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GIAN MARCO MONTESANO
  Lecture
 
   

 

LA PITTURA IN QUESTIONE

Il funzionamento del'arte contemporanea risulta sempre più ostile al manifestarsi della Pittura. Questo è un dato di fatto certo.
Perché ?
Quando e come si costituisce l'aura, il valore- Pittura?
Quando e perchè inizia la crisi?


I PADRI AMERICANI

 

La prima intuizione ( ben prima di Marx ) ci viene dagli Stati Uniti. Non da un critico d'arte, ne da un qualche intellettuale newyorchese e tanto meno da un artista, ma da un politico Puritano, John Adams, Secondo Presidente degli Stati Uniti il quale, fin dal 1785 prefigurava questa ipotesi :
"... Devo studiare la politica e la guerra affinché i miei figli abbiano la possibilità di imparare la matematica, la filosofia, il commercio e la navigazione, in tale modo i loro figli avranno la possibilità di dedicarsi alla pittura, alla poesia, alla musica e alla porcellana..."
Essendo Puritano non poteva aggiungere piaceri più malandrini ma la premessa é chiara.

La straordinaria affermazione di John Adams ( che si colloca ancor prima della Rivoluzione Francese ) prefigura un percorso storico che oggi potremmo definire Biopolitico, laddove quel che genericamente chiamiamo progresso altro non é che un lungo, sordo ma inesausto tentativo di liberazione dal lavoro, per integrare il piacere nella vita del soggetto. Dapprima verso la liberazione dalla fatica fisica, poi dal lavoro- fatica "intellettuale" da trasferire alle macchine elettroniche, per giungere infine alla commistione tra lavoro, gioco, piacere e '"artistico" ( ...le porcellane... dei nipoti di John Adams ).
Infatti, dalla rivoluzione industriale, nel giro di un Secolo, l'80 % del lavoro agricolo è scomparso, trasformato in lavoro manufatturiero, nei successivi trent'anni più del 20% degli operai sono spariti, diventati in parte impiegati che, ben presto in sovrannumero, sono stati spostati verso "l'informazione" la quale, attualmente , occupa il 40% della popolazione attiva.
A proposito del lavoro "intellettuale" dei "colletti bianchi", contrapposti alle "tute blu" degli operai all'interno della stessa Fabbrica, ricordiamo che esisteva, sancita dai contratti, la categoria degli " impiegati di concetto", categoria concettuale dunque superiore, "aristocratica" nell'ambito del sistema di Fabbrica. La similitudine simbolica col sistema dell'arte ( che verrà dopo ) risulta piuttosto evidente.

Intravvista, poi ottenuta la liberazione dalla fatica fisica nel corso del Novecento, oggi, all'ordine del giorno si pone la liberazione dal lavoro tout-court . Dunque anche la fine di quella storica distinzione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale che infiniti privilegi di singolarità narcisistica ed economica concesse agli artisti tutti ( non solo ai pittori ).
Come ultimo ed unico residuo del mondo precedente, del lavoro manuale e della fatica fisica troviamo il lavoro immigrato. Questa evidenza esplode nel bel mezzo di quella conclamata "disoccupazione giovanile" che tale non è dovendosi piuttosto intendere come " rifiuto del lavoro ". Di quel lavoro.
Questa è la tendenza in atto. E siamo soltanto all'inizio.

 

L' AURA

 

L'aura della Pittura, nel suo duplice significato di prestigio culturale ed elemento di valorizzazione sul mercato, si forma nel periodo storico ancora posto sotto il segno di quello che, nel pensiero critico di Marx, si dice "lavoro concreto ", "lavoro determinato"
( dall'artigianato alle specializzazioni manufatturiere industriali). Le vecchie forme del lavoro nelle quali il manufatto "capolavoro" , realizzato " a regola d'arte ", veniva concepito come emblema nobile di tutto quel lavoro manuale, concreto e determinato che costituiva la forma storica della produzione. Il " pezzo unico", che poteva uscire esclusivamente dalle mani di questo o quel Pittore
( ma anche di questo o quell' Artigiano )raccoglieva attorno a sé tutta l'ammirazione virtuosa della collettività. In questa fase dello sviluppo della " società borghese " , sul nascere del libero mercato, la Pittura vede il proprio antico- ma statico- valore culturale trasformarsi in dinamico Valore di scambio. L'artista si singolarizza sempre più, la " firma, la " griffe " non è più soltanto una certificazione d' autore ma si costituisce come vero valore nello scambio di mercato.

 

LA CRISI

 

Il Taylorismo.
Ancora un americano.
L'ingegnere Winslow Taylor e le tesi contenute in " Criteri scientifici di organizzazione e direzione aziendale", siamo nel 1911.
Poco dopo avremo l' introduzione della " Catena di Montaggio ".
Da allora fino all' intervento sostitutivo di tutte le tecnologie nei cicli di produzione, distribuzione e controllo, il lavoro - storicamente inteso- dopo essersi fatto sempre più "astratto" e " indeterminato" (cioè generica disponibilità ad alienare nel tempo di lavoro il proprio tempo di vita, laddove si può lavorare ad una "catena " di panettoni oppure, indifferentemente, alla "catena" del ciclo dell' automobile se il cambio di retribuzione è conveniente ) dopo essere uscito dalla concentrazione della Fabbrica, il lavoro storicamente inteso, tende a sparire come necessità dunque come Valore ( non é casuale l'insorgere, in questo stesso momento, di quelle "Avanguardie" che, in tutte le espressioni artistiche, aprivano la crisi dei Canoni tradizionali dell'arte ancora fondati sulla qualità del " saper fare " manuale.)

Oggi ( a dir vero da più di trent'anni ), l'ormai endemico aumento strutturale del tasso di disoccupazione, mobilità, precarietà, ecc... altro non è che la misura di un duplice " rifiuto del lavoro " , le generazioni tecnologicamente avanzate rifiutano il lavoro e, nel contempo, il lavoro rifiuta i grandi numeri ( "classe operaia ", " masse laboriose " , " Partito di massa ",ecc...).
Questo stesso linguaggio politico tradizionale, che fu esaltante ai tempi dei vecchi comizi " di popolo", esibito oggi nei video-appuntamenti suscita la medesima, fastidiosa, sensazione di obsolescenza provocata dalla presenza della Pittura nelle Grandi Manifestazioni del Contemporaneo.

A conclusione di questo primo ciclo di mutazione del lavoro e del tempo di lavoro , in tempi di Capitalismo maturo, l' intero ambito della Pittura ( chi la fa , chi la racconta e chi l'acquista ) si presenta come fenomeno "reazionario" semplicemente perchè i soggetti che troviamo ancora coinvolti nella Pittura sono persistenze residuali, ma esemplari, del mondo precedente, della divisione del lavoro e delle vecchie forme storiche del lavoro. In sintesi, per quel poco che riesce a significare l'arte, questo della Pittura oggi, è il manifestarsi di una resistenza e reazione contro il Divenire ( l'incessante divenire e mutare delle cose, del mondo, delle generazioni, ecc...). Più banalmente si potrebbe dire resistenza contro la "modernizzazione ". I Pittori difendono l'arte " sana ", " come si è sempre fatta " esattamente come quell'agricoltore francese ( capopopolo no-global ) difende il sistema di coltivazione tradizionale contro le modifiche genetiche. Come il sindacalista rivendica il tempo di lavoro fisso, garantito e perpetuo, opponendosi alle mutazioni liberatorie delle forme e dei significati del lavoro stesso.

 

DALLE SPARIZIONI ALLE SIMULAZIONI

 

Così comparve nel cielo dei valori e così sparisce l'aura della Pittura, consumata dal "tempo libero ".
Tempo libero che non significa affatto tempo liberato ( dall'obbligo di dover, comunque, sottoporsi a prestazione. Un obbligo al quale non possono sottrarsi neppure le "Previsioni del Tempo").
Questa é la storia di una sola sparizione, una sola che però annuncia altre estinzioni. Per capire meglio il significato e le conseguenze del dissolversi del valore- Pittura, occorre spostare l'attenzione sul Contemporaneo "sofisticato", cioè su quelle forme e maniere d'espressione che si collocano oltre e contro la Pittura .
Questo è il luogo privilegiato del discorso: discorso critico, discorso "culturale " da intendersi oggi come comunicazione- promozione, discorso mediatico dunque discorso potente ( risale al Secolo scorso la definizione della Pubblicità come
" cultura del sistema capitalista ". Un discorso che istituisce la propria forza e la propria superiorità esprimendo un'adesione totale al Divenire, a tutte le mutazioni, i nomadismi, le contaminazioni dei linguaggi, ecc.... Tutte le grandi manifestazioni artistiche internazionali, le collezioni più prestigiose ed i " curatori " cosmopoliti affermano con assoluta certezza questa loro adesione al nuovo, al continuo farsi, disfarsi e rifarsi del mondo. Ben inteso limitandosi a mettere tutto questo in mostra, cioè in una Mostra. Esibendo "anomalie selvagge" nello Zoo sociologico dell'arte, nell' illusione di rinchiudere il Divenire dentro il numero chiuso delle simulazioni artistiche da valorizzare.
Per facilitare l'ascolto soffermiamoci su un solo episodio, l'ultimo, la Biennale veneziana: quella Biennale che annuncia , così, semplicemente, di voler fare mondi.

La formula " Fare Mondi " raccoglie in sé la forza inerziale di tutti i luoghi comuni del vecchio movimentismo ( da Guattari/Deleuze anni '70 alla retorica della Differenza- o delle differenze- fino ai derivati di Toni Negri ). Si tratta di un pensiero ormai scolastico, già perfettamente metabolizzato dal sistema di valorizzazione capitalistico . Un pensiero che rappresenta perfettamente l'intero groviglio di malintesi che si annidano nella questione arte.
Il Mondo non è più uno, ma sono tanti e noi li stiamo facendo : sembra vero, anzi é vero. A condizione però di non precisare mai chi.
Chi sta facendo mondi ? Forse gli artisti ? In tal caso, se si sostiene una simile posizione, più vecchi e conservatori di così si muore.
Il cielo è caduto sulla terra distruggendo ogni metafisica, qualsiasi certezza epistémica, ecc... Siamo alla sconvolgente scoperta del molteplice, cioè dell'acqua calda. Ma quel che conta qui non è l'evidenza di un processo - in corso da trent'anni - declamato come poema sociologico, quel che conta nelle simulazioni artistiche del molteplice è l'assenza fisica dell' immanenza concreta del molteplice stesso. Eppure, oltre le vaghezze discorsive degli intellettuali rifugiati nelle comode terre d'asilo dell'arte, in termini più seri, da Spinoza a Deleuze fino a Negri, il molteplice é sinonimo di Multitudo ( nel gergo sociologico: moltitudine ). L'atteggiamento "sofisticato", dalle pretese innovative e, a volte , "rivoluzionarie" delle manifestazioni del Contemporaneo oltre e contro la Pittura, traduce semplicemente il primato del discorso "artistico" ( critico, mediatico, ecc...) un discorso (quasi sempre scolastico) il quale, mentre deruba la realtà costitutiva e creativa della moltitudine ( simulandola ) afferma di.... "fare mondi", cioè realtà.
Si fanno mondi... da camera o da Padiglione, mondi "creati" da singoli soggetti (molto attenti acché la loro singolarità firmata sia ben visibile e garantita ) . Scrivendo e parlando ci si proietta nel Divenire autocertificandosi come referente per la contemporaneità plurale, eppure si conserva la delega alla solita, tradizionale figura dell'artista nel ruolo di guida veggente nel percorso dei mutamenti. In ossequio alla tendenza si dice e si scrive che nessuno ha più il diritto di rappresentare chicchessia ( rappresentanza che fu prerogativa "reazionaria" anche dei pittori ) ma, in realtà, uno solo, firmato e certificato, si incarica ancora di rappresentare le molteplicità del mondo dopo aver espropriato la moltitudine delle sue "materie prime" ( segni, suoni, forme espressive, posture, ecc..). I più spericolati "rivoluzionari " proclamano ( da anni ) la fine della differenza tra arte e vita. Ben inteso questa rivelazione avviene all'interno di manifestazioni artisticamente ben protette, le quali altro non sono che passaggi di valorizzazione. Valorizzazione di un qualcosa di artistico dove il corpo reale dell'esistere é, ovviamente, simulato, rappresentato, estetizzato, ideologicizzato, teatralizzato, ecc...
Un solo esempio riassuntivo: nella " Boheme" pucciniana, il pittore Marcello sta dipingendo la Traversata del Mar Rosso e, per risarcirsi delle frustrazioni personali, per trovare uno sfogo alla propria miseria "...affoga un Faraone..." un personaggio finto, dipinto. Questo accadeva con la vecchia rappresentazione.
Nella nuova, avanzata teatralizzazione contemporanea messa in scena dalla Biennale veneziana, accade che si affoghi un manichino, il simulacro di un collezionista. Cosa cambia ? L' Ubi Consistam, il punto d'appoggio della differenza qual'é ?
Non occorre un grande sforzo mentale per capire che, per quel che concerne il funzionamento dell'arte, queste simulazioni mascherano a malapena una classica necessità conservatrice: si tratta di riciclare, riformandola, la vecchia figura dell'artista
( precedentemente simboleggiata dai pittori ) simulando un' adesione incodizionata, ma discorsiva, a tutte le problematiche, a tutte le cause collettive, a tutte le insorgenze espressive quotidianamente suscitate dal Divenire. Realtà inconciliabili e problematiche conflittuali che, rappresentate e simulate dal gesticolare dell'arte, divengono esattamente quel che il sistema ( capitalista ) chiede : eventi. Attrazioni per il turismo di massa.
Guy Debord, nato vecchio come tutti gli europei, sbagliava nel pensare criticamente ad una "Società dello spettacolo". Il Capitalismo ( che si mantiene più o meno giovane grazie alle chirurgie dell'estetica, degli "stili", dei modi, ecc... ) non sa che farsene di società spettacolari - ci mancherebbe! Quel che serve al sistema complessivo di controllo e consenso é il contrario: lo spettacolo della società.
Il tremendo ( tendenzialmente incontrollabile ) emergere autonomo dei mondi, simulato nello spettacolo artistico da visitare nelle Mostre.
La tragedia di contraddizioni planetarie non ricomponibili, dunque produttive di vita, trasformata in commedia.
Commedia dell'Arte rappresentata -con tutte le sue Maschere - in uno spettacolo
al quale assistere pagando il biglietto oppure, ancor peggio, acquistandolo come opera.

La Guerra dei Mondi, tra ciò che é vecchio, provinciale ( in primis la Pittura ) e ciò che è sgargiante d'attualità, messa in scena dallo spettacolo artistico, in definitiva si manifesta come contrapposizione squallida tra arcaismo della Pittura e neo-arcaismo di un Contemporaneo " cool, sofisticato, cosmopolita " e quant'altro di trendystyle si possa citare.

Ed ecco le Biennali comicamente definite "post-coloniali", "periferiche", ecc...

Il linguaggio, confessava il comunista Sartre, prima di tutto serve per mentire.

Infatti, fin che si tratta di un discorso mondano il post-coloniale, le Biennali "periferiche ", il nomadismo, ecc.. consentono a tutti di dormire sonni tranquilli : ci si guadagna e si fa bella figura a rischio zero.

Ben più inquietante per il "sistema dell'arte" é una prospettiva post arte, tout- court.

 

IL ROVESCIO DEL LUOGO COMUNE

 

La prospettiva post arte non ha nulla a che vedere con il vecchio concerto di coloro che ululavano alla luna la "morte dell'arte". Si tratta infatti dell'esatto contrario.
Innanzi tutto la cosiddetta " morte dell'arte ", romanticamente declamata, riguardava, appunto, l'arte in sé e, di conseguenza, avrebbe privato il mondo di quel bene prezioso del quale si annunciava il funerale. Ma qui parliamo di "sistema dell'arte" che non è l'arte in sé ma tutt'altra cosa. Diciamo- per tagliar corto - sistema di scambio e di valorizzazione - . Fino al crollo del vecchio mondo ( databile all'incirca verso gli anni '70 del 1900 ) fu fin troppo facile sostenere la validità oggettiva del "sistema dell'arte", dei suoi metodi per valutare, difendere e accrescere i valori nel parco chiuso dell'arte stessa. La liberazione dal lavoro e l'esplosione di innumerevoli energie diffuse ha strappato l'intera questione dalle mani degli operatori "sofisticati" o riformati
( sistema dell' arte ) togliendosi contemporaneamente dai piedi gli altri, i paranoici difensori di quell' arte con la A maiuscola che troverebbe verità e ragion d'essere fuori dalla Storia, in non si sa quale immobilità, eterna e trascendente.
La percezione dell'avvento di un "disturbo artistico di massa" che sommerge e annega non solo i feticisti delle merci ( collezionisti ) ma anche i delegati speciali all'espressione artistica . I professionisti del Valore di scambio resi tendenzialmente inutili dalla liberazione e dalla diffusione collettiva del Valore d'uso. Infatti l'uso personale delle facoltà immaginative e produttive di linguaggio, l'uso che la moltitudine fa della forza-invenzione dopo l'estinzione della forza-lavoro, mette fuori gioco la patetica figura dell'artista, reazionario ( che poi significa "pittore" ) o riformato, adeguato, post-modernizzato che sia. In definitiva, la tendenza rivela sempre più la composizione reazionaria non solo della Pittura ma dell'intera Umwelt artistica. Stiamo parlando, concretamente, di artistii, critici, curatori, collezionisti, ecc.. qualsiasi sia la loro postura, il loro posizionamento nei segni. In sé l'arte risulta una disposizione generale indeterminabile la quale, proprio per questo, non solo non muore, ma si estende ad un numero in aumento esponenziale di soggetti. Questa proliferazione artistica sommerge e assorbe la figura singola dell'artista storicamente inteso.

 

RISO AMARO

 

Lo stesso Picasso, seppure in epoca di pieno delirio superomistico degli artisti, capiva che "..tutti i bambini sono artisti, il problema sta nel come mantenere in vita questa facoltà nel tempo.." . Dopo meno di un Secolo ci siamo, queste facoltà artistiche naturali sopravvivono sempre più numerose. Basterà comparare la straordinaria quantità di soggetti e di attività artistiche in circolazione oggi, con i quattro gatti degli inizi del 1900.
Quattro gatti idolatrati poiché tutti gli altri alienavano il loro tempo di vita nelle fabbriche, nelle miniere e, gli ultimi, nei campi.
Il ciclo delle sparizioni, apertosi con la Pittura, accompagnato dal ridere mondano della corte "intellettuale" degli ultimi miliardari, finirà col concludersi con la fine della" storia dell'arte" e delle sue storie. Le quali altro non sono che storie del Valore di scambio. Storie sempre più "vecchie" che ancora raccontano dell' antica necessità di rinnovamento degli stilemi, delle forme di rappresentazione, degli atteggiamenti, ecc... " innovazioni " socialdemocratiche del tutto interne al Capitalismo mondiale integrato costretto ad un incessante adeguamento per non andare fuori controllo. A questo tentativo di riformare il " mondo " dei discorsi artistici, credendo così di adescare il mondo reale intento a farsi autonomamente, corrisponde la simulazione di " fare mondi ".... a Venezia. Ovviamente Venezia rappresenta qui soltanto una figura retorica infatti, trattandosi del paesotto dei fratelli Grimm
( Kassel) o della vallata alpestre di Basilea la simulazione del " fare mondi " si fa ancor più tragicomica : un grazioso giardino di casa occidentale, puerile nella sua vecchiezza, spaventosamente debole se posto a confronto con le formidabili energie vitali delle moltitudini "post- coloniali" e periferiche . Oppure metropolitane, laddove il centro brulica di anomalie selvagge ancor meno "culturalmente" riconciliabili.

 

CITOYEN EGALITE

 

In prossimità della collettiva separazione ontologica dal passato, fallite le astuzie socialdemocratiche dei rinnovamenti stilistici, si tratta, logicamente, di sparire.
Come dice Baudrillard vi sono solo due modi per sparire : sparire bene o sparire male. Rigoletto, al servizio del Duca di Mantova (qualcosa di simbolicamente più significativo dei padroni dell'industria del lusso ) sceglie di insistere nei lazzi contro Monterone sconfitto ( Verdi: "Rigoletto" ), sperando che il Duca mantenga il potere qualche tempo ancora. Rigoletto , il Buffone di corte, il Fool shakespeariano, figura artistica del servo Hegeliano, aggrappato ad una sopravvivenza a qualsiasi costo, illudendosi di non sparire, finisce con lo sparire male. Ed ecco i lazzi, gli sberleffi, il disprezzo verso le figure decadute per compiacere quel padrone già pronto a sacrificare i rigoletti pur che gli sia concesso di morir per ultimo.
Luigi Filippo Duca d'Orleans (Re di Francia nel caso di malattie dinastiche) e, grazie alla moglie, l'uomo più ricco di Francia, valente soldato, comprende la tendenza e si proietta nel cambiamento epocale ( la Rivoluzione ) non ancora imminente. Entra alla Convenzione come rappresentante della gente di Parigi, in particolare delle donne, dove lo chiamano Cittadino Eguaglianza ( la Storia gli concederà Philippe Egalité ). Avendo sostenuto che "il mondo che dobbiamo fare non si fermerà davanti a nessun vecchio amico" , votando la ghigliottina per il suo consanguineo Luigi XVI, é perfettamente consapevole di votare la propria fine. Luigi Filippo d'Orleans ( Philippe égalité) , sapendo di dover finire, ha scelto di finire bene. La storia di Francia é concorde , il Cittadino Eguaglianza salì alla ghigliottina dicendo semplicemente : " vous devez le faire " .

Luigi Filippo di Borbone, Duca d'Orleans, " Philippe égalité", " citoyen égalité " era, con Valore d' uso personale, un appassionato dilettante di... Pittura.

 

Parigi : 8 / 9 Luglio 2009

 
 
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