"Halfground", cinque faretti murati, cavo elettrico, stanza. Next SpazioA. 2013
GIULIA CENCI
" dopo la fine "
 
 



"…Nothing must stand
Between you and the shapes you take
When the crust of shape has been destroyed."
Mark Strand, The Monument *



Non c'è cosa migliore in una città sconosciuta di una passeggiata notturna; mezzo unico per calpestare le verità peggiori, i residui del giorno, il silenzio delle strutture.
Di notte ogni piazza ed ogni strada faticano a mascherarsi dietro tutte le possibili sovrastrutture, di notte si incontrano solo scoraggiati, ambulanti ed infelici. Il silenzio permette la concentrazione e l'osservazione ed anche il più irrilevante paese si rivela una grande macchina dormiente in attesa di riattivarsi con l'alba e i netturbini. Le ferite della città, di notte, non sono più pittoresche. Ogni crepa del muro, ogni lampione spento o singhiozzante, recinti per lavori in corso, porte e finestre murate, riacquistano un carattere debole, rivelano il loro sfaldarsi e l'attesa di un giorno immancabilmente seguente. Di notte siamo tutti cattedrali, vuote e ferme, siamo masse che fortificano sogni assurdi elevandosi a quelle parti di noi che non sappiamo riconoscere.
E' ancora possibile porsi in un dubbio, lasciarsi cadere senza destinazione e risvegliarci in un mattino privi della capacità di ricordare. La possibilità di poter essere consapevole rispetto a ciò che ci circonda mi appare un desiderio ingenuo. Appare, è superficie, è una menzogna deliberata.

 

  

"Notturno", boa illuminata internamente, ancora, paesaggio."Lago di Como,
Fondazione Antonio Ratti, Como, 2012  Foto  Francesco Ribuffo

 


Trovandomi di fronte un nuovo panorama, sento la pressione di individuarne il punto debole.
Non c'è eccezione ne possibilità di evitarlo ma, soprattutto, non esiste occasione in cui la possibilità di identificare un difetto nascosto, un errore occultato, il passo falso di cui si è tentato di rimuovere le prove, risulti fallimentare. La realtà è rivestita da una superficie che nel suo semplice esistere mi riporta costantemente nei meccanismi d'osservazione propri della pittura e delle sue tecniche illusorie o simboliche.
Lo spazio di una tela che tenta di simulare uno sfondo prospettico che ci conduce oltre valle, il muro dorato dell'icona che occulta per non rappresentare ma testimoniare, non mi risultano troppo differenti dai meccanismi per cui ciò che vediamo di fronte a noi - tra le strade, nelle nostre case, sul binario della metropolitana - sia spesso solo la pellicola rinnovata, l'apparenza, lo strato finale di qualcosa nascosto dal nostro presente. Ci muoviamo all'interno di spazi generati da limiti -superfici- che soltanto esistendo nascondo qualcosa, forse lo cancellano, probabilmente lo genereranno, facendo si che per ogni visibile ci scontriamo con infiniti invisibili, ci priviamo di qualcosa che è accaduto per privilegiare qualcosa che accade.
Niente di più ovvio se non fosse che molto spesso, tanto visibile, sia il ritratto di una civiltà che predilige illudersi delle proprie capacità, che volteggia all'interno delle conseguenze come fossero un dato imprescindibile, una verità irremovibile in cui, per giunta, riporre molto spesso tanto le certezze quanto l'incapacità di mettersi in discussione.

 
Guardo la facciata di un palazzo come fosse superficie di una enorme tela la cui cornice non è più limitata ad un frammento ma estesa a tutto il visibile. Le strade, la stanza, il cielo, il paesaggio esterno così come quello interno; l'ultimo strato del costruito è immagine da cui poter dedurre e ricavare una verità altra e retrostante, ponendo in dubbio ciò che deve apparire come assodato. Preferisco utilizzare l'illusione per convergere lo sguardo su ciò che dimostra il fallimento delle cose più che la loro infallibilità, ricordandomi che se un manufatto è frutto dell'operato dell'uomo, dovrò confrontarmi con i concetti di fine, sconosciuto e distruzione.



1)"…Nulla deve frapporsi/tra te e le forme che assumi/quando la crosta della forma è stata distrutta.", Strand M, Il Monumento, trad. Abeni D. e Egan M., Fandango Libri, Roma 2010



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