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STEFANO ARIENTI
  Lecture
 
   

 

Incontri straordinari

 

Per tradizione famigliare provengo da un contesto che non ha niente a che fare con l'arte.
Sono nato a Mantova da una famiglia contadina, e mi sposto a Milano per studiare alla Facoltà di Agraria, uno dei pochi studi universitari enciclopedici. Paradossalmente, il fatto di aver fatto degli studi così lontani dall'arte è stata la miglior preparazione possibile per realizzarla in seguito.
Ho studiato matematica, fisica, chimica, botanica, zoologia, sistematica per gli insetti e la botanica, l'ecologia, il pensiero evoluzionistico, ed altre materie più generiche come l'economia, la statistica, il marketing o la macro e microeconomia - con studi più specifici sulla lotta biologica integrata - ovvero come produrre alimenti privi di parassiti. Mi sono laureato in cinque anni con una tesi di virologia - le cure per le malattie delle piante.

Mentre mi trovavo a Milano negli anni 80 ho cercato di accogliere e di usufruire di tutti gli stimoli culturali che offriva una città così grande. Le arti visive le frequentavo molto poco. Conoscevo le produzioni artistiche del novecento o l'arte antica dei musei e le chiese. Sapevo bene delle avanguardie degli anni sessanta e della Pop Art - ma quanto era accaduto in seguito lo ignoravo cpmpletamente. Ero particolarmente interessato alla musica pop e rock di quegli anni - e credo che questo interesse tangenziale sia stato il brodo di coltura su cui in seguito si è sviluppata la passione per le arti visive. Frequentavo alcuni amici della Facoltà di Architettura. Con loro abbiamo occupato per alcuni mesi una fabbrica abbandonata, la Brown Boveri, per realizzare al suo interno degli interventi performativi. Non avrei mai immaginato che tutto questo potesse diventare una mostra o che da quel momento saremmo stati considerati degli artisti. Ma ricordo che era molto divertente in quel inverno freddissimo tra l'84 e l'85 frequentare quelle rovine abbandonate piene di alberi nel centro di Milano.

Questa è stata l'occasione per incontrare persone straordinarie della mia stessa generazione, o di grande esperienza come Corrado Levi. Se sono diventato artista è per questi incontri personali, perché ho avuto modo e divertimento di fare arte insieme a loro, piuttosto che per ambizione specifica. Diventare artista è una carriera che si pratica con studi specifici e frequentazioni all'interno di un sistema definito Arte Contemporanea. Al contrario io ho avuto modo di scoprire l'arte contemporanea mentre realizzavo delle cose che venivano considerate tali.
Mio malgrado, ho dovuto accettare questa investitura che mi veniva data senza peraltro averla cercata.

Era in atto comunque un reale cambiamento di sensibilità.
Forse perché gli artisti cercavano di portare un elemento sdrammatizzante rispetto alla cappa ideologica che aveva perseguitato l'arte degli anni settanta, ed il successivo decennio.
Esisteva un mercato dell'Arte molto invadente che cresceva e diventava sempre più grande. Avevamo quindi la necessità di non essere professionisti a tutti i costi ma di portare piuttosto una sensibilità differente, avere posizioni più sfumate e indipendenti. Solo in seguito effettivamente questa è diventata la mia attività principale, affiancata da ormai circa dieci anni dall'insegnamento.
Non insegno le teorie dell'arte - realizzo dei laboratori allo IUVA di Venezia. Laboratori con studenti giovanissimi che hanno una idea molto vaga dell'arte contemporanea e che sono ben felici di scoprirla insieme a me.

 

Nelle mie opere c'è molta letteratura

 

Non mi sono mai considerato un giovane artista nonostante l'ossessione giovanilista dell’arte Contemporanea.
Credo che si tratti di una "fregatura" in quanto gli artisti sono tali indipendentemente dall'età anagrafica.
Se fai della buona arte, lo è anche se viene realizzata inconsapevolmente.
Ed il gruppo in cui io sono nato non prendeva in considerazione il fatto di fare arte giovane.
C'era piuttosto l'azzardo di realizzare pur non avendo una formazione specifica, qualcosa di cui non sapevamo come si sarebbe sviluppato fino in fondo.
In quegli anni tra i primi lavori del 1986 ho realizzato le "Alghe", tagliuzzando le buste di plastica che si trovano facilmente in commercio. Erano belle e colorate di una materia leggera e piacevole.
Semplicemente tagliandole ottenevo forme alquanto misteriose, ispirandomi forse a capi di abbigliamento stravaganti. O forse per liberarmi inizialmente da poster e manifesti modificati, provavo a tagliuzzarli nello stesso modo in cui in oriente si taglia e si prepara il cibo. C'è come dire un salto - dalla produzione pittorica che non ritenevo interessante ad un uso strumentale del foglio, da piegare, tagliare, fino all'utilizzo della plastica come superficie.
Influenzato anche dai lavori di Thony Cragg, un artista che è stato di stimolo per molto del mio lavoro.
Ma fatto determinante lo ripeto, è aver avuto come compagno d'arte un personaggio come Corrado Levi che praticava arte raccogliendo elementi provenienti da ogni parte del mondo. Levi oltre ad essere artista era uno straordinario collezionista e critico nonché curatore di mostre. Nelle mostre che lui curava con i giovani artisti non c'era una ideologia o una estetica comune.
C'era la volontà di costruire un ambiente con persone che si confrontavano sul lavoro, frequentando luoghi analoghi. Se c'è stato un rinnovamento, è dovuto certo alla volontà di voler costituire con delle semplici relazioni umane un confronto culturale ed artistico.
Un ambiente artistico!
Milano negli anni 80 era esattamente questo.

Un altra persona che ha contribuito enormemente al clima culturale di quegli anni è stato Luciano Fabbro.
La casa degli artisti, che conoscevo ma che frequentavo di rado serviva ad aumentare la temperatura di base a tutto quello che succedeva in città. Una metropoli importante per la moda, per il design...
E se Corrado ha dato uno stimolo a tutti noi è stato quello di permettere di lasciarsi liberamente influenzare da criteri di qualità che si scoprono in altri ambiti di produzione... la moda, il movimento Punk, il djing.
Alle sue lezioni si parlava di Eril Satie, De Pisis, raccontava di Gilbert & Georg, portava a parlare del proprio lavoro Thony Cragg,

Mi ha molto impressionato scoprire che nel tempo una intera generazione di artisti di talento ha abbandonato Milano per andare a vivere e lavorare fuori Italia, Berlino, Parigi.... evidentemente qualcosa è cambiato.
Adesso Milano non è più una città accogliente per gli artisti.
Io sono uno dei pochi totalmente residente in città.

 

Uno degli elementi che mi ha trasformato in artista sono i viaggi.

 

Mi piacciono moltissimo le l'enciclopedie fino a farle diventare un elemento costitutivo del mio lavoro.
Per me l’enciclopedia è stata la possibilità di viaggiare rimanendo fermo - In questo senso mi sento un antropologo. Avere come strumento di analisi e di stimolo una scienza che non si ferma ma che continua ad elaborare è molto intrigante.
Come il viaggio, che è stata l’occasione per sperimentare modalità di lavoro che non si praticano al chiuso del proprio studio.
Ho fatto alcune "residenze" d'artista negli Stati Uniti, una di queste in Texas. In quella circostanza ho acquistato una grande quantità di libri in lingua originale – per realizzare una installazione, un lavoro sull’immagine e la materia dei libri. Sulla copertina praticavo dei fregi che entravano dentro il libro, minuscoli fori realizzati con le punte da trapano per modellismo. Un lavoro in cui trasferisco il fregio che si trova sulla copertina, nelle pagine interne, disperdendolo appunto nella materia del libro.

Un altro lavoro consisteva nel raccogliere 99 volumi, con l’idea di nasconderli dentro un enorme mucchio di grano, quasi come una scultura in continua mutazione. Molti di questi libri provengono dalla Biblioteca di San Antonio, Texas, volumi tolti dalla collezione e che si possono acquistare liberamente. Ed il fatto che vi fosse stampato sopra il marchio di appartenenza mi sembrava una eccellente idea per farne un mia opera "Library" appunto.
Altre volte dai rigattieri acquisto delle enciclopedie molto simili a quelle che ho sfogliato durante tutta la mia gioventù. Ho sempre avuto una grande passione per i libri, i volumi, le enciclopedie d'epoca che mantengono ancora un grande fascino, forse per i modi in cui sono stampate le immagini e le illustrazioni.

Noi che viviamo nell’era di Wikipedia stiamo perdendo il piacere tattile di sfogliare e di guardare le immagini sulla carta. Ecco questa sensibilità l’ho utilizzata per fare delle opere anche molto grandi.
In una circostanza ho disposto 600 volumi di argomento enciclopedico tra i più vari, dal management agli animali, presentandoli in un cumulo di lana cardata - libri appoggiati contro il muro, da consultare sedendosi su dei materassi arrotolati.
In un'altra circostanza per la stessa installazione ho inserito delle panche che intervallavo con pile di enciclopedie.
Lo spazio in questa circostanza era l'ex ospedale di Santo Spirito in Saxia, un edificio del 400 molto interessante.
Credo che sia una grande opportunità non completamente sfruttata… lavorare in questi ambienti con l’arte contemporanea,
una grande fortuna realizzare delle installazioni temporanee in ambienti così segnati dalla storia!
Questi lavori con le enciclopedie sono abbastanza recenti, sono lavori che utilizzo per questa molteplicità di saperi, oggetti vintage della memoria che coinvolgono l’ambiente in una modalità sempre rinnovata.
Anche i lavori con le "Muffe" erano lavori site specific, in dialogo con l’ambiente e la memoria del luogo.
E’ questo elemento di dialogo, di relazione che mi piace molto, sebbene in realtà mi consideri un pittore, un artista che lavora con le immagini, con la materia delle immagini, con gli oggetti che portano le immagini, con una sensibilità materica che portano le immagini....

 

Origami o Turbine

 

Potrei parlare degli "Origami" o "Turbine", un lavoro meticoloso di alcuni anni fa.
E’ una tipologia di opere con cui sono diventato artista professionista.
Da allora ho smesso di fare altri lavori non attinenti al lavoro nell’arte.
Si trattava di un pratica molto meticolosa, di pieghettatura delle singole pagine, di libri, riviste, cataloghi.
C’è un aneddoto in proposito che mi riguarda - Io che piego fumetti colorati nel mese di dicembre soddisfatto di queste nuove opere appena realizzate. E quando vado in cortile per buttare via gli scarti, trovo delle decorazioni natalizie, appena gettate dai vicini, molto simili ai lavori che avevo appena fatto.
E’ un episodio questo che mi ha fatto capire che non avrei mai prodotto niente di nuovo, che tutta la creatività è già disponibile, bisogna solo avere l’attenzione di andarla a scoprire e farla diventare qualcosa di personale.
Inoltre, che non è necessario essere a tutti i costi originali ma riconoscere le cose che ci stanno intorno, eliminando solo l'enfasi innovativa tipica delle generazioni precedenti la mia. Certo, tutta l’arte del novecento è violentemente innovativa, orgogliosa di questa suo stato. Lo considero questo un grande patrimonio, da utilizzare e da osservare, da portare all’attenzione del pubblico.
E quindi se le mie "Turbine" erano interessanti e le proponevo come arte, non si trattava di un gesto rivoluzionario!
Ho cercato solo di togliere qualsiasi elemento ideologico a quel gesto.

Molti dei miei lavori, come le Turbine possono essere disposte nell’ambiente in una grande varietà di forme, cosa che io stesso incoraggio, così come a trovare ulteriori interpretazioni. Ma non sono un Origamista che deve concentrarsi su di un pezzo di carta molto piccolo, per piegarlo con una geometria precisa fino ad ottenere una forma originale.
Piuttosto nel piegare queste pagine, io cerco, sì di raggiunge un virtuosismo, fino ad antologizzare delle forme...
Però sono forme ottenibili piegando in modo minimale la pagina, che è ferroviaria, degli elenchi del telefono, pagine gialle - si tratta sempre di far parlare la materia. A volte si ottiene qualcosa di complesso, di bizzarro ed inaspettato, ma non c’è uno studio scientifico e non c’è nemmeno l’idea di fare un gesto emblematico o simbolico carico di intenzionalità precisa.
Sicuramente c’è piacevolezza nell’esecuzione, e che la forma sia accattivante o gradevole è senz’altro un dato a favore dell’opera. Come non mi disturba che questa carta d’uso comune possa invecchiare o che possa essere restaurata con un intervento specifico, come è effettivamente accaduto di recente ad una Turbina.
In questo senso l’artista inizia un processo con le proprie opere che non sa bene dove poi finisce…
Io sono molto fiducioso del fatto che le opere hanno una loro validità e mortalità positiva, nascono, vivono e si trasformano e va tutto bene. Non appartengo al genere degli artisti che ha idee ossessivamente normative e conservative – o che bisogna rispettare ad ogni costo le disposizioni troppo vincolanti date dall'artista. Sono all’opposto di quello che è stato De Dominicis, che ha vincolato enormemente la diffusionetutta della sua produzione artistica.

 

La vita delle immagini

 

Se mi viene chiesto, mi definisco pittore, perché mi piace avere a che fare con l’atto oggettuale delle immagini.
Anche Kounellis si definisce pittore, in quanto ha un approccio principalmente tridimensionale all’immagine - e Luciano Fabbro probabilmente aveva una idea del genere. Io stesso mi considero pittore perché prendo prevalentemente delle decisioni pittoriche, sebbene non dipinga in senso stretto, ma realizzo una grande varietà di disegni.
Disegno con tecniche grafiche differenti che io stesso invento per la circostanza. E da questo punto di vista sono forse più un disegnatore che un pittore.

La serie dei "Manifesti" è un lavoro che ho preso a realizzare negli anni ottanta acquistando dai colorifici le cosiddette giacenze, i manifesti che non acquistava più nessuno.
Grandi manifesti da incollare direttamente sul muro come tappezzerie.
Si tratta di immagini fotografiche stampate in quadricromia, particolarmente belle, prive delle connotazioni specifiche della stampa fotografica. C’è una qualità della stampa molto casuale e varia che a me piace moltissimo.
E soprattutto ci sono i grandi formati, soggetti incredibili, come paesaggi con laghi, montagne, boschi.
Sono oggetti trovati, e li scelgo perché trovo facile fare arte utilizzando le cose del mondo, senza per altro dover necessariamente padroneggiare tutta la disciplina o usare le poche materie e tecniche dell’arte tradizionale. Trovo che il mondo attuale ci offra una varietà incredibile di soggetti.
Ho in proposito un atteggiamento simile ad un artista come Leonardo, un grande sperimentatore che prova tutte le tecniche dei suoi tempi per scoprire il mondo.Questo per dire che la pratica artistica è vitale, piena di cose che si possono fare - che inventandosi ed utilizzando delle tecniche si possono ottenere dei risultati sempre differenti.

Trovo che sia interessante imparare le cose dagli artisti, dai loro materiali.
Corrado Levi ha scritto citandomi - che “ Ho imparato la storia dell’arte facendola”.
Non ho la presunzione di fare la storia dell’arte, però ho fatto dell’arte con le opere della storia dell’arte.
A volte semplicemente ricalcandole. Questa è stata la mia scuola. Se ho imparato qualcosa è perché ho passato molto tempo a contatto dei materiali dalla storia dell’arte. Cerco attraverso questa idea del ricalco, di copia, di ricostruire qualcosa della presenza di questi artisti. E questo mi ha aiutato a diventare artista.

 

Cancellature

 

Nel tempo si è presentata una problematica di questo tipo.
Perché ad esempio intervenire manualmente quando lo stesso risultato lo si può ottenere con un computer e un software di morphing o di foto-ritocco? A me piace l’idea di utilizzare l’oggetto vero perché in questo c’è una specie di ottusità del gesto che trasforma direttamente l’oggetto. E poi perché è un gesto molto semplice che chiunque può fare senza il passaggio intermedio dell’acquisizione dell’immagine.
Come dire, l’oggetto lì, non prendendo a prestito l’immagine del fotografo per una nuova fotografia.
Utilizzo piuttosto l’immagine, un oggetto della società dei consumi, dove è stato già acquisito un diritto. Non c’è dunque post produzione. E non sono tra gli artisti che progettano le loro opere, complicate, che qualcun altro ha la competenza di portare a termine. Io ho cercato in questi anni di dimostrare che si può fare arte, poeticamente, con un gesto minimo. Che quel gesto lì, anche un poco ottuso e magari ripetitivo è cruciale.

Come artista posso pensare di rivitalizzare degli oggetti e delle cose che vivono uno stato imperfetto, di sfalsamento per il loro uso costante - a volte cancellando alcune parti oppure ridisegnandone altre. Poiché i manifesti ed i poster che compro vengono acquistati in più esemplari, di questi si possono fare molte varianti. Warhol ci ha insegnato che la serialità è un elemento tipico della nostra cultura contemporanea, e che questo criterio va bene per fare arte – Ho quindi rimodellato i ritratti di Hendrix, Bogart, Einstein.
C'è una tipologia di opere che si estendono per molti anni, perché escogito nuove modalità di intervento sulla stessa materia.
Sui poster dei paesaggi ho escogitato nel tempo diversi mezzi per avvicinarmi e trasformarli, dalla traforatura, al puzzle, collage, cancellatura, le chiusure lampo, e adesso le cuciture soltanto, come per questa nuova esposizione...

Nel mio lavoro fondamentale è il tempo, la sedimentazione dei materiali.
Una forma critica di distanza dal proprio lavoro, di riesame continuo e con altre persone -
che ad esempio Luciano Fabbro faceva pubblicamente.
L'attività espositiva è poi il momento di verifica in cui prendo le distanze da me stesso - stare tra il pubblico,
e consegnare il lavoro tra le cose già fatte. E’ da lì che le opere cominciano una loro vita autonoma, di trasformazioni e movimento.
E questo consente a me di poter passare ad altro.

 

 

 
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