| |
Artext :
Estetica
Ubaldo
Fadini
Osservazioni sull' arte e sul cyberspazio.
Nel suo dialogo con Enrico Baj sull’“orrore dell’arte”,
Paul Virilio prende criticamente in considerazione il motivo dell’immagine
correct, prodotta da quell’arte della “motorizzazione”
(“attraverso la proiezione, i fasci di luce fortissima, le
video installazioni, l’alta definizione”), che sembra
oggi declassare ogni altra sensibilità e figurazione ottica,
grazie alla sua “efficacia” e “spettacolarità”,
fino ad accennare addirittura ad una vera e propria “sparizione
della pittura, del disegno e dell’incisione” (1).
Anche riprendendo la nota formula di M. McLuhan sul “villaggio
globale” non si può che prendere atto, secondo Virilio,
che il “villaggio” si è ampliato fino a coincidere
oggi con la realtà della globalizzazione,
dentro la quale la comunicazione (mediante “schermo”)
viaggia a velocità straordinarie. La realizzazione di immagini
sempre più spettacolari – e qui sarebbe importante
articolare un rinvio allo “spettacolare integrato” di
G. Debord – conduce, all’interno della realtà “globalizzata”,
ad una marginalizzazione crescente degli artisti che continuano
a lavorare con tecniche di rappresentazione diverse da quelle specifiche
dell’arte motorizzata, tanto che si avverte oggi l’urgenza
di una riproposizione seria della questione dell’arte: di
nuovo, che cos’è un’opera d’arte?,
soprattutto nel momento in cui lo sviluppo della microelettronica
che s’ “incarna” in Internet sembra favorire
un modo diverso di concepire la “ricettività”,
trasformandola radicalmente
(per non dire; mutandola in qualcosa d’altro), in particolare
nei confronti di una istantaneità che si confonde con la
pratica tradizionale della falsificazione, con la produzione di
una vera e propria “arte del falso”.
E’ però altrettanto significativo che l’arte
contemporanea, nella sua evoluzione, appare spesso come lo stimolo
più appropriato per una proliferazione di discorsi di taglio
filosofico, estetico, soprattutto nel momento in cui il raffinarsi
delle tecnologie della comunicazione si propone come “ambiente” apprezzabile
di una pratica espressiva caratterizzata in termini nuovi. (..)
In questo senso, anche nel rinvio alla rete come nuovo “ambiente” della
produzione di immagini deve essere fatto valere il principio tipico
dell’inclusione (e non dell’esclusione) che contraddistingue
un campo come quello del cyberspazio che “è votato
a interconnettere e mettere in interfaccia tutti i dispositivi
di creazione, registrazione, comunicazione e simulazione” (2).
In effetti è possibile pensare allo stesso cyberspazio
come ad un cantiere da designare e riconoscere come “traguardo
di bellezza”, così come sostiene Pierre Lévy,
nel senso che con esso si disegna un ambiente tecnoculturale in
grado di favorire l’affermazione di forme artistiche non
più caratterizzate dalla “separazione tra emissione
e ricezione, composizione e interpretazione” (3)(..)
Lévy insiste in modo particolare sul fatto che lo sviluppo
di nuove forme d’arte non può che essere favorito
da un ambiente tecnoculturale da intendersi come una sorta di “possibile” concreto
sempre aperto alla realizzazione e alla mutazione. E’ questo “mutante” complessivo – cioè lo
spazio antropologico del sapere, del virtuale per eccellenza, delle
reti – a costituirsi oggi in termini tali da rinviare appunto
ad una nuova forma d’arte, in grado di proporre, a coloro
che ne partecipano, “altre modalità di comunicazione
e creazione”.
L’“artista” opera per delineare “un ambiente,
un dispositivo di comunicazione e produzione, un evento collettivo” che
viva del coinvolgimento dei destinatari, portandoli come “attori” all’interno
di un’azione che si qualifica appunto come essenzialmente “collettiva”.
L’arte del cyberspazio non si identifica con delle opere
in particolare, ma si caratterizza come articolazione di processi,
come pratica creativa di/in un ambiente vivente di cui i “molti” sono
i coautori (si possono ricondurre le manifestazioni di questo ciclo
creativo “a momenti, luoghi, dinamiche collettive, non più a
persone”). In breve, si dà la possibilità concreta
che un cervello collettivo, dei collettivi intelligenti, in virtù dei
nuovi mezzi di comunicazione, possano dare “corpo” (in
questa prospettiva: un “corpo” artistico), come immaginante
multiplo, a processi di invenzione continua (di lingue, segni,
figure…).
E’ in quest’ottica che si può sostenere, come
fanno critici acuti, che l’opera d’arte si sta radicalmente
trasformando, così come probabilmente sta metamorfosando
la stessa figura dell’autore. Quest’ultimo si presenta
sempre più oggi come parte esecutiva (quindi non come “tutto”)
di una sperimentazione progettuale e teorica che non è affatto
riferibile a un unico soggetto. Naturalmente l’attenzione
va qui portata sulla dimensione dell’arte reticolare, così come
si articola nel mondo del digitale a partire dalla sua dinamica
essenziale di richiesta di partecipazione generalizzata.
E’ qui che si può apprezzare un’idea di identità artistica
non scontata, lontana da forme tradizionali, nel momento in cui
il rapido sviluppo tecnologico favorisce una metamorfosi dell’identità dell’autore
nella sottolineatura del carattere di impresa collettiva di molte
tendenze dell’arte odierna in rete. L’ambiente “elettrico” dell’artista
mette in comune i segni, ma non si limita a porsi come terreno
di diffusione e di distribuzione dell’arte: i gruppi, le
comunità, che lo costituiscono/costruiscono sono autori
di pratiche espressive. Queste ultime non sono minimamente afferrabili
senza una comprensione della loro qualifica comunitaria, che ci
stimola ad approfondire un “nuovo” modo di intendere
ciò che si definisce come “autore” (e il suo “ruolo”).
Queste comunità “ci dicono che l’arte è ormai
dappertutto e gli autori sono in ogni luogo, in qualsiasi dimensione
sociale, volendo esagerare: in qualsiasi estensione collettiva,
in qualsiasi grandezza pubblica, in qualsiasi lunghezza comune
alla fisicità ambientale, (..)(4).
L’espressione “reale” dell’intelligenza
collettiva – la rete o il complesso delle reti – appare
dunque oggi come opportunità, per coloro che sono interessati
a pratiche artistiche fondamentalmente dis-individualizzanti (“di-segni
senza nome”), di contatto con le potenzialità segniche,
estetiche, della dimensione dell’intelligenza “comune” (..)
Non si può allora non sottolineare il fatto che la progressione
telematica ha apportato maggior “spirito democratico” alla
creazione artistica e allo stesso sistema dell’arte, conferendo
ancora più senso alla concezione duchampiana di un’arte
non più sotto tutela, cioè sovradeterminata dai poteri
forti dominanti, a livello temporale, simbolico, segnico ecc. Nel
momento in cui l’opera d’arte acquista forma virtuale,
come opera d’arte delle reti, essa dismette la sua tradizionale
veste oggettuale per diventare evento fluttuante, flusso comunicativo
variabile e collettivo, veicolato attraverso i molteplici reticoli
del cyberspazio, laddove vale il principio dell’inter-azione.
E’ in quest’ottica che si può apprezzare come
l’arte delle reti produca “comunità”,
diventando essa stessa una rete, un vero e proprio medium per individui/collettivi
differenti e rivelando così una capacità di critica
nei confronti dei meccanismi di produzione della cultura all’interno
della società dell’informazione globale.
Una riflessione di ampio respiro sull’arte novecentesca
non può fare a meno di avvertire come essa presenti alcune
linee di sviluppo che sembrano sfociare nello scenario artificiale,
in quella Umwelt della rete, in cui oggi si colloca la sperimentazione
(tecno)-artistica.
Da una parte, si concretizzano dei processi di messa in discussione
radicale del concetto di arte come oggetto (“merce”)
di collezione e/o di esposizione museale (inserito all’interno
di un ben definito sistema di mercato artistico), della figura
unitaria dell’artista, che si presenta oggi come frammentata
in una pluralità aperta di fruitori in grado di movimentare
e prolungare nel tempo la stessa creazione artistica; dall’altra,
è proprio alla risoluzione dell’oggetto d’arte materiale
nella cosiddetta “arte sociale” che si può agganciare il
motivo dell’ “arte del fare network” a cui si collegano gli
esiti odierni della “net-art”, che vedono la creazione nella rete
di spazi virtualmente esistenti ad opera di artisti in grado di partecipare
insieme alla realizzazione del valore-arte.
C’è, in questo particolare fare arte, un’idea
della creazione possibile di uno spazio comunicativo mobile, aperto,
metamorfico, predisposto al manifestarsi di un protagonismo consegnato
nelle mani di collettivi in grado di autogestirsi: ciò anche
in virtù delle accelerazioni tecnologiche e dei dispositivi
di interfaccia che permettono la co-evoluzione delle distinte pratiche
umane e delle stesse operazioni artistiche. Si può anche
affermare come l’arte delle reti sia costitutivamente una “arte
del fuori”, di un “fuori-interno”, per dirla
con Foucault, in grado cioè di disegnare il protagonismo
dei divenire, della infinità di trasformazioni, delle tante “teste” e
dei tanti “corpi” che nella nuova Umwelt elettronica
trovano la possibilità concreta di una espressione non mortificata/depotenziata.
C’è infine anche una ripresa di “apertura al
mondo” in questo sperimentare, che si può restituire
in una particolare traduzione della celebre formula di P. Klee,
quella dell’arte come resa visibile dell’invisibile,
da “complicare” nei seguenti termini, che ancora molto
devono alle suggestioni critiche foucaultiane: l’arte delle
reti ha il compito, tra l’altro, di rendere visibile, nel
suo operare, come l’invisibile rimanga tale. Può riuscire
in ciò, a mantenere il contatto con delle forze potenziali
di creazione, nel momento in cui si delinea sotto veste di agente
collettivo, come un “fenomeno collettivo”, una sorta
di catalizzatore a cui rimandare ancora una volta una pratica di
libertà.
Note
1) E. Baj – P. Virilio, Discorso sull’orrore dell’arte,
tr. a cura di E. Baj, Elèuthera, Milano, 2002, p.21.
2) P. Lévy, L’intelligenza collettiva. Per un’antropologia
del cyberspazio, tr.di M. Colò e D. Feroldi, Feltrinelli,
Milano, 1996, p.126.
3) Ivi, p.129.
4) G. Perretta, Art.comm. Collettivi, reti, gruppi diffusi, comunità acefale
nella pratica dell’arte: oltre la soggettività singolare,
Cooper & Castelvecchi, Roma, 2002, p.7. Accanto al testo di
Perretta pongo anche le riflessioni di studiosi particolarmente
attenti agli sviluppi dell’arte multimediale digitale: in
primo luogo, rinvio alle analisi di M. Costa; ricordo però pure
gli studi di M. Deseriis e G. Marano.
|
|