Scrivere per riempire i vuoti
Adrienne Edward
È notte. Fa freddo. Il silenzio è assoluto.
Nessun suono, nessun respiro. È così diverso
da laggiù, dove, quando gli esseri umani dormono,
altre creature, visibili o invisibili, prendono il loro posto e
mantengono vivo il legame con il respiro. Non ho mai provato così
freddo e non mi aspettavo una tale accoglienza dopo essermi
allontanata dal sole.
Risuonò lontano il belato di una pecora smarrita
e cominciai a singhiozzare in silenzio. Sono in una piccola
stanza, rannicchiata come un feto su un letto freddo e scricchiolante.
Qui tutto è freddo, le lenzuola, le pareti, le ombre.
Non so se mi trovo in un edificio o nel ventre dell'oscurità.
Cercavo di ricordare cos'era successo prima di atterrare in questa
stanza con un'unica finestra. Avevo fatto un lungo viaggio
attraverso i cieli, sopra monti e valli, oceani e mari, per
raggiungere il nuovo antenato dall'altra parte del Tramonto,
dopo anni di iniziazioni, apprendimenti e rifiuti. Dalla sua
prima comparsa nella terra delle foreste di baobab, non avevo
mai smesso di sognare il mondo da cui proveniva, al punto da
dimenticare quello da cui provenivo io. Volevo questo altrove
per costruire un nido, come quelli costruiti dagli uccelli
che i popoli del sole e della luce chiamano kodjo-kodjo,
ai confini della terra dei maghi, nel Ndoukoumane. Il colore
del loro piumaggio ricordava quello dei pulcini appena
nati, il cui giallo brillante sfidava il sole. Era stato
durante il periodo di caldo intenso che preannunciava
le forti piogge che presto avrebbero dissetato la terra
arida, mentre il bambino nato morto cercava invano
il seno della madre. La mamma chioccia, stregata dal
colore dei suoi pulcini-sole, si affannava a insegnare
loro a salire più in alto dell'astro e ad unirsi alle
stelle seguendo le comete che infiammavano il cielo
in questo periodo dell'anno. Io invece non ho avuto
guide. Nessuno mi ha mostrato come salire in cielo.
Nessuno mi ha fatto sognare stelle in caduta libera
al centro del cortile della casa di famiglia che
doveva essere la casa dell'amore. La mia pelle non
aveva il colore del sole dopo essere caduta sulla
Istuoia del Sudan. Ne avevo conservato solo il
calore e quel calore aveva tenuto vivo il battito
della mia vita. Ero emarginata, isolata
e rifiutata a causa della mia pelle incolore.
Sara Shamma, the National Pavilion of Syria, #TheTowerTomb Of Palmyra, at La Biennale di The National Pavilion of Syria at Biennale Arte 2026. Courtesy of Sara Shamma. Photography
Avevo iniziato a vagare alla ricerca
di un posto dove essere accettata e mi
ero persa fino al punto di non ritorno.
Volevo fuggire dal sole per trovare
l'usurpatore nella sua tana e giurargli
fedeltà. Fu così che atterrai in questa
stanza fredda che l'illusione faceva
bella. Il primo shock fu arrivare di notte,
una notte buia e umida. Non conosco l'umidità.
Sono nata nel grembo del sole e non
ho mai conosciuto l'umidità del grembo della madre
né quella dell'amore. Qui, in questa
piccola stanza, su questo piccolo letto scricchiolante,
non mi sento a casa. Continuo a credere
che qui ci sia una casa per me, perché
l'antenato ha certamente la sua, e io questo l'ho imparato
e assimilato con tanta rabbia. Forse sto
andando nella direzione sbagliata, avevo pensato.
Dei suoni metallici mi rimbombavano nelle orecchie
mentre camminavo avanti e indietro in mezzo a mondi
che si scontravano. Dei detriti cadevano dal
cielo e si schiantavano con un rumore assordante
in buchi neri dalle bocche spalancate. Avevo alzato
la testa per cercare tra le stelle disseminate nel
cielo quella a cui il consiglio dei saggi del destino
mi aveva legata e che mi avrebbe condotto fuori da
questo caos. La mia stella mi guiderà, mi mostrerà
la strada. Ora volevo trovare una casa situata tra
i quattro punti cardinali di un mondo in cui
crescevano alberi giganti, i cui rami lambivano il soffitto
dell'universo. I tronchi di questi alberi erano
fibrosi e cavi e contenevano le scatole sigillate dove
era conservata la parola sacra, la parola che aveva
deciso: Lascia che sia! E così fu! La mia stella, spaventata
dalle minacce dei potenti padroni dei destini
sostituiti, si era rifugiata ai confini dei paesi incastonati
nelle montagne del Regno dei popoli dell'acqua
e dell'ambra. Ero disperata. Come ritrovare la strada
verso il ventre materno? Ero ancora immersa nei miei
sogni, dove fantasmi dagli occhi azzurri mi circondavano
tendendo verso di me le loro braccia sproporzionate
con sogghigni spaventosi. Cercavo di saltare
dalla piccola finestra, quando i miei occhi bucarono
l'oscurità, proprio come là dove gli esseri umani
si trasformavano in bestie selvagge e uccelli
rapaci non appena la luce calava sull'orizzonte.
Non ero più sul letto freddo, ma in un cilindro
altrettanto freddo e senza fondo, senza sapere
come ci ero finita dentro. Le sue pareti erano
lucide come le cianfrusaglie dell'occupante,
scivolose come il fiele della sua lingua che mi
aveva inebriato, quell'occupante
che mi aveva fatto lasciare senza rimpianti
il baobab tutelare, paralizzato dalla tristezza,
e mi aveva trascinato in una
discesa agli inferi da cui sembrava
Pavilion of UNITED ARAB EMIRATES
Washwasha. Photo by Marco Zorzanello
difficile uscire.
Avevo cercato di
aggrapparmi al vuoto
denso, ma le mie dita,
allungate dal desiderio di
sopravvivere, non riuscivano
ad afferrare il freddo metallo.
Le mie mani scivolavano su una
superficie lucida che mi bruciava
la carne, mentre l'odore dei peli
bruciati si insinuava nella mia memoria
lacerata per strappare un barlume
di nostalgia per una vita che aveva tuttavia
condannato il bambino nato morto.
Galleggiavo nel vuoto di un grembo che non
assomigliava a quello della madre. Le pareti
del cilindro erano così lisce che le lacrime
della mia anima, che fluttuavano intorno a me,
vi scorrevano come le acque purificatrici del Paese
Bassari, ai confini del Levante. Perché avevo voluto
andarmene? Avevo cercato invano di mettere radici in
questi luoghi sacri e crescere solida come l'albero
tutelare davanti alla casa del Padre, nel nome del Padre,
della Figlia e della Madre. Non avevo altra scelta che
andare a cercare il nuovo antenato che mi avrebbe accolto
e avrebbe festeggiato l'arrivo del figliol prodigo. Fui accolta
in una notte buia e umida da un piccolo letto freddo che mi dava
i brividi e da strani odori che trasudavano dalle pareti. Mi ero
inventata dei sogni per alleviare il tormento esistenziale
che mi straziava molto prima dell'alba e del tramonto. Il mio sole,
il mio sole interiore, quel sole nascosto nelle acque della placenta
sepolta sotto l'albero tutelare di fronte al cortile
della casa del Padre, quel sole si era spento molto prima
della mia nascita, alla mia nascita e dopo la mia nascita,
con la rottura del cordone ombelicale. Quel sole doveva
riaccendersi per illuminare il mio cammino e strapparmi
alla morte, a quella morte che ti strappa l'anima con
disprezzo facendoti galleggiare nel mezzo di una notte
fredda che ti inghiottiva a poco a poco se non lanciavi
un grido. E all'improvviso il grido risuonò
in un calore di ritmo e di danza! Quel grido
penetrante sotto l'albero di baobab spoglio, nel
villaggio deserto, mentre il bambino nato
morto spingeva la perla d'ambra sempre più
dentro all'orecchio. Il grido che svegliava
i morti e scuoteva i morti
viventi! Improvvisamente mi vidi emergere
dal cilindro senza fondo
al centro di un fuoco ardente, inondata
dal calore delle origini
portato dai venti provenienti
da laggiù. Mi resi conto
che stavo lasciando la stanza
fredda e il letto di ferro
che doveva aver scricchiolato sotto
Shapes of Silence, Etiopia, 61th International Art Exhibition - La Biennale di Venezia. Image credit Andrea Avezzù
il peso di tanti corpi pesanti e consumati, quei
corpi che non avevano mai conosciuto il grembo
umido della madre, quei corpi privati del sentimento
primitivo e fondante, quei corpi in cerca
di un cratere dove vomitare esistenze
logorate dal primo suono lacerante ascoltato
memorizzato, ingoiato, assimilato sui banchi
della scuola dell'antenato. Nascita senza
nascita. Assenza di placenta. Assenza di cordone
ombelicale. Testa svuotata e riempita
di illusioni. Fu così che inizia a negare
e a rinnegare tutto. Volevo dimenticare
di essere venuta al mondo, di essere nata in un
luogo che mi stava aspettando. Non volevo
più ricordare la placenta in cui ero stata
immersa. Negavo persino di essere nata.
Non c'era più alcuna placenta. Non c'era più
alcun cordone ombelicale. Non c'era più
sangue. Senza sangue non c'era nascita
non c'era vita, non c'era morte, non c'era
resurrezione. Come può esserci resurrezione
senza sangue alla nascita? Il sangue lo
avevo bevuto prima di nascere. Era denso,
blu, amaro, lo avevo vomitato dopo che
aveva viaggiato nel mio corpo passando per
il cervello prima di attraversare le vene,
le arterie e i vasi sanguigni per uscire
dalle orecchie con il grido penetrante
che resuscitò il bambino nato morto,
abbandonato nudo sotto l'albero di baobab
quando il calore dei cieli sovrapposti
aveva fatto sgorgare la lava dal grembo
dell'universo primordiale. Mi alzai,
aprii la finestra della stanza fredda
dal piccolo letto cigolante e saltai
nel buio della notte. Sfrecciai a tutta velocità
sopra i cieli maledetti e fendetti
lo spazio-tempo come un meteorite. Il mio
corpo perse la sua consistenza di zombie
e una coscienza nata dalla polvere della mia
stella mi portò lontano, sulle rive
di un mondo-rifugio in cui risiedeva lo spirito
all'origine del caos creatore di mondi
paralleli. Il baobab delle origini,
testimone di tutti gli sconvolgimenti
accaduti dalla partenza della madre,
si ergeva al centro della luce, circondato
da piccole farfalle bianche che gli
danzavano intorno. Mi avvicinai e, proprio
mentre stavo per toccarlo, crollò.
Era morto. Aveva sofferto tanto quando
me ne ero andata e mi aveva aspettata
per tutto il tempo che avevo trascorso
nella terra delle illusioni. Mi aveva
seguita attraverso tutti i traumi
distruttivi e gli shock della
Tanzania, The Inner Life Of A Nation, 61th International Art Exhibition - La Biennale di Venezia. Image credit Andrea Avezzù
disillusione che mi avevano spezzata.
Mi aveva seguita fino alla mia inevitabile
caduta. Sapeva che sarei tornata,
proprio come ero partita. Aveva esaurito
tutte le sue energie nel tentativo di
riportarmi nel luogo in cui aveva assistito
alla mia nascita, prima della mia non-nascita.
Aveva conservato nella cavità del suo
tronco il calore del respiro della resurrezione
e del ritorno alle fonti delle origini assolute.
Mi sedetti davanti al suo tronco, sollevata
di aver ritrovato il respiro dalla non-nascita fino
alla partenza precipitosa. Mi sentii sollevare e
trascinare nel suo tronco aperto, per ancorarmi
per sempre alle radici del sole. Ne uscii rigenerata.
Afferrai subito una foglia che si era staccata dal suo
fogliame ancora verde, spezzai solennemente uno dei suoi
rami e cominciai a scrivere l'origine dell'esplosione
nel grembo della madre esausta e della disintegrazione
del feto. Mi rigenerai gradualmente e il limbo di una vita
che non era mai stata si staccò da me e la penna gridò Alleluia!
Lasciai i tormenti della sofferenza e il dolore dell'alienazione
per elevarmi al di sopra di un mondo in cui alcuni si
contorcevano nel senso di colpa ed altri nel trauma. Le mie dita
rigenerate componevano la sinfonia del ricongiungimento
con le mie origini. Secoli di pianti e lamenti divennero canti di libertà.
Non serbavo più rancore nei confronti del manipolatore e gli ero
grata per avermi condotto attraverso mondi che cozzavano furiosamente
l'uno contro l'altro per raggiungere il Giardino dell'Eden. Invitai
gli umani e i non umani a celebrare la resurrezione del bambino condannato
ad essere nato morto prima di nascere, e il coro intonò: "Lazzaro,
alzati e cammina" e Lazzaro si alzò, uscì dalla tomba ancora avvolto
nel sudario e camminò. Gli spiriti maligni fuggirono in tutte le direzioni
portando con sé le lacrime brucianti e gli amari lamenti degli antenati
disprezzati e vituperati, lasciando alle trombe, ai tamburi
e ai tamburelli, agli ululati delle madri, alle grida di gioia dei bambini,
al miagolio dei gatti felici e al nitrito dei cavalli celesti l'onore
di annunciare la buona novella. Il Salvatore è arrivato!
È un bambino che parla in nome del Padre, della Figlia e della Madre
Le mie dita, sempre più lunghe, continuarono a scrivere fin
sulle pareti del cielo e cancellarono le nuvole nere che lo
avevano oscurato. La musica della vita prese il volo nel
cuore del bambino risorto. La parola resurrezione
apparve sulle foglie degli alberi, sui corpi delle
donne, sulle mura di Gerico, sui massicci montuosi
del Futa Djallon, sulla superficie delle acque
dei fiumi mistici dove i poeti bevevano
l'elisir delle muse ammaliatrici. Mi ero
liberata da strati di pesantezza, fardelli
lamenti, disagi e mi sentivo più leggera,
sollevata, serena, libera.
Le mie dita scrivevano sulle cime
delle catene montuose dell'Himalaya,
lanciandosi all'attacco
delle coscienze nascoste per liberarmi
dal confinamento e
Kampala, Uganda, In Minor Keys, 61th International Art Exhibition - La Biennale di Venezia.
dal condizionamento.
Finii per volare via
con loro come una
farfalla e salii verso
il grande creatore
per prendere in prestito
da lui l'immaginazione illimitata
senza la quale non ci sarebbe
nessuna creazione, nessuna creatività,
nessuna rivolta, nessuna resurrezione!
Le mie dita continuavano a scrivere
la leggenda di una giovane donna
che cercava rifugio per sfuggire ai propri
demoni lasciati davanti alla sua porta dal nuovo
antenato che aveva colonizzato il suo cervello.
La scrittura non cesserà più, per garantire la vita
e la sopravvivenza che il baobab testimone aveva
conservato e mantenuto per il ritorno della pecorella
smarrita, fino alla follia e alla morte.
Il baobab si era ucciso per lasciarmi vivere
la sua vita. Il baobab è morto, ma è immortale:
io continuo la sua vita e la mia vita continua
grazie alla scrittura. Se non avessi scritto,
starei ancora vagando nel vortice del nulla.
Se non avessi scritto, avrei perso
la ragione e la vita. Se non avessi scritto,
sarei condannata all'assurdo, all'esilio,
al vuoto. Se non avessi scritto, non
sarei riuscita a uscire dal cilindro
infinito. Se non avessi scritto, sarei
sepolta viva, mentre invece ero nata
morta. E la scrittura che mi ha insegnato
a resistere al rimpianto
che amputa i sensi. Attraverso la
scrittura mi sono ribellata a me
stessa per liberare il grido
intrappolato tra le costole
che mi soffocava, il grido che
lenisce i cuori sofferenti,
il grido che rigenera le anime
martoriate, il grido della
liberazione e della libertà
La scrittura è un grido un grido
che annienta
il nulla, un grido che
trascende la morte.
Il Grido!
Nabil Nahas, Don’t Get Me Wrong, Installazione, 61th International Art Exhibition - La Biennale di Venezia.
Padiglione Centrale alla 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia