Zoe-Gruni    
  'Scalpo 1' stampa lambda su alluminio (60x60cm) 2007 pho.to Daniel Pacheco  
ZOÈ GRUNI  
Note di Lavoro  
 
   
 

 

Recupero della memoria collettiva.
     

 

Carol Rama mi domandò: ‘Vedendo le tue opere sembra che tu abbia avuto un infanzia difficile...non è così?’
Le risposi: ‘A dire il vero ho avuto un infanzia molto serena, è adesso che percepisco un senso di disagio.

Penso alla scollatura che si è creata tra passato e presente; nel cratere in cui si materializza questa interruzione temporale risiede un sentimento di paura.

In passato la possibilità di vivere ambienti e situazioni comunitarie permetteva all’uomo di condividere i propri dubbi e le proprie paure con gli altri. La dimensione collettiva forniva all’uomo un sostegno psicologico e morale che oggi è impossibile trovare nell'individualismo a cui la società ci ha portati.
Considero il recupero della memoria collettiva attraverso l'arte un potenziale obiettivo sociale e politico, una possibilità di reagire alla paura che ci immobilizza e ci rende incapaci di reagire. Gli organi del potere strumentalizzano la paura.

La veglia sulle montagne dell'appennino toscano è un esempio di evento collettivo, la cui tradizione è rimasta in vita fino agli anni settanta.
Durante le veglie contadine le persone si riunivano nel Metato, l’antico essiccatoio delle castagne, svolgendo lavori manuali e usufruendo insieme del calore del luogo. L'attesa della veglia diventava così un momento di lavoro condiviso e un'occasione di socialità.
La veglia aveva anche una dimensione colta, nei momenti di “contenzioso poetico”, quando singole persone si esibivano in vere e proprie performance sfidandosi nella recitazione a memoria di brani colti o nella improvvisazione poetica in rima. Sulla montagna pistoiese ci sono stati casi di poeti pastori, personaggi anche analfabeti ma con una cultura tutta appresa dalla tradizione orale. All'aspetto colto si aggiungeva poi un'attitudine allo scherno, che favoriva l'autoironia e insegnava a non prendersi troppo sul serio.
Le varie personalità diventavano i personaggi di una storia, della storia collettiva che cresceva e si trasformava di veglia in veglia, sfuggendo all’omologazione. La veglia era una vera e propria scuola, un luogo aperto di confronto in cui nascevano relazioni sociali e affettive.
Nel conforto dato dallo stare insieme era frequente la tendenza a raccontarsi storie di paura. misteri, morte. Dare un nome a queste paure e magari identificarle in un luogo, diventava un vero e proprio esorcismo. Lì c’è la paura si diceva del luogo in cui era successa una cosa misteriosamente irrisolta.
Sulle montagne dell'appennino toscano molti ponti, colline, strade e piazze hanno preso il nome dalle leggende legate alla paura.
Attribuire un luogo fisico alla paura e darle un nome, come modalità per riflettere su di essa, condividerne il disagio, esorcizzarla.
Oggi i nostri media raccontano ogni giorno di fatti terribili, insinuando in noi un costante allarme.

 


 

“LI’ C’E’ LA PAURA”

“No, non passare di lì che c’è la paura.”
I nostri vecchi raccontavano di luci, fuochi, presenze, raccontavano di fatti terribili che si legavano a posti precisi.
Deputare un luogo fisico a sede di una paura...dargli un nome.
Serviva forse a riflettere sulla paura?
Serviva forse a esorcizzarla insieme?
Serviva forse a condividerne il disagio?
I nostri media raccontano di fatti terribili, insinuano un costante allarme.
Serve forse a riflettere sulla paura?
Serve forse a diffondere sicurezza?
Serve forse a diffondere insicurezza?
Serve forse a mantenere il controllo?

Zoè Gruni, Pistoia 2009


Costruisco le mie immagini attingendo all'immaginario collettivo, cerco di fondere simboli e stereotipi con la mia memoria personale. Lascio poi che lo spettatore, di fronte all’opera, ritrovi qualcosa del proprio immaginario.
Mi interessa usare l’evocazione per parlare del disagio umano.
Un disagio che diventa sempre più profondo in una società individualista come la nostra,
A fronte di questo individualismo sempre più marcato credo sia importante riappropriarsi della nostra memoria collettiva.
Realizzo sculture indossabili e abitabili per trovare un luogo del corpo, un contenitore, una veste che lo accolga, lo protegga e lo trasformi. Corpo e contenitore, pelle e doppia pelle lottano e si fondono e dall’ibridazione si genera una trans-personalità. Quasi sempre la testa si intravede ma è come un sostegno invisibile, mentre gli arti inferiori divengono la parte attiva dell'opera.

Copricapi e Copricorpi, Scalpi e Metacorpi sono riflessioni intime sul corpo, sull’identità, sulla memoria.

Copricapi=veste
Copricorpi=pelle
Scalpi=peli
Metacorpi=ossa

Copricapi e Copricorpi agiscono in vere e proprie azioni performative, talvolta soli o in comunicazione fra loro.

Copricorpo1 (Carmen) è una vulva cantante che, gesticolando, urla al mondo la fierezza di essere donna e il proprio diritto alla libertà. Canta L’adieu di Giovanna Marini, cantautrice, studiosa di musica popolare e sostenitrice dei diritti della donna.

Lo Scalpo è un atto di violenza, fisica e spirituale. Gli indiani d’America credevano che tagliare lo scalpo al nemico ancora in vita potesse precludere l’accesso di questi all’aldilà. Il gesto significa impossessarsi del corpo e tenere in pugno il destino del nemico.
Lo scalpo è un pezzo del corpo del nemico, è un trofeo di guerra, un feticcio.
Il corpo viene privato della sua connotazione estetica più importante; nella mutilazione viene ridicolizzato.
Il gioco di ambiguità fra scalpo e acconciatura è una riflessione sul disagio attuale legato alla condizione estetica.

Il Cannibale, ricorrente nei disegni, è la figura che meglio incarna la relazione fra paura e potere. Mangiando il corpo, il cannibale elimina l’altro e lo assimila a sé, impossessandosene completamente.

I Metacorpi sono corpi al di là:
al di là della legge gravitazionale, del senso comune del pudore, della morte, degli oggetti, del potere, del tempo...
Sono i corpi del Meta-to: dei racconti, delle leggende, delle canzoni, dei sogni e degli incubi.

Metacorpo è un corpo imprigionato, sottomesso, rabbioso ma rassegnato.
Capovolto per adempiere ad un dovere. Snaturato, violato. Impotente.

META: (dal greco) al di là, oltre.
Trasformazione, mutamento.

Mentre nei Copricapi e nei Copricorpi il corpo-ibrido è reale, abitante di un mondo surreale, nei Metacorpi il corpo-ibrido è irreale, abitante di un mondo reale.

 

‘METACORPO’
Video digitale, 2' 58'', 2009

Metacorpo è un rito muto.
Carne legata per le zampe, un grido sordo, in profondità.
Fibre naturali e carnali si fondono: terra, materia, uomo, animale.
Potrebbe trattarsi di un esorcismo o di una mancata fuga.
Dentro ogni rito c’è una domanda prima di una soluzione, una domanda di senso che non lascia indifferente nessun essere umano.
Metacorpo è un corpo aldilà.
Al di là del luogo, del tempo, della gravità. Oltre il corpo.

Nel video non si vede mai l'intero ma una concatenazione di dettagli, attraverso cui rappresentare l’azione. Il suono, come una trama materica, esplicita il significato delle immagini.
Fisicità naturale e corporeità umana si intrecciano e sembra condividano una memoria e un destino comune. Soltanto alla fine l’intero si svela e nasce la visione.

Zoè Gruni, Pistoia 2009

 

“Ogni rituale è un interrogarsi sul mondo, sul senso, sull’essere individuale e sociale” (Augè)

 


 
 
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