Max Planck Institut Armin Linke
The City as Archive. Florence
Allestita negli straordinari spazi di Palazzo Grifoni Budini Gattai, che per anni hanno ospitato la Fototeca del Kunsthistorisches Institut in Florenz – Max-Planck-Institut (KHI), la mostra Armin Linke: The City as Archive. Florence propone una lettura critica e immersiva della città attraverso le fotografie dell’artista italo-tedesco Armin Linke, poste in dialogo con immagini storiche e documentarie della Fototeca. L’esposizione esplora archivi, musei e collezioni in cui opere d’arte, documenti e materiali si sono sedimentati nel tempo, contribuendo a formare e trasformare l’immaginario urbano.
Un racconto che restituisce Firenze come laboratorio di conoscenza e memoria collettiva, oltre i percorsi turistici tradizionali.
La mostra presenta dunque una selezione di musei, archivi e collezioni fiorentine “visitate” dalla camera di Armin Linke: Archivio di Stato, Erbario Centrale, Istituto Geografico Militare, Opificio delle Pietre Dure, Museo Galileo, Museo La Specola, Museo Bardini e Archivi Storici dell’Unione Europea, ma anche Opera di Santa Croce, Museo Archeologico Nazionale di Firenze, Museo di Antropologia e Etnologia, Archivio Gucci, Osservatorio Astrofisico di Arcetri, Villa Galileo, Fondazione Alinari per la Fotografia, Villa La Quiete e Istituto Agronomico per l’Oltremare, presentate con fotografie storiche del David di Michelangelo, dell’alluvione, delle distruzioni belliche, e di allestimenti museali dell’Ottocento e del Novecento.
L’itinerario si inserisce in un discorso più ampio sull’archiviazione, la sedimentazione e l’attivazione della conoscenza, sulla produzione e sulle politiche dell’arte e del patrimonio culturale, e sulla separazione fra cultura e natura, al di là delle narrazioni tradizionali su Firenze.
La mostra riflette sul ruolo della fotografia nella creazione del patrimonio culturale e nella costruzione di valori condivisi, superando la consueta distinzione tra fotografia artistica e documentaria.
Evidenzia inoltre l’atto visionario di Anna Maria Luisa de’ Medici, ultima esponente della dinastia medicea, che con il Patto di Famiglia del 1737 fu iniziatrice di una concezione moderna dei musei pubblici.
"Armin Linke: The City as Archive. Florence ha diversi livelli di lettura e si rivolge non solo agli specialisti.
In questo progetto Firenze si è attivata come un vero e proprio laboratorio di sperimentazioni sull’arte e sulla scienza, in un dialogo fra il mondo storico e quello contemporaneo. Ci interessava lo sguardo molto preciso dell’artista con la sua fotocamera, che ha intersecato i nostri percorsi di ricerca con un arricchimento reciproco delle prospettive. Abbiamo cercato di seguire i processi di separazione dei saperi che hanno portato alla formazione di tante istituzioni fiorentine – insieme alla questione del costo di questa separazione, proprio in un momento in cui viviamo un’ulteriore trasformazione. La collaborazione e il dialogo si sono svolti su tanti livelli: fra noi come studiose e l’artista,ma anche con le colleghe e i colleghi che ci hanno aperto le porte delle loro istituzioni.
Le mie ricerche degli ultimi anni sul tema dell'antropocene da una parte, sugli archivi fotografici dall'altra, mi hanno condotto a Firenze come modello o laboratorio storico dove arte, scienza, economia, artigianato e design si sono incrociati. In questa città si trova una sedimentazione di modelli del passato che possono essere attivati per capire il contemporaneo.
Partendo da un testo del 2014 con cui Peter Galison lanciava VSTS (Visual Science, Technology and Society Studies), sto riflettendo su come sia possibile fare ricerca scientifica usando i media visivi.
Come è possibile, per esempio, fare ricerca storica creando documenti delle trasformazioni del contemporaneo, per così dire, in tempo reale, seguendo i processi prima e mentre stanno avvenendo, e non solo descrivendoli una volta conclusi?
Questo approccio va nella direzione di una antropologia delle istituzioni e del display museale. Il mio obiettivo durante la residency presso il Kunsthistorisches Institut in Florenz è testimoniare i cambiamenti negli spazi fisici in un momento di rivoluzione digitale e logistica, in un luogo legato storicamente alla invenzione della economia globale e della industria artistica culturale, nonché alla diffusione delle tecnologie artigianali e scientifiche.
Il secondo polo delle mie attività presso il Kunsthistorisches Institut in Florenz è la Fototeca, che ho già iniziato a studiare nell'ambito del progetto Image Capital al quale lavoro con Estelle Blaschke.
Qui mi propongo di tentare varie letture usando strategie diverse, anche performative: analizzare l'interazione fisica con l'archivio, il modo di operare degli archivisti stessi, degli storici dell'arte e altri interlocutori quotidiani. Ai miei occhi la Fototeca si dipana come un momento di montaggio cinematografico. Il lavoro sul gesto nell'archivio potrebbe svilupparsi nel senso anche di azioni performative a partire dalle immagini. L'identificazione dei percorsi all'interno dell'archivio avverrà in dialogo con le curatrici/archiviste e con lo staff della Fototeca.
La ricerca si potrà estendere ad altri archivi a Firenze con i quali la Fototeca possa entrare in risonanza.
Armin Linke The City as Archive. Florence Costanza Caraffa
Gli oggetti, documenti, fotografie, opere d'arte, ma anche reperti e campioni di storia naturale che sono conservati negli archivi, musei, collezioni rappresentati in questa mostra, sono degli oggetti con delle funzioni sempre molto variabili, perché la stessa fotografia può essere un souvenir, può essere un oggetto scientifico se usato per la ricerca, può essere documentazione, può essere arte a seconda dei punti di vista. E le fotografie, gli oggetti, i documenti, le opere si muovono in continuazione all'interno delle istituzioni che le preservano, ma spesso anche fra un'istituzione e l'altra. E questa mostra traccia in parte anche proprio i percorsi e gli itinerari di opere, oggetti, documenti fra varie istituzioni fiorentine, seguendo il cammino della specializzazione del sapere, ma anche con tanti ritorni, passaggi, a volte qualche passo indietro, a volte anche qualche perdita.
E noi cerchiamo di parlare anche delle trasformazioni che avvengono nelle istituzioni che non sono affatto statiche, come si tende a pensare, ma anche appunto di questi percorsi incrociati degli oggetti che cambiano funzione anche a seconda del posto in cui si trovano.
Hannah Baader
Sì, questo progetto è veramente nato prima come un progetto fra ricercatrici, quando abbiamo guardato a Firenze così, poi abbiamo incontrato Armin e questo ha cambiato completamente proprio anche la nostra prospettiva. Quindi la cosa veramente importante per noi qui è il dialogo che c'era fra noi e l'artista e questo dialogo ha durato proprio quattro anni di continuo scambio fra, diciamo, arte, l'occhio del fotografo e noi come ricercatrici che abbiamo messo il nostro sapere e anche cambiato in qualche modo la nostra prospettiva su come vediamo Firenze, su come vediamo il patrimonio culturale di questa città, ma non solo, proprio anche in una prospettiva molto più ampia che lega Firenze a una epistemologia più vasta.
La mostra nasce in un dialogo con Handa Badr e Costanza Caraffa. La fotografia diventa una scusa per un dialogo tra di noi, ma in un certo senso la fotografia è un punto non di arrivo, ma un punto di partenza per porre delle domande, per esplorare la città, per incontrare le persone che gestiscono vari archivi, per conoscere di più del loro sapere, dei loro metodi, di guardare anche la materialità di questi archivi, quali sono gli oggetti che sono raccolti, quali sono i grafici, i metadati che sono legati a questi oggetti, e anche le immagini che li riproducono. La mostra è il tentativo di dare forma a un'idea di libro, che uscirà tra l'altro a gennaio, e la mostra diventa una specie di storyboard, una cartografia di questi incontri che abbiamo fatto attraverso 22 istituzioni fiorentine, e diventa una specie di macchina spazio-temporale, perché possiamo viaggiare nel tempo, dal 1300 al futuro, qui delle ricerche astrobiologiche, oppure all'archivio della comunità europea, che in un certo senso raccoglie il passato della comunità europea per progettare il futuro, anche sociale.
La mostra è il tentativo anche di portare diversi tipi di oggetti, diversi tipi di fotografie, ho le mie fotografie, autoriali e artistiche, insieme a quelle della fototeca, perciò fotografie degli Alinari o dei Broggi, e creare questa mappa spazio-temporale. La cosa particolare è che siamo in un edificio che era l'ex fototeca, perciò un archivio del Consistorisches Institut, che ora gli originali sono in un'altra sede, dove c'è anche un istituto di ricerca per la fotografia, e gli scaffali vuoti accolgono questi materiali, che creano un percorso quasi come se fosse un giardino in cui perdersi o in cui forse non avere delle risposte, ma poter fare delle domande su come i beni culturali o come la nostra cultura è costruita attraverso il sapere degli archivi.
“Nei diversi archivi che ho potuto visitare mi interessava osservare le forme di materialità e di riproduzione dell’informazione culturale: display, installazioni, oggetti, documenti, grafici, metadati, ma anche i gesti e i metodi di ordinamento, come una coreografia dell’accumulazione e della sua storia materiale. La fotografia, in questo progetto, non è un punto d’arrivo ma un punto di partenza per un dialogo — con le persone che lavorano negli archivi, con le istituzioni, con gli spazi e con la loro memoria. L’allestimento stesso riflette questa idea: gli scaffali vuoti della fototeca, ora trasferita in una nuova sede che ospita un centro di ricerca per la fotografia, diventano parte del display e si trasformano in una cartografia di un paesaggio da esplorare attivamente. La mostra funziona come una macchina spazio-temporale che attraversa la città, dove le mie fotografie contemporanee dialogano con le stampe storiche originali della fototeca degli Alinari, di Brogi e di Hautmann. In questo senso, Firenze e le sue istituzioni non sono solo il contesto della mostra, ma la sua materia viva”.
Armin Linke (Milano 1966)
Lavora con la fotografia e il cinema mettendo in discussione il mezzo, le sue tecnologie, le strutture narrative e la sua complicità all’interno di strutture socio-politiche più ampie. In un approccio collettivo con altri creativi, ricercatori e scienziati, la sua opera si estende su molteplici piani che mettono al centro il tema del dispositivo espositivo e il suo rapporto con lo spazio.
Le opere di Linke sono state esposte in numerosi paesi. La sua installazione Alpi ha vinto il premio speciale alla Biennale Architettura di Venezia del 2004, e Image Capital ha vinto il Kubus Sparda Art Prize nel 2019. Sue mostre personali si sono tenute presso: Igrexa da Universidade de Santiago de Compostela; Forte di Bard, Aosta; Centre Pompidou, Parigi; MAST, Bologna; Museum Folkwang, Essen; HKW, Berlino; Matadero, Madrid.