagini secondo un ordine storico. Le metto abbastanza vicine perché comincino a disturbarsi.
Richard Prince
Forse collezionare è questo.
Arthur Jafa
No.
Richard Prince
No?
Arthur Jafa
Collezionare significa conservare. Io voglio che le immagini continuino a trasformarsi.
Richard Prince
Anch’io. Allora forse nessuno dei due è un collezionista.
Nancy Spector
Il titolo Viriconium, ripreso dai romanzi di M. John Harrison, allude a una città in continua trasformazione. Anche The Entertainers rifiuta un’identità stabile: le figure di Prince sembrano sostare sulla soglia di una possibile metamorfosi, mentre quelle raccolte da Jafa appartengono già a molte vite contemporaneamente. In entrambe le opere il soggetto non coincide con se stesso, ma prende forma nell’intreccio di immagini, memoria e desiderio.
“Helter Skelter: Arthur Jafa and Richard Prince” Foto: Andrea Rossetti Courtesy Fondazione Prada, 2006.
Viriconium / Untitled / The Entertainers
Nancy Spector
Vorrei partire da un elemento che accomuna queste opere, anche se a prima vista sembrano appartenere a mondi diversi. In tutte e tre, l’identità passa attraverso qualcosa che appartiene a qualcun altro. È possibile rappresentare se stessi attraverso gli altri?
Arthur Jafa
Non sono sicuro che si possa fare altrimenti. Quando penso a me stesso, penso anche alle immagini che mi hanno formato, alle persone che ammiro, alle cose che ho visto. Non scelgo semplicemente dei riferimenti per costruire un autoritratto. È più complicato: a un certo punto quelle immagini diventano parte di te.
Richard Prince
E poi ci sono immagini che ti interessano per ragioni che non sapresti nemmeno spiegare. Le prendi, le guardi, le tieni con te. Non necessariamente perché ti rappresentino. Forse perché vorresti che lo facessero.
Nancy Spector
In The Entertainers sei partito da persone che incontravi a Times Square, aspiranti attori in cerca di un posto nel mondo dello spettacolo. Che cosa ti interessava di loro?
Richard Prince
Mi interessava quel momento in cui una persona cerca di diventare qualcun altro: l’idea di essere visti, riconosciuti, trasformati in un’immagine. C’era qualcosa di molto americano in tutto questo. Quelle persone volevano entrare nel mondo dello spettacolo, ma finivano spesso ai margini, nei luoghi meno visibili di quell’industria. Eppure continuavano a recitare una parte.
Arthur Jafa
È interessante, perché in un certo senso tutti recitiamo una parte. La differenza è che alcuni possono decidere quale interpretare, mentre altri devono accettare quella che viene loro assegnata. E poi ci sono quelli che prendono quella parte e la trasformano in qualcos’altro.
Nancy Spector
Le teche nere, le luci e gli sfondi artificiali di The Entertainers prolungano questa ambiguità. I soggetti sono persone reali, ma il loro ambiente sembra una scenografia.
Richard Prince
Non volevo renderli più autentici. Volevo che apparissero come apparivano quei luoghi: eccessivi, artificiali, un po’ pacchiani. C’è una bellezza in tutto questo, una bellezza che non deve essere corretta o ripulita per entrare in un museo.
Arthur Jafa
È proprio questo che mi interessa. L’artificio non è necessariamente una falsificazione: può essere un modo di esistere. Penso alla cultura nera, alla musica, alle trasformazioni che avvengono attraverso il campionamento. Prendi qualcosa che esiste già, lo sposti, lo metti in relazione con qualcos’altro. Improvvisamente significa anche una cosa diversa.
Nancy Spector
In Viriconium questa operazione si estende a una scala più ampia. Le sagome riuniscono figure storiche, musicisti, attivisti, poeti e immagini provenienti dall’arte e dai media. È come se l’autoritratto avesse smesso di avere un centro.
Arthur Jafa
Forse non ne ha mai avuto uno. L’idea che esista un nucleo stabile, una specie di persona originaria alla quale tutto il resto si aggiunge, mi sembra limitante. Io sono fatto di molte cose, alcune in contraddizione tra loro; altre non hanno niente a che vedere con la mia esperienza diretta. Ma sono comunque lì.
Richard Prince
Quando guardo un’immagine, non penso necessariamente a chi l’ha prodotta o a chi dovrebbe appartenere. Penso a quello che posso farne. Naturalmente, questo non significa che tutte le immagini siano uguali. Conta la scelta, e conta il modo in cui le metti insieme.
Nancy Spector
Il titolo Viriconium introduce un’altra dimensione. La città immaginaria di M. John Harrison è decadente, instabile, quasi irriconoscibile. Ti interessava l’idea di una città composta da tempi e identità differenti?
Arthur Jafa
Mi interessava l’idea di un luogo che non si riesce a fissare una volta per tutte, che continua a cambiare mentre lo si guarda. Le figure dell’opera non appartengono a un’unica storia, a una sola generazione o a una sola cultura. Si incontrano qui, ma non diventano per questo una cosa sola.
Nancy Spector
Eppure il lavoro porta con sé una storia americana molto precisa, segnata dalla violenza, dalle lotte per la giustizia sociale e da una straordinaria capacità d’invenzione. Come evitare che questa storia diventi l’unica chiave di lettura?
Arthur Jafa
Non credo che si debba evitare. La storia è lì, ma non esaurisce ciò che l’opera può essere. Se metto insieme Billie Holiday, Angela Davis, Walt Whitman e altre figure, non cerco di dimostrare una tesi sulla cultura americana. Costruisco un campo di relazioni. Le immagini hanno una loro vita, che non coincide completamente con il significato che attribuiamo loro.
Richard Prince
È anche una questione di libertà. Se ogni immagine deve rimanere dentro la categoria alla quale appartiene, diventa difficile fare qualsiasi cosa. L’interesse nasce quando qualcosa esce dal proprio posto e comincia a funzionare altrove.
Nancy Spector
Allora forse il rapporto tra The Entertainers e Viriconium sta proprio qui. Nel primo caso, le persone cercano di diventare immagini; nel secondo, le immagini sembrano diventare persone. In entrambi, l’identità si costruisce attraverso una moltitudine di presenze.
Arthur Jafa
Sì, ma non vorrei che pensassimo all’opera come a un semplice ritratto collettivo. Non sto dicendo che tutte queste persone siano me. Sto dicendo che il mio rapporto con loro fa parte di ciò che sono. È diverso. Un autoritratto può essere una forma di espansione, qualcosa che permette di uscire dai confini della propria biografia.
Richard Prince
E forse non è nemmeno necessario sapere esattamente dove finisci tu e dove comincia qualcun altro. A volte basta che l’immagine sia lì, davanti a te, e continui a fare qualcosa. Il resto può rimanere aperto.
Nancy Spector
Se queste opere ci invitano a ripensare l’identità come una moltitudine, la domanda conclusiva è allora questa: quando tutte queste immagini si separano dalle persone da cui provengono e cominciano a vivere insieme, che cosa rimane dell’autoritratto?
Arthur Jafa
Rimane la relazione. Non necessariamente una somiglianza, né una dichiarazione su chi sei. Rimane il fatto che hai messo insieme qualcosa che prima non esisteva in quella forma. E adesso esiste.
“Helter Skelter: Arthur Jafa and Richard Prince” Foto: Andrea Rossetti Courtesy Fondazione Prada, 2006.
Man Monster-Duffy / de Kooning Paintings
Richard Prince
Per anni mi hanno detto che rubavo immagini.
Arthur Jafa
Le rubavi?
Richard Prince
No. Cercavo di entrarci.
Arthur Jafa
È diverso.
Richard Prince
Molto diverso.
Arthur Jafa
Anch’io entro nelle immagini. Ma il problema è: che cosa succede quando il mondo non vuole lasciarti entrare? Quando alcune identità sono considerate naturali e altre vengono sempre viste come una maschera?
Richard Prince
Per questo il tuo autoritratto è così diretto.
Arthur Jafa
Non è un travestimento. È un esperimento di realtà.
Nancy Spector
L’accostamento tra i de Kooning Paintings di Prince e Man Monster-Duffy di Jafa non si esaurisce in una riflessione sul genere. Entrambi mettono in crisi l’idea che l’identità preceda la rappresentazione: è anche l’immagine a produrre il soggetto.
Richard Prince
Quando ho lavorato sui disegni di de Kooning non volevo correggerli.
Arthur Jafa
Li volevi contaminare.
Richard Prince
Esatto. La contaminazione è più interessante della critica. Prendi qualcosa che sembra stabile e, all’improvviso, non sai più come leggerlo.
Arthur Jafa
È quello che mi interessa di Mary Jones. Nel XIX secolo la chiamavano «Man Monster». Non riuscivano nemmeno a darle un nome senza trasformarla in un’anomalia.
Richard Prince
Le categorie sono rassicuranti.
Arthur Jafa
Sono soprattutto amministrative.
Richard Prince
Anche nel mondo dell’arte.
Arthur Jafa
Soprattutto nel mondo dell’arte.
Richard Prince
Sai qual è la differenza fra noi?
Arthur Jafa
Dimmela.
Richard Prince
Io parto da immagini che fingono di essere normali.
Arthur Jafa
Io parto da corpi che la cultura ha dichiarato impossibili.
Richard Prince
Eppure il procedimento è simile.
Arthur Jafa
Sì. In entrambi i casi bisogna spostare il punto da cui si guarda.
Nancy Spector
Prince altera anatomie già canoniche, intervenendo sul codice iconografico della pittura moderna. Jafa assume invece su di sé una figura storicamente espulsa dall’ordine simbolico occidentale. L’accostamento non cancella la differenza tra le due operazioni: mostra come ogni identità venga costruita, riconosciuta e negoziata attraverso le immagini.
Arthur Jafa
Mi interessa una domanda molto semplice.
Richard Prince
Quale?
Arthur Jafa
Puoi immaginare di essere qualcun altro senza trasformarlo in una versione di te stesso?
Richard Prince
Forse è questa la responsabilità dell’arte.
Arthur Jafa
O almeno il suo rischio.
“Helter Skelter: Arthur Jafa and Richard Prince” Foto: Andrea Rossetti Courtesy Fondazione Prada, 2006.
The White Album / White Paintings
Richard Prince
Mi ha sempre incuriosito una cosa.
Arthur Jafa
Quale?
Richard Prince
Il bianco raramente pensa di avere un’identità.
Arthur Jafa
Perché ha imparato a chiamarla normalità.
Richard Prince
Quando lavoravo alle White Paintings non stavo pensando alla razza.
Arthur Jafa
Lo so.
Richard Prince
Pensavo al linguaggio, alle battute, alla leggerezza con cui certe frasi attraversano una cultura.
Arthur Jafa
È esattamente lì che comincia il problema.
Nancy Spector
Le due opere sembrano partire da posizioni opposte. Prince raccoglie frammenti dell’umorismo americano; Jafa costruisce un montaggio sulla bianchezza come dispositivo culturale. Entrambi, però, osservano ciò che tende a rimanere invisibile proprio perché è continuamente esposto.
Arthur Jafa
Quando dico «white» non sto parlando del colore della pelle.
Richard Prince
Ma di una tecnologia.
Arthur Jafa
Di un’infrastruttura. Di un sistema che riesce a presentarsi come se non fosse un sistema.
Richard Prince
Come la pubblicità migliore.
Arthur Jafa
Esattamente.
Richard Prince
La pubblicità non ti ordina di desiderare qualcosa.
Arthur Jafa
Ti convince che quel desiderio fosse già tuo.
Richard Prince
È questo che mi interessa.
Arthur Jafa
Anche a me.
Richard Prince
Quando guardo una vecchia vignetta umoristica, mi interessa il momento in cui smette di essere divertente.
Arthur Jafa
Io, invece, mi chiedo perché facesse ridere.
Richard Prince
Sono due tempi diversi.
Arthur Jafa
Ma lavorano sullo stesso archivio.
Nancy Spector
Né The White Album né le White Paintings si limitano ad accusare singoli individui: entrambe interrogano una grammatica culturale. Le immagini raccolte da Jafa e le battute ricontestualizzate da Prince mostrano come stereotipi, desideri, paure e gerarchie continuino a circolare ben oltre il loro contesto originario. L’appropriazione diventa così uno strumento di archeologia culturale.
Arthur Jafa
Sai qual è la differenza fra memoria e archivio?
Richard Prince
No.
Arthur Jafa
La memoria dimentica. L’archivio no.
Richard Prince
E allora che cosa fa un artista?
Arthur Jafa
Decide quali immagini meritano di continuare a vivere.
Richard Prince
O quali devono finalmente essere guardate per quello che sono.
“Helter Skelter: Arthur Jafa and Richard Prince” Foto: Andrea Rossetti Courtesy Fondazione Prada, 2006.
Protest Paintings / I Don't Care About Your Past, I Just Want Our Love To Last / LeRage / Summer Rain
Richard Prince
Non ho mai pensato che un quadro potesse fermare una guerra.
Arthur Jafa
Nemmeno io.
Richard Prince
Allora perché continuiamo?
Arthur Jafa
Perché può impedire che una guerra venga dimenticata.
Richard Prince
Quando ho realizzato i Protest Paintings ho eliminato gli slogan.
Arthur Jafa
Lo so.
Richard Prince
Mi interessava il cartello, non il messaggio.
Arthur Jafa
Perché il cartello sopravvive alla manifestazione.
Richard Prince
Esatto.
Nancy Spector
Prince isola la forma della protesta, sottraendole le parole. Jafa, al contrario, lavora attraverso l’accumulo di immagini: fotografie, video, testimonianze, registrazioni. Due strategie differenti, accomunate da una domanda: come rendere visibile una violenza che rischia continuamente di essere assorbita dall’abitudine?
Arthur Jafa
Il problema non è mostrare la violenza.
Richard Prince
Qual è, allora?
Arthur Jafa
Che la violenza diventa rapidamente un genere visivo. Le persone imparano a riconoscerla senza sentirla.
Richard Prince
Come succede con la pubblicità.
Arthur Jafa
Sì. Ogni immagine può essere consumata.
Richard Prince
Per questo i miei cartelli sono vuoti.
Arthur Jafa
Sono vuoti perché lo spettatore li riempia?
Richard Prince
No. Perché nessuno possa appropriarsi del loro slogan.
Arthur Jafa
Io, invece, non posso lasciare il vuoto.
Richard Prince
Perché?
Arthur Jafa
Perché ci sono immagini che continuano a chiedere di essere viste. Corpi, volti, nomi. Se li elimino, ripeto la cancellazione che denuncio.
Nancy Spector
Nei collage di Summer Rain gli aerei militari sostituiscono il silenzio dei primi Protest Paintings. La protesta non è più un dispositivo astratto, ma un paesaggio attraversato dalla guerra. Nei lavori di Jafa, invece, la memoria della violenza razziale assume la forma di un archivio in continua espansione. In entrambi i casi l’opera non offre una soluzione: costruisce uno spazio di responsabilità.
Richard Prince
C’è una cosa che mi interessa delle immagini politiche.
Arthur Jafa
Quale?
Richard Prince
Che invecchiano molto male.
Arthur Jafa
Le immagini politiche?
Richard Prince
No. Le immagini che fingono di esserlo.
Arthur Jafa
Una vera immagine politica non coincide con un’opinione.
Richard Prince
Che cos’è, allora?
Arthur Jafa
È un’immagine che continua a produrre conseguenze anche quando il fatto è finito.
Richard Prince
Come una canzone che non riesci a smettere di sentire.
Arthur Jafa
O come un trauma.
Nancy Spector
È forse qui che le pratiche dei due artisti si avvicinano maggiormente. Prince lavora sul linguaggio della protesta, Jafa sulla memoria della violenza: l’uno sottrae, l’altro accumula. Entrambi mostrano come un’immagine possa continuare ad agire nel tempo, modificando il modo in cui chi guarda si rapporta a ciò che è accaduto.
“Helter Skelter: Arthur Jafa and Richard Prince” Foto: Andrea Rossetti Courtesy Fondazione Prada, 2006.
BEN GAZARRA / Spiritual America
Arthur Jafa
C’è una differenza tra modificare un’immagine e modificarne la storia.
Richard Prince
L’immagine non dimentica mai la sua prima vita.
Arthur Jafa
No. Ma può ricordarne una che non ha mai avuto.
Richard Prince
Quando rifotografavo una fotografia, tutti parlavano di copia.
Arthur Jafa
Io non ho mai visto copie. Ho sempre visto immagini che chiedono di essere rilette.
Nancy Spector
Le opere riunite in questa sala non si limitano a utilizzare immagini preesistenti: intervengono su materiali già sedimentati nell’immaginario collettivo. L’appropriazione non è una semplice citazione, ma un’operazione capace di modificare il modo in cui un’immagine continua a produrre significato.
Arthur Jafa
Taxi Driver racconta una storia, ma ne contiene un’altra: quella che il film non ha potuto raccontare.
Richard Prince
Ogni immagine lascia qualcosa fuori campo.
Arthur Jafa
Il montaggio serve a questo: a spostare il centro. Non inventa nulla, fa emergere ciò che era già presente.
Richard Prince
Anch’io ho sempre pensato che un’immagine fosse più intelligente del suo autore. Per questo non mi interessa spiegare le fotografie. Preferisco ascoltarle.
Nancy Spector
In BEN GAZARRA, Arthur Jafa interviene sul cinema come se fosse un documento incompleto. Il montaggio diventa una forma di archeologia critica. Accanto, Spiritual America di Alfred Stieglitz introduce un’altra genealogia: quella di un’immagine che, attraverso l’appropriazione di Richard Prince, cambia radicalmente statuto. Nessuna delle due opere cancella il passato; entrambe lo costringono a riapparire sotto una luce diversa.
Richard Prince
La fotografia promette sempre una verità.
Arthur Jafa
Che puntualmente tradisce.
Richard Prince
È proprio per questo che continuo a fidarmi delle immagini.
Arthur Jafa
Io, invece, mi fido dei montaggi. Ogni montaggio è una presa di posizione. Dire «questa immagine accanto a quest’altra» significa già cambiare il mondo.
Richard Prince
Quando una fotografia viene pubblicata, sembra finita. In realtà è soltanto l’inizio.
Arthur Jafa
Le immagini non sono immobili. Continuano a essere montate nella testa di chi le guarda.
Nancy Spector
Le due opere condividono una convinzione fondamentale: le immagini non sono archivi neutrali, ma campi di conflitto. La storia non è semplicemente custodita nei documenti; prende forma anche attraverso le modalità della loro circolazione e rilettura. Ogni nuova immagine può modificare retroattivamente quelle che l’hanno preceduta.
Richard Prince
Forse il problema non è chiedersi se un’immagine dica la verità.
Arthur Jafa
Ma capire quale verità abbia reso invisibile.
“Helter Skelter: Arthur Jafa and Richard Prince” Foto: Andrea Rossetti Courtesy Fondazione Prada, 2006.
Publicity / Untitled (Venice 2026) / Tire Planter
Richard Prince
Non ho mai collezionato celebrità. Ho collezionato fotografie di celebrità. È una cosa diversa.
Arthur Jafa
Nemmeno io raccolgo immagini. Raccolgo relazioni. Ogni immagine mi porta sempre verso un’altra.
Nancy Spector
Entrambi costruiscono archivi, senza cercare di ordinare il mondo in modo definitivo. Le immagini vengono lasciate libere di migrare, producendo connessioni inattese. Più che collezioni, questi insiemi sono sistemi di circolazione e trasformazione.
Richard Prince
Quando firmavo una fotografia già autografata, non volevo aggiungere il mio nome. Volevo complicare l’idea di proprietà. Chi firma davvero un’immagine? Chi l’ha scattata? Chi la possiede? Chi la guarda?
Arthur Jafa
Le immagini non appartengono a nessuno. Appartengono alla loro capacità di circolare. Per questo internet non ha cambiato il mio lavoro: ha semplicemente accelerato qualcosa che esisteva già.
Richard Prince
Una fotografia pubblicitaria nasce per essere consumata. Io cercavo di rallentarla.
Arthur Jafa
Io faccio quasi il contrario. Le lascio correre, ma durante la corsa cambiano significato.
Nancy Spector
Le Publicities di Prince sono costellazioni di volti celebri, dediche, copertine e frammenti editoriali. Gli assemblaggi di Jafa attraversano musica, politica, sport, cinema e cronaca. In entrambi i casi, l’immagine perde la propria autonomia e diventa un nodo all’interno di una rete più ampia.
Arthur Jafa
La cultura americana produce immagini più velocemente di quanto riesca a comprenderle.
Richard Prince
Per questo bisogna imparare a guardare lentamente.
Arthur Jafa
Oppure molto velocemente, fino a quando le connessioni cominciano a comparire da sole.
Richard Prince
Sai cosa mi interessa delle fotografie delle celebrità? Non la fama, ma il desiderio. La fotografia è sempre qualcuno che vuole essere visto.
Arthur Jafa
E qualcun altro che vuole vedere. Tra queste due volontà nasce tutto il resto.
Nancy Spector
L’opera non coincide con l’immagine esposta, ma con il percorso che essa ha attraversato e con quello che continuerà ad attraversare. È un processo aperto, nel quale appropriazione, memoria e circolazione diventano aspetti di un’unica economia del visibile.
Richard Prince
Forse oggi non viviamo più dentro una cultura delle immagini.
Arthur Jafa
Viviamo dentro il loro movimento.
Richard Prince
Sì. Le immagini non aspettano più di essere guardate. Sono già passate oltre.
“Helter Skelter: Arthur Jafa and Richard Prince” Foto: Andrea Rossetti Courtesy Fondazione Prada, 2006.
SloPEX / Bitches and Bastards / Criminals and Celebrities / Two or Three Worlds
Richard Prince
Non ho mai pensato alle immagini una alla volta. Mi interessavano quando cominciavano a stare insieme.
Arthur Jafa
Nemmeno io. Una singola immagine è quasi sempre troppo educata.
Richard Prince
Sul tavolo del mio studio ce n’erano centinaia. Le spostavo, le riunivo, poi le dividevo di nuovo. Non cercavo un ordine: aspettavo che fosse l’ordine a trovare me.
Nancy Spector
Sia Prince sia Jafa lavorano come montatori prima ancora che come fotografi o scultori. L’opera prende forma molto prima della sua configurazione definitiva, nel tempo dell’accumulazione, della selezione e della ricombinazione. L’archivio non è un deposito, ma un dispositivo di pensiero.
Arthur Jafa
Anch’io passo molto tempo semplicemente a guardare. Una fotografia cambia completamente quando ne arriva un’altra, poi una terza. Alla fine non sai più quale stai osservando.
Richard Prince
Le immagini parlano tra loro. Noi arriviamo sempre dopo.
Arthur Jafa
È per questo che non credo molto nell’ispirazione. Credo nella durata: lasciare che un’immagine incontri quella di cui aveva bisogno.
Richard Prince
Molti pensano che scegliere sia un gesto. Per me è soprattutto un’attesa.
Nancy Spector
I pannelli fotografici di Prince e il flusso di 841 immagini che costituisce SloPEX condividono una logica compositiva: non illustrano un tema, ma costruiscono un campo di relazioni. Ogni immagine modifica retroattivamente le altre. Il significato non risiede soltanto nei singoli frammenti, ma anche negli intervalli che li separano.
Arthur Jafa
Quando monto un video, non penso alla sequenza. Penso alla tensione.
Richard Prince
Anch’io. L’intervallo è più importante delle immagini.
Arthur Jafa
La gente vede una successione. Io vedo collisioni.
Richard Prince
Una fotografia da sola descrive qualcosa. Due fotografie cominciano a pensare.
Arthur Jafa
E cento immagini?
Richard Prince
Producono una memoria. Non la rappresentano: la costruiscono.
Nancy Spector
In questa sala l’archivio si allontana dalla funzione di semplice deposito documentario e diventa una macchina capace di generare associazioni. È una pratica che attraversa la storia dell’arte, la musica, il cinema e la letteratura: pensare significa anche montare.
Arthur Jafa
C’è chi crede che internet abbia inventato questa velocità.
Richard Prince
No. Ha soltanto reso visibile qualcosa che era già nelle immagini.
Arthur Jafa
Le immagini hanno sempre cercato altre immagini.
Richard Prince
Noi siamo soltanto il luogo del loro incontro.
Nancy Spector
Forse è qui che le pratiche dei due artisti si avvicinano maggiormente. Entrambi mettono in discussione l’idea romantica dell’autore come origine dell’opera. L’artista non inventa necessariamente le immagini: costruisce le condizioni perché entrino in relazione. Ogni montaggio diventa così una teoria del mondo, ogni costellazione una forma di conoscenza.
“Helter Skelter: Arthur Jafa and Richard Prince” Foto: Andrea Rossetti Courtesy Fondazione Prada, 2006.
Mickey Mouse Was a Scorpio / Abstract Threat / Graduation / It's All Over
Richard Prince
Le immagini non chiedono il permesso.
Arthur Jafa
Nemmeno la memoria.
Richard Prince
Per anni mi hanno chiesto se rubassi fotografie. Non ho mai saputo rispondere. Per rubare qualcosa bisogna credere che appartenga a qualcuno.
Arthur Jafa
Per un afroamericano la parola «proprietà» ha sempre avuto un suono diverso. Per secoli siamo stati noi la proprietà, prima ancora di possedere immagini.
Nancy Spector
È su questa frattura che le pratiche dei due artisti entrano in relazione. L’appropriazione diventa una riflessione sul rapporto tra immagine, possesso e potere. Riutilizzare un’immagine significa intervenire sul sistema di relazioni da cui proviene, mettendone in discussione le condizioni di circolazione.
Richard Prince
Quando trovo una fotografia non penso mai: «È mia». Penso: «Che cosa può ancora diventare?».
Arthur Jafa
Le immagini sono organismi. Migrano, mutano, sopravvivono.
Richard Prince
L’arte arriva sempre dopo.
Arthur Jafa
Molto dopo.
Richard Prince
Per questo non credo nell’originale. Esistono soltanto primi passaggi.
Arthur Jafa
E ogni passaggio lascia una traccia. Come una cicatrice.
Nancy Spector
Nei collage pittorici di Prince convivono de Kooning, pin-up, rastafariani, slogan e fumetti. In Mickey Mouse Was a Scorpio, Jafa accosta Topolino, cosmologie africane, cultura popolare, storia della violenza e mitologie contemporanee. Le immagini vengono sottratte a gerarchie prestabilite e messe alla prova attraverso nuove prossimità.
Arthur Jafa
Quando due immagini lontanissime finiscono vicine, non producono una metafora. Producono una realtà nuova.
Richard Prince
Sì. È il momento che aspetto sempre: quando smetto di riconoscere da dove arrivano.
Arthur Jafa
Perché finalmente appartengono al presente.
Richard Prince
Le persone parlano di citazione. Io parlerei piuttosto di reincarnazione.
Arthur Jafa
Mi piace. Le immagini cambiano corpo, ma non energia.
Nancy Spector
In questa sala il ready-made cessa di essere soltanto un oggetto scelto e diventa un principio operativo. Le immagini vengono sottratte alla loro funzione originaria per intensificare la capacità di produrre relazioni inattese. Il montaggio non si limita a riorganizzare ciò che esiste: interviene sulle condizioni attraverso cui qualcosa acquista significato.
Richard Prince
Sai qual è l’unica cosa che davvero possediamo?
Arthur Jafa
No.
Richard Prince
Il modo in cui guardiamo.
Arthur Jafa
Nemmeno quello. Anche il nostro sguardo arriva da qualcun altro.
Richard Prince
Allora forse non siamo altro che un passaggio.
Nancy Spector
È forse questa la conclusione implicita della mostra: le immagini non hanno un’origine o una destinazione definitive. Attraversano autori, media, epoche e corpi. Prince e Jafa le intercettano nel loro movimento, mostrando che ogni immagine può essere nuovamente vista, rimontata e trasformata.
Richard Prince
Allora forse non siamo altro che un passaggio.
Nancy Spector:
Ed è forse questa la conclusione implicita dell'intera mostra: le immagini non hanno origine né destinazione definitiva. Attraversano autori, media, epoche e corpi. Prince e Jafa non le producono dal nulla; le intercettano nel loro movimento, mostrando che ogni immagine vive soltanto nella possibilità di essere nuovamente vista, rimontata e trasformata.
“Helter Skelter: Arthur Jafa and Richard Prince” Foto: Andrea Rossetti Courtesy Fondazione Prada, 2006.
akingdoncomethas
Arthur Jafa
Non sono una persona religiosa.
Richard Prince
Nemmeno io.
Arthur Jafa
Eppure continuo a tornare nelle chiese.
Richard Prince
Io continuo a tornare nelle immagini.
Nancy Spector
Il percorso si conclude con un’opera che sembra allontanarsi dall’appropriazione, portandola invece alle sue estreme conseguenze. Jafa non raccoglie soltanto immagini, ma voci, canti, gesti e ritmi. La memoria culturale diventa un’esperienza incorporata, capace di sopravvivere anche quando l’archivio è stato distrutto.
Arthur Jafa
La schiavitù ha portato via quasi tutto. Restavano il corpo, la voce, il ritmo.
Richard Prince
Forse è sempre stato così. Le immagini arrivano dopo.
Arthur Jafa
Molto dopo. Prima viene il modo in cui un corpo attraversa il mondo.
Richard Prince
È curioso. Per tutta la vita ho pensato di lavorare con fotografie. Adesso mi sembra di avere sempre lavorato con fantasmi.
Nancy Spector
In akingdoncomethas il montaggio perde la violenza sincopata di altri lavori di Jafa. Le immagini delle congregazioni pentecostali, il gospel, le mani alzate, gli incendi sulle colline di Los Angeles e il sole già apparso in Love Is the Message, The Message Is Death costruiscono una meditazione sul tempo più che sulla cronaca. La fede non è presentata come dottrina, ma come energia collettiva capace di resistere alla storia.
Arthur Jafa
Quando dico «Credo nei neri che credono» non sto parlando di Dio. Sto parlando della capacità di continuare.
Richard Prince
Continuare è una parola bellissima. Gli artisti la usano poco.
Arthur Jafa
Perché preferiscono parlare di futuro.
Richard Prince
Io ho sempre pensato che il futuro fosse un archivio.
Arthur Jafa
No. Il futuro è un ritmo. Qualcosa che continua anche quando nessuno lo ascolta.
Nancy Spector
L’intera mostra potrebbe essere riletta a partire da quest’ultima opera. Le automobili, i cowboy, i media, le celebrità, il cinema, la protesta, la razza, la pornografia e la pubblicità non esauriscono il soggetto del percorso. Ogni sala interroga piuttosto le condizioni attraverso cui una cultura conserva, trasforma e trasmette le proprie immagini. Alla fine, ciò che resta è il movimento.
Richard Prince
Sai cosa mi colpisce? Abbiamo parlato per tutto il tempo di immagini. Ma le opere che ricordo meglio sono quelle che continuano a produrre un suono.
Arthur Jafa
Perché il suono non si lascia fissare.
Richard Prince
Come la memoria.
Arthur Jafa
Forse è qui che la conversazione può interrompersi. Non perché tutto sia stato detto, ma perché quest’ultima opera suggerisce che nessuna immagine coincide con ciò che mostra. Ogni immagine trattiene un’eccedenza: un ritmo, una voce, una promessa. Prince e Jafa hanno attraversato la cultura americana seguendo strade diverse, ma arrivano a un’intuizione comune: le immagini non sono soltanto il luogo in cui il mondo si rappresenta, ma quello in cui continua ostinatamente a trasformarsi.
“Helter Skelter: Arthur Jafa and Richard Prince” Foto: Andrea Rossetti Courtesy Fondazione Prada, 2006.
a cura di Nancy Spector
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