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Bologna
ART CITY
Lo Sguardo Scopico

 
Alexandra Pirici Alexandra Pirici, Leaking Territories ongoing action 2017. Exhibition view Skulptur Projekte Muenster 2017. Photo by Alexandra Pirici


ART CITY
Lo Sguardo Scopico



Entrare in Art City Bologna significa attraversare un ambiente visivo prima ancora che una sequenza di mostre. La città si configura come campo espanso di apparizione in cui opere, corpi e architetture si intrecciano producendo una realtà intensificata, intesa ad abitare un sistema di visibilità che organizza percorsi, tempi e soglie. L’esperienza immersiva non è un effetto collaterale, è la condizione primaria dello sguardo. In questo modalità la città diventa un dispositivo visivo, un ambiente che orienta la percezione e distribuisce le possibilità del vedere.

In un contesto simile una domanda diventa inevitabile - che cos’è un’opera quando si diffonde nello spazio urbano, quando si intreccia con l’architettura e con il movimento dei visitatori? L’immagine che ne deriva, la sua persistenza non appare più come semplice oggetto frontale ma come evento situato, dispositivo che orienta la percezione e organizza l’esperienza dell'osservatore. Gli studi di cultura visuale hanno mostrato come l’immagine e la sua trama possono non essere ridotti ad una rappresentazione che si produce nel tempo. E' piuttosto un nodo di relazioni fra corpo, spazio e media. La distinzione tra immagine nella prospettiva del visibile - materiale, mentale e ambiente visivo tende così a farsi porosa, lasciando emergere un campo in cui il visibile della visione coincide con il processo dinamico e continuo dell'apparizione.

In Art City Bologna, i regimi dello sguardo – regole e dispositivi che orientano il vedere – non si succedono linearmente, ma coesistono allo sguardo rapido e intermittente di chi attraversa la città si affianca una percezione che cerca durata, opacità e profondità. L’esperienza contemporanea dell’immagine tende sempre più a configurarsi come immersione in un ambiente che avvolge e coinvolge l'osservatore in una continuità percettiva apparentemente senza fratture. Tuttavia questa ambientalità non annulla la grammatica dello sguardo, la rende piuttosto più pervasiva.

Gli studi di cultura visuale mostrano come ogni epoca organizzi il visibile attraverso specifici regimi scopici, concetto introdotto da Christian Metz e ampliato da Martin Jay, che evidenziano il carattere storicamente situato del vedere. Guardare non significa più contemplare una forma, ma attraversare il visibile, orientarsi tra instabilità e resistenza. È uno scarto riflessivo, che riconosce le condizioni culturali e percettive che strutturano l’esperienza dello sguardo, alimentando una percezione cinetica, di profondità e di immagini di soglia: eventi e corpi sembrano cadere nello spazio della visione come elementi di una stessa deriva, trascinati da un tempo che non scorre semplicemente, ma si addensa, precipita, affonda. In questo scenario, l’atto di guardare – lo sguardo che cerca profondità, durata e resistenza – non coincide più con la contemplazione distaccata di una forma, ma con un attraversamento del visibile che implica orientamento, instabilità e tensione percettiva. Riconoscere questa complessità significa spostarsi dal semplice vedere al vedere il vedere, prendendo coscienza delle condizioni culturali e percettive che rendono possibile l’esperienza dello sguardo. Nel video ambientale Resto dei MASBEDO l’immagine non si offre come superficie stabile, ma come spazio stratificato in cui tempo, memoria e corpo dello spettatore si depositano. Gli eventi e i corpi sembrano cadere nello spazio della visione come elementi di una stessa deriva, trascinati da un tempo che non scorre linearmente, ma si addensa e precipita. La profondità non è soltanto un effetto prospettico, diventa una condizione percettiva che coinvolge lo spettatore in un campo visivo in cui superficiale e abissale coincidono.

L’immersione promette trasparenza, l’illusione di un accesso diretto al visibile. Tuttavia ogni dispositivo visivo produce anche opacità, soglie e zone di frizione che rendono percepibile la mediazione dello sguardo. Michel Foucault ha mostrato come i diversi campi del sapere – medico, psichiatrico, carcerario – costruiscano specifici regimi di visibilità, definendo non solo ciò che può essere visto, ma anche la posizione di chi guarda. L’immagine non è mai pura presenza, è sempre un dispositivo che organizza la relazione tra visibile e osservatore.

All’interno dello spazio anatomico della Biblioteca dell'Archiginnasio, e in particolare del Teatro Anatomico con Alexandra Pirici in Rejoin, azione performativa ed elemento scultoreo, questa dinamica diventa evidente. L’architettura, nata per l’osservazione pubblica del corpo, manifesta il carattere strutturato dello sguardo scientifico. Ma la scena contemporanea introduce una torsione decisiva: non è più soltanto l’opera a essere guardata, ma lo spettatore stesso, esposto e implicato in un campo percettivo che lo costringe a prendere posizione. Il movimento del corpo, la metamorfosi delle forme e la compresenza di elementi organici e artificiali trasformano la visione in un processo dinamico, in cui lo sguardo segue, anticipa e ricompone ciò che accade. Guardare non coincide più con distanza contemplativa, ma con partecipazione percettiva, lo spettatore deve orientarsi dentro relazioni instabili, apprendere e negoziare il movimento, rendendo visibile la propria condizione percettiva.

La scultura di Michael E. Smith a Palazzo Bentivoglio obbliga il corpo dello spettatore a ridefinire continuamente la propria posizione nello spazio. In un contesto immersivo come Art City Bologna, queste pratiche non chiedono soltanto di essere viste, ma invitano a riconoscere il modo in cui stiamo guardando. È qui che emerge ciò che potremmo definire uno sguardo di soglia, una modalità percettiva sospesa tra apparizione e sottrazione, tra luce e opacità. In alcune situazioni lo spazio visivo si rarefà fino a una luminosità minima, quasi quantica, frammentata in particelle di luce che non costruiscono immediatamente una forma ma obbligano l’occhio a cercarla. Altrove, al contrario, la percezione si organizza come vibrazione diffusa, una luce instabile che attraversa oggetti e superfici senza fissarsi in un’immagine stabile. In entrambi i casi lo sguardo diventa relativo, costretto a muoversi lentamente, a negoziare con l’incertezza del visibile. L’opacità degli oggetti, la riduzione della luce e l’alterazione dei percorsi espositivi producono una frattura rispetto alla logica spettacolare dell’immagine, guardare diventa un atto fragile e attento, un’esplorazione quasi tattile dello spazio.

Se un regime scopico stabilisce ciò che merita attenzione e ciò che può essere visto con chiarezza, queste pratiche ne destabilizzano silenziosamente le gerarchie, restituendo al visibile la sua zona d’ombra e trasformando la visione in un’esperienza liminare, sempre sul punto di formarsi o di dissolversi.

MasbedoMASBEDO, Resto, 2021, installation view at Floating Cinema – Unknown Waters Venice, ph. Riccardo Banfi


MASBEDO
RESTO


Alessandro Rabottini
Qualcosa di pesante che cade, qualcuno di leggero che affonda.
C'è un'immagine che ricorre, fino allo sfinimento del suo significato, quando si evocano lo scorrere del tempo e la moltitudine degli eventi che sommerge l'umanità, ed è l'immagine della deriva, il senso di qualcosa che viene travolto e inabissato. A voler assecondare questa metafora marittima - che tramuta l'accadere delle cose e il loro trascorrere in una tempesta rovinosa - possiamo guardare alle date e ai numeri come a una qualche forma di punto di riferimento, come a una mappa stellare che, seppure orienta, non sempre salva. Questo conforto cronologico, che assimila la distruzione a una materia statistica e registra la rinascita, seppellisce spesso nei numeri qualcosa di incommensurabile. Ci persuade che gli eventi diano forma al passare del tempo quando quest'ultimo è invece una cosa fosca, che monta come la guerra, affatto limpido al fondo: una partitura di cose che cadono, come le bombe, e di corpi che affondano. Il tempo scandito dagli eventi è un tempo amministrato verticalmente: qualcuno decide che qualcosa di molto pesante deve cadere dall'alto e che qualcosa di molto leggero deve annegare. C'è una simile precisione gravitazionale nella ferocia quando viene distribuita: l'esattezza di chi assalta e la solerzia di chi non presta soccorso.

Resto
Ci sono occasioni in cui i corpi e le cose tornano insieme, come aggregati attorno tette, altri corpi respinti e perduti. a un centro che li accoglie, per poi tornare a disperdersi, alcune cose salvate e protette, altri corpi respinti e perduti.
Nel 2021, Nicolò Massazza e Iacopo Bedogni - due artisti che operano sotto il nome di MASBEDO - filmano Maurizio Salerno mentre esegue un Andante di Gio- vanni Andrea Fioroni agli organi di due chiese milanesi, Santa Maria della Passione e Santa Maria Annunciata in Chiesa Rossa. Composta nella seconda metà del Sette- cento, è una musica mesta, di una mestizia essenziale. Il suo è un andamento quieto, come di una melodia che è stata a lungo trascurata. Non possiede la solennità di un requiem ed è forse adatta al commiato di qualcuno che, visto di spalle, si allontana.
Queste note provengono da uno schermo LED montato su un'imbarcazione che vediamo oscillare nelle acque palermitane, tra Mondello e l'Addaura, e in quel giorno le acque erano placide e quieto, infatti, è il suono del loro risciacquo. Placido è anche il movimento della telecamera, che compie un giro completo attor- no alla barca e che nel compiere questa rotazione intercetta un'alternanza acustica: ci sono momenti in cui alla musica di Fioroni si sovrappone il ronzio meccanico che tiene in vita il battello, momenti in cui è invece l'acqua l'unica a suonare. un tipo di imbarcazione, la draga, usata per scavi subacquei, per liberare i fondali, per rimuovere.

Installata oggi nell'Oratorio di San Filippo Neri a Bologna, Resto - questo il titolo dell'opera - "riporta a casa" una musica coeva all'edificio, dopo averla fatta tran- sitare e sostare in acque mediterranee, non lontane da altre acque che hanno visto altri transiti arrestarsi. In questo luogo che ancora ricorda la propria distruzione, una musica pare chiedere ascolto a chi è morto non ricordato.
Nello spazio di una mostra temporanea e nel suo tempo limitato, ci sono cose e storie che tornano insieme, come aggregate attorno a un centro che le accoglie, per poi tornare a disperdersi. Ci sono luoghi e temporalità che si intrecciano tra loro per qualche giorno e che poi riprendono a seguire, ciascuno, una traiettoria divergente: strumenti musicali di un altro secolo e coste italiane, crolli di ieri e migrazioni di oggi, ferro piovuto e corpi affondati, musiche ancora presenti e l'acqua che zittisce.
La musica è una cosa strana: a volte è concepita per omaggiare i morti, ma solo i vivi la possono ascoltare.

Alexandra PiriciAlexandra Pirici, Rejoin, Teatro Anatomico dell’Archiginnasio,Bologna.


Alexandra Pirici. Rejoin
Biblioteca dell'Archiginnasio | Teatro Anatomico
azione performativa ed elemento scultoreo.

Alexandra Pirici intreccia danza, scultura, musica e parola in azioni e ambienti performativi che interrogano i modi in cui i corpi producono e trasmettono conoscenza. Considerata una delle voci più autorevoli della performance contemporanea, ha indagato le potenzialità insite nei processi di embodied knowledge (sapere incarnato). Per Pirici, la corporeità è insieme archivio e dispositivo dinamico di risignificazione: un campo di azione in cui il corpo riattiva tracce di esperienze passate, ma si afferma soprattutto come strumento primario di conoscenza, capace di generare nuove interpretazioni e promuovere forme di connessione e partecipazione. Come sostiene l’artista: «Muoversi in modo differente significa pensare in modo differente» (Moving differently is thinking differently).

In forte risonanza con il dibattito filosofico e scientifico contemporaneo, l’approccio formale e teorico dell’artista legge la nostra presenza – osservata nella sua affascinante materialità – come intimamente intrecciata ai sistemi organici e tecnologici che abitiamo. Una prospettiva che mette in luce l’inattualità delle distinzioni binarie proprie della filosofia umanista moderna e propone una continuità porosa e inestricabile tra l’essere umano e le cosiddette alterità (più-che-umane). Per ART CITY 2026, Pirici presenta Rejoin, una nuova produzione realizzata appositamente per il Teatro Anatomico della Biblioteca comunale dell’Archiginnasio, fin dalla sua costruzione nel XVII secolo sede delle dissezioni pubbliche della Scuola di Medicina.

Paradigma dell’osservazione meccanicistica e disincantata della materia tipica del metodo scientifico moderno, Pirici trasforma l’autopsia in un processo di “ricollegamento” – da cui il titolo Rejoin – con i sistemi complessi di cui ogni corpo fa parte. Al distacco e alla distinzione tra essere umano e natura, tra spirito e corpo – incarnato nella separazione tra il corpo-oggetto di studio e la struttura teatrale dell’aula anatomica – l’artista contrappone una presenza metamorfica che si muove in una continua riconfigurazione.

La performer abita diverse forme di vita. Incarna figure del mondo naturale e femminile, costruite radizionalmente quali oggetti passivi e subalterni che sembrano acquisire senso soltanto tramite categorie scientifiche, come la Venerina – disturbante riproduzione in cera di una donna gravida morente conservata a Palazzo Poggi, catturata in una posizione cedevole, erotica e innaturale. È anche un animale, una pianta, un’intelligenza artificiale: un continuo fluire tra corporeità umana e più-che-umana. Comunica con il pubblico replicando modelli generativi di linguaggio artificiale e ibrida i saperi accademici con riferimenti dalla cultura pop (per esempio Lived in Bars di Cat Power). Quasi a immaginare un futuro possibile, una scultura d’acciaio sembra evocare una compagnia aliena che osserva, accompagna e vigila sul corpo nelle sue transizioni. Il cilindro di vetro ospita formazioni minerali autostrutturanti: un giardino chimico che continuerà a svilupparsi durante i giorni di mostra a testimonianza della vitalità caotica e generativa che attraversa ogni granello di materia.

All’interno del Teatro Anatomico, Rejoin interviene su un luogo simbolo dell’osservazione scientifica del corpo come oggetto di studio. Pirici ribalta questa prospettiva trasformando l’atto dell’autopsia in un processo di riconnessione, evocato già nel titolo dell’opera. Alla logica del distacco e dell’analisi, l’artista oppone una presenza in costante trasformazione, che attraversa e riformula i confini tra soggetto e ambiente.

La performer assume forme multiple, passando da figure del mondo naturale a riferimenti femminili storicamente costruiti come passivi o subordinati, fino a incarnare elementi animali, vegetali e tecnologici. Il corpo si muove tra dimensioni umane e più-che-umane, intrecciando modelli linguistici generativi, saperi accademici e citazioni dalla cultura pop. Accanto all’azione performativa, una scultura in acciaio e vetro introduce un ulteriore livello di lettura: al suo interno, formazioni minerali autostrutturanti danno vita a un giardino chimico in continua evoluzione, destinato a trasformarsi nel corso dei giorni di mostra, rendendo visibile la vitalità instabile e generativa della materia.

Michael SmithMichael E. Smith, Back in our minds laser, tub. Palazzo Bentivoglio Bologna


Michael E. Smith CC
Palazzo Bentivoglio Bologna

Note on CC
Romeo Castellucci
Un paio di vecchi visori per la realtà virtuale sono allineati a terra. Nell'elastico che li assicura alla nuca è inserito un piccolo libro aperto a metà: le sue pagine centrali, di carta specchiante, sono rivolte ai bulbi oculari.

Rovesciare i propri occhi è tornato dopo cinquantacinque anni, ma non come rimando all'opera capitale di Giuseppe Penone; si tratta piuttosto di un originale americano del nostro tempo. Posti all'inizio del percorso, i visori non invitano soltanto a rovesciare lo sguardo, ma anche a capovolgere il pensiero. È a questo che chiama Smith, artista che seleziona tra le scorie del capitalismo e ne apparecchia le rovine.

Qui, però, non c'è giudizio né lamentazione. Al contrario, è attraverso la cura che l'artista risignifica la negligenza esistenziale della Waste Land che abitiamo, riordinando i rifiuti antropologici mediante le relazioni poetiche che si innescano tra di essi. È proprio nei correlativi oggettivi di cui parla T. S. Eliot che si rivela la potenza poetica di Smith: un artista maggiore del nostro tempo, capace di vedere nelle cose quello che non si vede.

Michael E. Smith CC
Luce e spazio
Simone Menegoi
Smith ha raggiunto la notorietà internazionale tanto per le sue opere quanto per suo approccio agli spazi espositivi (la parola "allestimento", a riguardo, è troppo limitata). Ho già accennato a uno dei modi più caratteristici in cui l'artista modifica i luoghi in cui espone: quello di alterarne l'illuminazione, spesso riducendola al minimo. Un'altra strategia caratteristica di Smith quando affronta uno spazio espositivo è quella di metterne a nudo le componenti strutturali (impianti elettrici e di aerazione, porte di servizio) e includere nel percorso di visita aree che di solito non ne fanno parte (la reception, i locali tecnici, le toi- lette). Dopo il suo intervento, musei e gallerie, luoghi improntati a uno standard di massima accessibilità e visibilità, si trasformano in spazi incerti, infidi, in cui l'illuminazione inattesa, il percorso alterato, il vuoto prevalente, lo statuto ambiguo degli oggetti presenti, spingono lo spettatore a muoversi con circospezione, i sensi all'erta, ispezionando ogni dettaglio di ciò che lo circonda.

 


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