Open Menu
A PLACE TO BE
FUTURE IN MY MIND
Enrico Vezzi


 
Enrico Vezzi Enrico Vezzi  "Permanent Utopia" Wallpaper 2016

"Sometimes We Call It Utopia(Remix)" in collaborazione con Remo Zanin vinile 33 giri, giradischi, cuffie 2014-2016


Theworldwebuild
Enrico Vezzi / Matteo Innocenti

Enrico - Ogni sera, come questa sera, caro Matteo, vado tardi a dormire, immerso nella lettura di quel libro di Neutra di cui ti ho parlato...molte frasi che incontro per me sono uno stimolo, uno specchio e un disagio nello stesso tempo...come questa: «Per ignoranza, noi permettiamo, al nostro strumento, la progettistica umana, di operare in maniera casuale, ed esso può produrre mutazioni più fatali di quelle della Natura».
Che cosa ne pensi? Come possiamo invertire la rotta del nostro viaggio?

Matteo - Caro Enrico, credo che il nostro tempo riservi scarsa considerazione per quel confine che diversifica un intervento responsabile verso la natura, i contesti e le interrelazioni, da un intervento che invece vota ogni cosa a un fine più ristretto.
Forse è proprio il disporre di tanta potenza a darci la presunzione di poter modificare con scarsa se non nulla consapevolezza il mondo di ora - e dunque il mondo a venire. Tale modificazione avviene con ogni mezzo, non dobbiamo ignorarlo: il progetto prima che dalle azioni deriva dal pensiero e dagli intenti. E tutti vi siamo immersi.
La riflessione di Neutra nondimeno ci rimanda al fatto che progettare non è accessorio all'uomo, ma coincide al modo stesso di sopravvivere: ancora attraverso il suo scritto, sopravvivere con grazia. Trovo in questa parola una possibile risposta alla tua domanda. Che cosa ne pensi?

Enrico - Dalle origini, la sostanziale differenza tra l'animale e l'uomo, è che il primo si adatta all'ambiente in cui si trova ed il secondo invece per sopravvivere, deve modificarlo. La capacità umana di inventare quindi, si genera dal disadattamento. Questa peculiarità ha permesso all'uomo fino ad oggi di espandersi. Ha espanso la vista per vedere oltre i suoi occhi e oltre il suo pianeta. Ha espanso la voce e l’udito a tal punto da poter dialogare con suoi simili lontanissimi. Si è costruito i mezzi per muoversi sulla Terra più velocemente di quanto le proprie gambe gli permettessero. Si è costruito i mezzi per muoversi sopra e sotto le acque. Si è costruito i mezzi per poter viaggiare nel cielo e nello Spazio. Ed infine si è costruito una tecnologia grazie alla quale può allargare la sua mente fino a connettere tutte le menti umane.
Tutto questo, che noi oggi diamo per scontato, esiste per il nostro istinto di sopravvivenza ma anche per l’innato bisogno di condividere e cercare nostri simili che diano senso all’esistere.
E qual è il senso della pratica umana che chiamiamo Arte rispetto a tutto questo? L'occasione di sopravvivere con grazia? Forse, ma soprattutto, io spero, l'occasione di prendere coscienza dei nostri diritti e dei nostri doveri personali. Verso noi stessi, verso gli altri e verso il Pianeta che ci ospita. Educare ed educarci. Ricordando B.R.Fuller e K.E.Boulding, non dimentichiamoci che siamo in una astronave in viaggio nello Spazio, in mezzo ad una Galassia, tra migliaia di Galassie e ognuno di noi fa parte dell'equipaggio, ma molti di noi, non conoscono ancora il loro ruolo.
E tu Matteo, di chi ti vuoi prendere cura?


"Liberation Carousel" adesivo prespaziato, giostra per abiti 2016

Matteo - Le tue riflessioni e le tue immagini sollevano una questione molto importante, quella della responsabilità. In fondo la curatela di un progetto, anche se a un livello di particolare significanza - poiché l'arte richiede un'attenzione e una partecipazione non consuetudinarie - condivide con ogni altra azione umana la possibilità di creare valore. Dipende da noi, dalle nostre reali intenzioni. Mi piace pensare alla mostra come a un mondo in divenire, in cui si ha l'opportunità (e direi anche il dovere, come tu suggerisci) di farsi testimoni di una bellezza ancora non formalizzata, con l'obiettivo di una sincera condivisione. Ciò va oltre lo specifico dei contenuti, che possono anche essere critici - talvolta questo rappresenta una necessità ineludibile: l'importante è misurarsi con il proprio tempo senza finzioni né nascondimenti. Provo a immaginare le sensazioni di chi leggerà queste righe. Mi piacerebbe che il nostro discorso venisse percepito come cosa viva; citando un grande filosofo: una "considerazione inattuale", e per questo realmente dentro al presente.
Nel corso della tua ricerca tale tensione ad incidere la ritrovo come costante; mi pare che anche qui stia agendo con forza...


Enrico Vezzi"7 Luca's Wonders" in collaborazione con Luca Gambacorti foto, cornici 2010-2016


Enrico - Il nostro discorso sarà una cosa viva fin tanto lo terremo in vita e saremo capaci di diffonderlo.
Certe intenzioni divengono reali quando possiamo verificarle in uno spazio e in un tempo. Luca ha visto un nuovo futuro per un luogo abbandonato dagli uomini e ha deciso di realizzarlo. Ha superato se stesso e gli ostacoli che si presentavano in nome di un sogno e così facendo ha ricostruito una realtà morente donandogli nuova linfa. Ha realizzato un luogo per ospitare il suo lavoro e per accogliere lavori altrui. Ha sentito una responsabilità, verso sé e verso gli altri. Io credo che il suo percorso in questo spazio, possa divenire per noi metafora su cui riflettere insieme.
L'energia degli esseri umani, se veicolata da finalità positive e non opportunistiche, potrebbe risollevare le nostre sorti, quelle dei nostri posteri e del nostro Pianeta.
Potrebbe riuscire a "chiudere il cerchio", ricordando B.Commoner, e saldare il nostro debito con la Natura. Vorrei che il nostro progetto, caro Matteo, parlasse di tutto questo, che agisse con forza per ricordarcene l'importanza; molte volte ho l'impressione che sia veramente una " considerazione inattuale"!


Enrico Vezzi"the world we build" in collaborazione con Matteo Innocenti video HD, 8'12", videoproiettore 2016


Matteo - Caro Enrico, mi pare che tutti gli elementi ci riconducano alla necessità di un cambiamento profondo - di una "rivoluzione" umana. Il tempo ce lo chiede, e il nostro contributo non può né mancare né essere vago.
Non credo che si debbano fare cose molto differenti a quanto già facciamo, le esigenze sostanziali dell'uomo non mutano col tempo; serve piuttosto una trasformazione della prospettiva in un verso che sia, sempre e nonostante le difficoltà, giusto per sé e per gli altri.
Nel concreto, è anche un mio desiderio che questo progetto in comune tra te Luca Remo e me - che fa parte di un ciclo ampio - sia un'azione concreta per il miglioramento del reale.
Presunzione? Utopia, per rifarsi a una dimensione a te tanto cara? Io dico di no, ogni atto fatto con convinzione e fiducia ha un potenziale enorme, le cui conseguenze si allargano a molti livelli della vita. Non è certo una prerogativa nostra o soltanto di chi fa arte, si tratta di un'opportunità di cui tutti dispongono. A maggiore ragione dobbiamo sentirla e sperimentarla. E tu, a questo riguardo, mi pare che abbia lavorato nel senso di un coinvolgimento, la cui funzione, mi viene da dire, è di "invitare".


Enrico Vezzi"Music for Commoner" in collaborazione con Remo Zanin impianto audio, microfoni a contatto, light-box, libro"Il Cerchio da Chiudere" Barry Commoner,1971 2016


Enrico - Il verbo invitare racchiude in sé la parola vita.
Da 13,7 miliardi di anni fa a questo momento, per creare una nuova forma di vita, si è sempre resa necessaria almeno l'unione di due entità. Dalle reazioni degli amminoacidi, alle prime fotosintesi, dal seme con la terra, alla possibilità riproduttiva umana. Invitare, è sicuramente una parola fondamentale!
Ho invitato Remo, un mio amico musicista, da un po' di tempo a collaborare con me. Per questo progetto, molti lavori, sono il risultato di nostre riflessioni condivise.
Insieme tentiamo di far interagire le tensioni che tengono in vita lo spazio, per riuscire a farle ascoltare in modo condiviso.
Ho invitato Luca a pensare quali fossero per lui le 7 architetture che ha incontrato e che, più di altre, lo hanno meravigliato e cambiato.
Ho invitato te ad iniziare questa meta-conversazione, che forse un giorno termineremo o forse no.
Ed infine io, tu, Remo e Luca, inviteremo le persone che verranno a vedere il nostro progetto, a togliersi l'abito. Come a liberarsi in pubblico delle loro costrizioni quotidiane. Come quel signore nella foto, che somiglia a Jean Nouvel, che prima di togliersi l'abito forse pensa: «il futuro è nella mia mente.» Ognuno di noi ha una visione interiore del futuro che gli permette di regolare le proprie azioni quotidiane. L'idea di futuro di certe persone dai ruoli influenti però, si può realizzare più facilmente.
Dobbiamo invitarci l'un con l'altro, ogni giorno, a renderci più sensibili, per poter invitare anche quelle persone a pensare allo stesso futuro a cui noi pensiamo.


"Music for Commoner" in collaborazione con Remo Zanin (particolare)

Enrico-Vezzi"Music for Commoner" in collaborazione con Remo Zanin   (particolare)


 

A place to be   Future in my mind
Enrico Vezzi
LATO   Prato 19 marzo – 20 maggio
Testo critico  Matteo Innocenti
photo credits Ph. IoGim e Ph. Luca Gambacorti
@ 2016 Artext

Share