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Emanuele Becheri



 

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Becheri Emanuele 

 

Franco Speroni - Il filmato proiettato in questa circostanza per “Impression" sconosciuto ai musicisti riguarda un episodio accaduto in Cina nel 2008 a seguito di un terremoto devastante nel Sichuan. Su questo episodio è stato girato un documentario che riprende Ai Weiwei mentre recupera i materiali ferrosi sottratti al cemento armato degli edifici crollati, barre metalliche che verranno rimodellate e utilizzate in una installazione: Straight, esposta alla recente Biennale di Venezia del 2013.
“Impression” del gruppo musicale Eb/Cointreau sono concerti che hanno come titolo la data di esecuzione. Si svolgono secondo modalità ricorsive : viene scelto dal curatore un filmato da proiettare, sconosciuto agli esecutori sul quale i musicisti tracciano, scrivono le loro impressioni sonore modellando direi un disegno temporaneo.
In questo caso la temporaneità assume un aspetto ancora più eventuale, pertinendo la circostanzialità del tempo… Sta accadendo ora - Come se attraverso la traccia sonora, un modo di segnare la sceneggiatura – si riscrive la sceneggiatura di ciò che stiamo vedendo attraverso l’adesione partecipata del quartetto che rievoca l’improvvisazione musicale Jazz.
Per dare inizio a questo dialogo vorrei chiedere le motivazioni che vi hanno spinto a dare un titolo diventato anche un modello: “Impressions”

Eb/Cointreau - Il titolo nasce da una serie di lavori del 2010 che chiamo Impressioni. Si tratta di un foglio adesivo bianco che premo contro una superficie (un muro, una parete.....) dove si annidano ragnatele. Queste piccole architetture, attraverso la pressione delle mani sul foglio restano sigillate sulla colla del supporto diventando l'immagine del supporto stesso, fotografia dell'istante della memoria di un momento scultoreo che sedimenta l'attimo di un tempo indefinito.
Della ragnatela, sigillata in superficie, ne resta un impronta vaga e al tempo stesso molto precisa ma che non rappresenta in definitiva l'immagine come rappresentazione di una ragnatela, ma la sua figurabilità, ovvero una figurazione che resta nell'ambito di un immagine potenziale e interstiziale fuori e dentro la mimesi. Ciò che resta dopo l'avvenuta pressione è l'immagine della traccia stessa dell'avvenuta pressione. Il processo in definitiva è simile ad una foto per contatto ma il risultato è effettivamente un disegno che snatura la natura dell'immagine attraverso una impronta fotografica monotipica. Quindi anche, si potrebbe dire, una scultura superficiale senza rilievo che attraverso un gesto - la pressione incontrollabile del gesto cieco - si schiaccia sul supporto fotografandosi.
Il riferimento dunque è filogenetico ma IMPRESSION, è in buona sostanza un modo di sprogettarsi, un prendersi il rischio di vedere per la prima volta delle immagini costruendo-decostruendo l’immagine attraverso sonorità ‘improvvisate’ nella momentaneità; Impression nasce dall’amore per il cinema - questo è il motivo essenziale per cui ci siamo trovati costituendo questo gruppo elastico che si chiama Cointreau - non ci siamo incrociati per gli strumenti che siamo soliti usare né per la musica, ognuno ha la propria deriva musicale, oppure come nel mio caso nessun precedente se non come ascoltatore.
Io ho fatto l’Accademia, proprio qui, e mi risulta strano adesso esserci con una sassofono in bocca; un percorso, il mio, che nasce dal disegno e si sviluppa parallelamente con la fotografia ed il video.
In questo percorso e in queste derive ho sentito che mi mancava la questione ‘suono’, fortunatamente due anni fa mi hanno regalato un pianoforte ed ho iniziato ad usarlo… poi è arrivato un sassofono, l’ultimo vizio. Ma al di della conoscenza o non conoscenza della musica ciò che tutti privilegiamo è la questione emozionale quindi il desiderio di marcare sonoramente il fotogramma nel corso di questo nostro sprogettarsi, insieme.
Il film per ogni IMPRESSION non è mai annunciato in anticipo al pubblico, ognuna si produce in uno spazio chiuso rimandando così alla questione fotografica: la traccia che registriamo comprende tutto quello che accade in sala dove avviene la performance… quindi la stanza diventa una cassa di risonanza, una sorta di camera oscura dove qualsiasi suono rimarrà impresso nella registrazione. Tale traccia senza alcuna postproduzione viene poi montata sul film e quindi potrà essere proiettata altrove.

F.S.  Vorrei allora chiedervi se la scelta del suono – traccia dell’accompagnamento, come i disegni da segni prodotti o dalla carta copiativa o attraverso la casualità del percorso lasciato da una lumaca sul foglio, siano questi modi per catturare una traccia preesistente, rispetto alla quale il disegno non è un progetto ma una progettazione; cioè far si che le cose accadano per rilevarle. Rispetto a questo tipo di segno la performance musicale attiva una carica emozionale diversa e diretta, partecipativa.

Eb/C. Semplicemente ci mettiamo in pericolo di fronte ad una immagine che scorre e che in qualche modo sfugge a qualsiasi ermeneutica interpretativa. Immaginiamo un suono durante la nascita dell’immagine stessa, rilevando ciò che si sta rivelando, suoniamo-disegniamo sopra all’immagine che è e resta irraggiungibile… .direi che stiamo in una posizione ‘scomoda’ dall’inizio fino alla fine del film e …..non c’è dubbio che ci sia una carica emozionale, anzi direi che proprio in questa patologia fallimentare si annidi una delle questioni essenziale di Impression.



Emanuele Becheri

Impressione#8, 2010, ragantele su carta adesiva,92x146cm, Courtesy Castello Malaspina di Fosdinovo


F.S. Rispetto alla variazione di supporto: l’azione, la pellicola, l’immagine c’è un riferimento specifico al pensiero di Antonin Artaud ad un suo termine - il soggetto in quanto elemento, che non è soggetto o oggetto d’indagine ma piuttosto uno stato performativo quasi una sostanza dalla quale il soggetto agisce non per proiettarsi a creare una forma ma per determinare una situazione del tutto aperta e specifica. Allora vi chiedo in che modo ha agito all’interno del vostro panorama di riferimenti questa riflessione di Autaud.

Eb/C. Difficile parlare di Antonin Artaud, posso solo dire che i suoi spostamenti continui restano sempre, in tutto il mio lavoro come una presenza, iati , esempi di una dissaventura linguistica. C’è una fotografia del 1947 che mostra Artaud alla fermata del bus ad Ivry, rappreso nel gesto di puntarsi una matita dietro la schiena, alla cieca. Appunto, una matita simbolo dei simboli, questo gesto resta per me imprescrutabile, semiosi infinita di dissensi che ha influenzato e messo in crisi tutto il mio percorso fino ad oggi; e resta centrale, pur non collocandosi da nessuna parte, anche in questo progetto sonoro.



Emanuele Becheri

      IMPRESSION 09.03.2014 MAGA, Gallarate photo Miriam Broggini


F.S. “Impression” si potrebbe dire un disegno ad otto mani, che nella improvvisazione del quartetto risulta più agibile rispetto alla bidimensionalità della carta o della tela.
Vorrei sapere se nel tempo il vostro modo di improvvisare sull’immagine ha in qualche modo stilizzato un vostro comportamento e creato così degli automatismi, o forse si tratta ogni volta di dare senso nuovo quasi come se suonaste per la prima volta – e quindi superato ogni automatismo si ricrea una funzione e una forma.

Eb/C. La nostra è una interazione basata sull’amicizia che ci lega da diversi anni con una passione primaria per il cinema, suoniamo insieme in questa condizione di assoluta ‘’’libertà’’’. Si tratta di un gruppo formato da individualità e gli automatismi riguardano, probabilmente, il singolo musicista, automatismi che possono affiorare, evidenziarsi a volte… ma non necessariamente avvenire.
Altresì affrontare una performance di questo tipo è anche rompere una possibile relazione in cui ognuno di noi sarebbe tentato di cadere. La riprova è che nelle molte “Impressions” realizzate fino ad oggi c’è una evoluzione controversa del suono, ma lenta e costante e certe volte ci troviamo a cercare un equilibrio precario, difficile da raggiungere, ma che inevitabilmente non si consegue mai completamente, data, appunto, la natura stessa di questo ‘progetto’.
Quindi direi che in definitiva l’instabilità è la norma.

F.S. La pluralità dei suoni che vanno a commentare l’immagine in proiezione creano un altro tipo di tempo che non è lineare o narrativo ma un tempo fatto di movimenti che non corrispondono ad un disegno teso a ricostruire una forma ma piuttosto una serie di impulsi ed emozioni. Non a caso i concerti vengono registrati e vanno a costruire la testimonianza di un evento irripetibile.
Rispetto a questo, il momento della registrazione dell’esecuzione, realizzata fin dai primi concerti risulta una istanza importante e determinante del lavoro, non si tratta semplicemente della documentazione di qualcosa che altrimenti potrebbe perdersi.

Eb/C. Direi che l’atto di registrare non è semplicemente mera documentazione archivistica; si tratta invece di fare emergere il lavoro attraverso un altro dispositivo di visione -detournandolo- rispetto alla performance.
Infatti i filmati “Impression” possono esser proiettati visti altrove e in questo modo riattivano un nuovo modo di sentire e vedere l’operazione; al contempo sono la documentazione esatta di quello che è stato: registriamo, mi preme dirlo, tutto quello che accade, senza omettere niente di ciò che si produce nell’evento.



Emanuele Becheri

IMPRESSION 25.09.2014, Artopia Gallery, Milan photo Miriam Broggini


F.S. Comune ad altre discipline è il concetto di “Informe” nella formulazione data da Bataille, per il quale l’informe non è l’informale, uno stile o un modo di comporre diversamente l’immagine. L’informe di cui parla Bataille è un operatore, è uno strumento che serve dialetticamente per destrutturare una realtà persistente, per abbassarla a un grado zero. Voi vi riconoscere in questo meccanismo o modo di affrontare l’immagine, il suono, il segno, degradandolo, destrutturandolo per portarlo verso un'altra cosa che non è il prevedibile?

Eb/C. Il senso dell’informe se esiste non ha un concetto, o meglio non è una concettualizzazione precisabile; Impression è una minaccia dell’immagine che minaccia il suono. Quindi in questa dialettica astrusa e spuria si determina questo non concetto che produce effetti imprevedibili.

F.S. In questo rifiuto del concetto come schema perché il concetto si produca attraverso una nuova dinamica c’è un motivo dialogico simile all’ interazione o alle dinamiche differenti che sono specifiche del mondo della rete.
Per questo mi viene da dire, dal mio punto di vista che l’ “estetica” di “Impression” intesa nel senso di un sentire primordiale, appartiene ad una forma simbolica contemporanea che è quella relazionale, che si stabilisce nella rete.

Eb/C. …….la performance è qualcosa di concreto, oscilla dentro ad un ‘’pericolo’’, riguarda l’ esperienza.

F.S. Vorrei chiedervi che relazione intrattenete con il pubblico e se siete consci delle reazioni che suscitate durante il concerto.

Eb/C. Le reazioni dipendono dal film, dal contesto in cui viene proiettato, dallo spazio. E quindi le reazioni sono sempre diverse come il pubblico è sempre diversamente teso o vario.
Ma in ultima analisi, se ci pensi, risulta difficile capire la relazione con il pubblico poiché sostanzialmente l’attesa snervante verso il fotogramma e il relativo tentativo d’incidere o non incidere su di esso un gesto sonoro porta l’attenzione altrove. In pratica si è troppo distratti per avere una chiara percezione del pubblico , e in questo senso, tale dispositivo performativo, evade qualsiasi idea di intrattenimento.



Emanuele Becheri

P.d.A, 3#, 2013, fresco powder on paper, 120x180 cm, Courtesy artist


F.S. C’è da dire che dal film selezionato dai curatori viene eliminato ogni sonoro e azzerata la traccia esistente così da rendere possibile l’evento. Emerge così nei termini dell’azione, del mutare, dare senso all’agire un rapporto con il reale in maniera differente; a questa differenza voi date anche un connotato politico?

Eb/C. Politico in quanto presenti e partecipi dello stare in un luogo facendo un azione che ritengo trasversale rispetto a qualsiasi idea di spettacolarità. Politico inevitabilmente?

F.S. La domanda allora si carica di un altro significato che pone in esame l’intenzione non solo dell’artista che si arma dell’azione, quanto della capacità di recepirla e di fare narrazione su quanto dovrà accadere, e darvi connotato politico.
C’è un termine specifico: “estetica” che sintetizza questo processo di produzione artistica.

Eb/C. Volevamo da sempre con Impression mettere l’attenzione su quella parola ‘estetica’ cercando di attenerci semplicemente al suo significato originario, come tutti sappiamo rimanda etimologicamente al termine sentire con tutta quella complicanza che ha a che vedere con quanto detto fin’ora.
Il film che abbiamo visto è stato sentito attraverso il suo emergere attraverso il sentimento e la grammatica visiva che sprigionava in quanto sequenza di fotogrammi, forse abbiamo colto quel pathos specifico, forse no, ma tutto sempre si è rapportato a quello spartito visivo, ripeto, si tratta sempre di leggere le immagini e produrre un senso, senso sonoro che non necessariamente rispecchia mimeticamente ciò che sprigiona il film o ciò che l’autore desiderava indicare.

F.S. Tornare ad uno stadio zero.…

Eb/C. Direi che più di un grado zero si avverte connaturato nel progetto la mancanza di ogni finalismo, una degenerazione del segno sonoro vicino forse all' idea di rapsodia.



Emanuele Becheri

                              Untitled#5, 2004-2006, carta copiativa, 21x31 cm, Courtesy dell'artista


F.S. Sulla base di tutto questo mi viene da chiedere chi è l’artista e cosa fa…

Eb/C. Produciamo semplicemente una chance attraverso una indisposizione primaria...
E questo progetto mi sembra che lo renda chiaro: sono qua perché sono stato chiamato, ho fatto scegliere un film qualsiasi e questo film è stato un illustre sconosciuto fino a poche ore fa.
Per quanto mi riguarda non provenendo dalla musica non ho preconcetti o modi di operare con il suono, sono, in un certo senso, naive difronte all’immagine con lo strumento – sento l’immagine (?) e non avendo nessun tipo di programma non ho alcun destinatario – c’è solo un mittente, ma anche quello è nullificato poichè in balia dell’inarrestabile scorrimento cinetico. Quindi non essendoci destinatario viene meno anche il problema de pubblico come elemento in gioco, per questo dico che il progetto per sua costituzione non si pone in nessun modo in maniera spettacolare.
Non è un progetto che si ripete come avviene altrove, e soprattutto l’elemento sostanziale è che è totalmente imprevedibile; dunque trova la propria forza in un arrischiamento costitutivo, il trovarsi difronte una serie di fotogrammi e difronte una grammatica sempre nuova ….. ciò che in definitiva chiamerei un attentato a qualsiasi idea di ripetizione o ripetibilità, un evasione da qualsiasi idea di spettacolo.

F.S. Cosa bisogna disimparare per tornare ad una visione differente?

Eb/C. Sinceramente non lo so, ognuno ha una proprio percorso, non ho ricette per nessuno. Non mi dispiacerebbe però che questo progetto possa indurre in tentazione….

F.S. Quando si esaurisce un supporto e si crea la necessità di far ricorso ad un altro dispositivo?

Eb/C. Se parli di questo progetto, nel momento in cui la meraviglia e il divertimento si esauriranno, il progetto non avrà più desiderio di essere vissuto. Passeremo, naturalmente, ad altro.
Anche in altri casi del mio percorso quando la maniera si è affacciata sul foglio qualsiasi atto ha perso interesse…. accadrà probabilmente anche per Impression sebbene il dispositivo e dunque le premesse del progetto essenzialmente scongiurano una possibilità del genere.
Mi tengo però alla larga dal prevedere il futuro.

F.S. C’ è qualche riferimento ai tuoi primi disegni “ciechi”, i disegni al buio, una qualche assonanza con il lavoro di “Impression”?

Eb/C. Tutte le mie idiosincrasie nascono dalla mitologia sull’origine del disegno e dalle implicazioni che questo mito, IL MITO DI BUTADE O L’ORIGINE DEL DISEGNO, concede e sprigiona dal suo interno. I disegni ‘ciechi’ o disegni ‘tattili’ nascevano con l’intento di fare esperienza della Notte, cercando primariamente la sensualità piuttosto che il senso, mostravano il lato oscuro ed eccitante del tratto, quel tratto che non avrei mai potuto tracciare attraverso l’uso della vista. Svelando il disegno ero il primo spettatore del tratto.
Se ci pensi questa ossessione interiore tutta autistica non è poi distante da questo progetto che come sai implica un rischio imprecisabile.

F.V. Diventa una percezione a.




Accademia di Belle Arti di Firenze
“Impression 5/12/2014”.
Eb/Cointreau (Puli/Limberty/Bart)
Dal concerto : video (frammento)


 
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